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Di Ilaria Supino

Uno nasce, si nutre, cresce bene, cresce male. Dorme, sta scomodo, guida, respira, sospira. Sbuffa, si rammarica, si rallegra. Uno ama, forse. Forse?

C’è lui che sa nuotare soltanto nei suoi occhi e ora che la bassa marea della loro storia glieli ha portati di via, quegli occhi, non riesce più a guardare il mare. C’è lei, un’alba spagnola, poche ore a mollo in troppa passione, troppa distanza diluita in poche parole. C’è lui, un tetto su cui fare l’amore, la forza di perdere qualcuno per non permettere a quel qualcuno di perdersi. C’è lei, l’oceano di mezzo, la debolezza di quando ti manca una pelle e nessuna vale quell’odore.

C’è lei, e lui che è il suo errore.  Il graffio, la cicatrice, il bisturi. Ricucire, ricucire lo squarcio. Ma per star meglio, per far funzionare la cura non basta sedare, non basta ricomporre. Soprattutto se, sotto quei punti di sutura, il corpo estraneo resta carne nella carne. Fa il solletico ai tuoi nervi, ti paralizza gli organi. E il respiro? Dove lo metti il respiro? Se lui se l’è ancorato alla sua bocca, e a ogni sua smorfia quel respiro si distrugge? Coriandoli di te senza carnevali emotivi da festeggiare.

Uno nasce, si nutre, cresce bene, cresce male. Ama bene, ama male. Ho le vertigini a sentire l’orchestra di cuori insoddisfatti che scivolano sull’universo. Una sinfonia di “sto con lei, ma vorrei Lei”, una tempesta di “in fin dei conti stiamo bene assieme”

In fin dei conti?

Ma non sarebbe meglio accontentare invece di accontentarsi?

Perché poi uno dovrebbe capire che quella lì, che è la tua persona, non starà mai buona ad aiutarti nel tuo razionale intento di oblio. Quella li, che è sempre la tua maledetta dannata persona, starà lì con la sua assenza a vanificarti ogni altra presenza. Starà lì col suo silenzio a insonorizzarti le emozioni. Ti farà male il fegato, il pancreas, la giugulare, l’alluce. Sarai tossico, infettato senza vaccino.

E, alla fine della giostra, quello che io sono riuscita a capire è che uno deve aggrapparsi a quella malattia, avvelenare gli anticorpi, cestinare le medicine e restarsene lì con le placche al cuore.

Perché fino a quando quell’amore virale ti abiterà, tu avrai la preziosa fortuna di dirti vivo.

Mancare, mancarsi ultima modifica: 2012-10-16T11:21:03+00:00 da Redazione

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