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L’opera di Verdi dopo 46 anni all’Opera di Roma

Schiller

Friedrich Schiller

Siamo di fronte alla bella scelta che la direzione artistica dell’Opera di Roma ha fatto su un titolo della sua programmazione: I Masnadieri, prova della furiosa nuvolaglia che si addensa tra due secoli, Sette e Ottocento, prima ancora che dell’eccellenza dei suoi autori. I quali, Schiller, Maffei (librettista) e Verdi, sono tutti protagonisti assoluti, ognuno nel suo, di quell’epoca. Di Schiller (Marbach, 1759 – Weimar, 1805) basti ricordare i rapidi e coloritissimi tratti che ne dà Thomas Mann nel suo Saggio su Schiller (ed. Mondadori, Meridiani, 2012): «A quest’opera selvaggia, fanciullesca, per molti versi assurda, egli (Schiller, ndr) vi si accinse a diciannove anni, quand’era alunno maltrattato, conculcato, tiranneggiato con sistemi militari, assetato di libertà e di ardimentosa umanità, e nella sua personale angustia e indignazione si concentra come in una lente ustoria tutto quanto il secolo e una società falsa possono offrire di indegno e di rivoltante». E continua, Mann, a ricordare come Schiller scrivesse in segreto, di notte, quest’opera, e ne leggesse ai compagni qualche verso quando passeggiavano nei boschi. «Qui, un giorno, ne recita con enfasi stridula e con gesti disperati una delle scene di Franz Moor, allorché un superiore spunta d’improvviso e borbotta: “Ehi, cos’è tutto questo orrendo bestemmiare? Vergogna!”.

Ma, insomma, che ha di tanto scandaloso Masnadieri? Ha che, a differenza di tutte le storie, in cui dialogano sempre bene e male, qui c’è solo il male. Male sono i masnadieri, branco di predoni, stupratori, assassini e chi più ne ha più ne metta. Solo, il loro capo, Carlo, uomo di eccezionale profondità e acutezza, ma non per questo di salda tempra morale, si permette di sfogliare Plutarco e Le vite, mentre gli altri sono alle prese con i massacri. E pensa alla famiglia e all’amore lasciato a casa. Uno dirà: “Ah, la famiglia e l’amore, c’è speranza a questo mondo”. Macché, la famiglia è il cuore maligno dell’opera! Il fratello Franz è una cancrena, una metastasi vivente: storpio, zoppo e mefistofelico, fa credere al di lui padre che il figlio Carlo sia morto lontano da casa, a causa del padre, che lo ha allontanato. Il padre cade a terra come morto; mettono il corpo nella bara, ma prima di sotterrarlo il vecchio si risveglia e Franz, ormai signore del suo castello, mica rinuncia al titolo! Prende bara e padre e lo porta nella foresta, lo ficca in una cella sottoterra e lo lascia a pane ed acqua isolato, al freddo. L’unica vera innocente, Amalia, è costretta a credere alla morte dell’amato Carlo, del di lui padre, e a sottostare alle voglie innominabili di Franz.

Insomma, le tinte sono quelle di Arancia meccanica di Burgess o Kubrick, oppure di Games of Thrones: pensate a Franz come a Ramsay Bolton e avrete più chiara la faccenda. Pensate, poi, che Schiller ne scrisse nell’elegantissimo Settecento, Verdi lo musicò per la borghesissima Londra vittoriana, e capirete lo scandalo che destò.

Il libretto di Andrea Maffei non poteva che essere sopra le righe: tutto potente, eccessivo, la parola portata agli estremi esiti sonori, quasi cacofonica. Valga un esempio tra mille che se ne possono dare:

«Grazie, o dimon! lo assalgono

dolor, rimorso ed ira.

La disperanza or méscivi,

potente, ultima dira;

fenda quel cor! ne dissipi

la poca aura vital.»

Chi è parla? Ma Franz, e il ‘cor’ di chi è? Che domande, del povero suo vecchio padre. Ecco che libretto eccessivo abbiamo di fronte.

Della musica di Giuseppe Verdi (1847) si dica solo quello che forse già si presume: non si può star seduti sulla sedia, ogni frase musicale è uno strattone, una zampata di archi che fende l’aria e la taglia. Un’opera composta con l’accetta, più che con la penna. E in questa pesantezza sta, a parer nostro, il vero genio. D’altronde, tinte così fosche, e brune, e scure, né Rossini, né Wagner, né altri avrebbero saputo comporne. Forse solo Donizetti, ma poi si sarebbe perso a far troppe scale per il soprano, e già sarebbe stata musica troppo luminosa, per questo baratro in cui si aggruma l’umanità peggiore.

*          *          *

All’Opera i complessi romani del Coro e dell’orchestra superano egregiamente la prova di una partitura così difficile: l’orchestra a tratti non ha mordente, ma è cosa da imputare al direttore e ai suoi tempi, non ai maestri, che invece dànno un’ottima prova nei momenti (finale II e tutto l’ultimo atto) in cui il direttore pare svegliarsi dal suo sonno. Egli, Roberto Abbado (nipote del divo Claudio), a noi solitamente piace tantissimo, e ci aspettavamo da lui la grinta sempre dimostrata. Stavolta pare in ripiegamento, e forse è vero che l’opera del diciannovenne Schiller e del giovane Verdi sarebbe meglio diretta da un giovanissimo intemperante, piuttosto che dal sapiente Abbado, che stavolta è stato troppo meditabondo e, come dire, frenato. Il risultato è che lì dove il male è male e non c’è via di mezzo, gli archi non sferzavano e i fiati battevano quasi in ritarata, in luogo di colpi con l’archetto che dovrebbero creare vento, in orchestra, e di fiati che, non diciamo intronare, ma insomma, dovrebbero quantomeno spandersi sicuri, nella sala teatrale. Speriamo, questa nebbia di Abbado, sia cosa passeggera. I masnadieri_Roberta Mantegna (Amalia), Artur Rucinski (Francesco)

Il Coro maschile è quasi sempre in scena: stupendo, è il personaggio meglio impostosi, e ancor meglio sarebbe stato, se solo avessero fornito l’opera di una regìa, e non di un semplice nome famoso (Massimo Popolizio), su cui nulla diciamo perché tanto appariva solo in cartellone e non in scena, dove la regìa non esisteva. Il Coro giaceva ficcato ad un livello ribassato del palcoscenico, arretrato di circa dieci metri dal boccascena: inevitabilmente i volumi erano tutti ribassati. Quando però usciva da quel recinto (ma diciamo noi, ma si possono relegare dei masnadieri in un recinto?!) tuonava potente e il teatro ne era pervaso, avvinto. Volumi, dizione, tutto era perfetto. Lode a Roberto Gabbiani, maestro di una massa corale che fa invia ai migliori teatri del mondo.

Il cast vocale eccelleva con il basso Riccardo Zanellato, nella parte del vecchio padre: egli ha invero una piccola parte, ma nell’aria in cui racconta la fine che gli ha fatto fare quel mostro di suo figlio Franz è preciso, puntuale, con fraseggio nobile e suadente. Insieme a lui il maligno Franz, Artur Ruciński, ottimo baritono, voce importante, personaggio coerente, eccelle nell’aria all’ultimo atto, quando lo sconvolge un sogno che sembra evocare l’Apocalisse e la sua fine. È un momento tellurico, più che sconvolgente, e il personaggio si congeda nella maniera più tremenda che Schiller (e Verdi) potevano trovare. Un frate è chiamato per assolverlo, ma figuratevi se l’assolve! Così Franz getta l’ultima imprecazione e, nel gelo più totale, si impicca. O si impiccherebbe, ma qui non si capisce che fa e cade tramortito a terra, forse per un tòcco maligno, forse colpito da un fulmine. Boh, fatto sta che cade e poi non canta più, quindi è presunto morto.

Amalia, il soprano Roberta Mantegna, è una brava alunna. Canta tutto e prende tutte le note. Ma pochi guizzi, poca interpretazione. Brava, ha svolto il compito. Magari con l’età capirà che oltre a cantare occorre recitare. I masnadieri_Riccardo Zanellato (Massimiliano)

Questi Masnadieri avevano la grave pecca di mancare del tutto di una regìa (quel poco che c’era era ridicolo, fuori luogo, senza giustificazione, senza alcuna esperienza della macchina teatrale) e della parte del protagonista, il tenore. Qui era Stefano Secco, al quale diciamo solo che cinque anni fa avrebbe potuto scegliere di cantare parti adatte alla sua vocalità da tenore leggero, forse di grazia. Ha scelto o lo hanno consigliato male, di fare tutt’altro, e ora si ritrova senza voce, senza credibilità. Gli auguriamo il meglio, ché pare davvero un’ottima persona. Ma qui, in Masnadieri, insulta sé stesso e il pubblico, dimostra poca serietà e poco rispetto per tutti coloro che lavorano alla riuscita di un titolo il più possibile soddisfacente. Il pubblico o non applaude o lo bua.

Questi Masnadieri sgonfiati, spogliati, sembrano il paradigma della città di Roma: senza regìa, senza protagonista. Hai per le mani un capolavoro, fai due cose buone e mille sbagliate. E, come a Roma, così qui, non servono le ottime persone per fare le cose. Servono quelle brave.

di Valerio Tripoli, all rights reserved

I Masnadieri de noantri ultima modifica: 2018-01-24T13:03:27+00:00 da Valerio Tripoli

A proposito dell'autore

È il 1991, il muro è già crollato e l’URSS è in fin di vita, ma Valerio decide comunque di nascere a Raccuja, in Sicilia. Mamma e papà giocano a calcio e fanno tante altre cose normali, ma a Valerio piacciono la storia e il melodramma: per questo si laurea in Lettere Classiche alla Sapienza di Roma. Si iscrive in Giurisprudenza, così un giorno potrà denunciarvi in dodici lingue morte diverse! Ha studiato canto lirico e si interessa di tutti gli ambiti della musica classica. Però classica e basta: non dovete mai parlargli di Allevi, o di quella cricca del Volo. Lo troverete in un teatro d’opera dove, imprecando contro un cantante o un direttore, tenterà di evocare il divo Claudio. Abbado.

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