Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

“Pur nel mutevole evolversi dei costumi sociali, non ritiene il Collegio di poter con tutta tranquillità affermare che la donna appartenente ad una famiglia di mafiosi abbia assunto ai giorni nostri una tale emancipazione e autorevolezza da svincolarsi dal ruolo subalterno e passivo che in passato aveva sempre svolto nei riguardi del proprio uomo, sì da partecipare alla pari o comunque con una sua propria autonoma determinazione e scelta alle vicende che coinvolgono il clan familiare maschile”.  

Tribunale di Palermo, I Sezione Penale, Maggio 1983.

Vige da sempre nell’immaginario collettivo l’idea che la grande criminalità organizzata poggi le proprie fondamenta su una struttura organizzativa esclusivamente maschile, dipingendo il ruolo della donna come subordinato e secondario tanto da determinare, almeno fino ad anni relativamente recenti, un incondizionato atteggiamento ostinatamente giustificatorio del sistema giudiziario nei confronti del genere femminile. Da tale situazione le associazioni mafiose hanno tratto un cospicuo beneficio sfruttando il ruolo di “soggetto inconsapevole”, che le istituzioni cucivano addosso alle donne, per gestire tramite esse attività economiche e scambi di comunicazioni tra familiari detenuti e liberi.[1] Lo stereotipo femminile nel contesto mafioso porta a considerare la donna, da un lato, come oggetto passivo e merce di scambio nelle politiche matrimoniali al fine di stringere nuove alleanze tra le diverse cosche e, dall’altro, come soggetto attivo limitatamente al contesto domestico, nel quale educa i figli alla “religione dell’onore e della vendetta” ed alimenta la cultura del silenzio e dell’omertà. Il pregiudizio di innocenza che aleggiava, pertanto, attorno alla figura femminile ha così, a lungo, determinato garanzia di impunità ai movimenti criminali operati da donne nell’ambito degli “affari di famiglia”, essendo al più chiamate a rispondere per “concorso esterno” nei reati o per favoreggiamento, ma quasi mai per responsabilità diretta. Indubbiamente determinante, in tale contesto, si è rivelata una diffusa visione sessista da parte della società, per cui le donne sono esseri dall’indole angelica, incapaci di spietate violenze e, per di più, vittime di una imprescindibile sottomissione psicologica e funzionale agli uomini della famiglia, detentori di un vero e proprio diritto di proprietà nei loro riguardi. A tal proposito, il magistrato Teresa Principato parlava di “donne che abdicano a qualunque diritto sulla propria vita, accettano di farsi strumento della cultura mafiosa e di vivere di riflesso del potere e del ruolo che i loro uomini assumono all’interno dell’organizzazione”.

Se quanto finora descritto corrisponde indubbiamente all’immagine tradizionale della donna di mafia e parzialmente anche alla realtà, non vi è alcun dubbio circa il fatto che sono da tempo in atto importanti cambiamenti, frutto della esponenziale crescita ed evoluzione delle mafie, anche dal punto di vista strutturale ed operativo. Ci troviamo dinanzi a quel fenomeno che Siebert chiama “emancipazione ambigua” [2], in cui sembrerebbe che le donne di mafia vivano quanto vissuto dalle donne in generale a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 nella “società legale”. Si registra, infatti, un loro significativo accesso a mansioni e cariche criminali tipicamente maschili; non più, quindi, solo “messaggere” (tra i padri, i fratelli, i mariti ed i figli in carcere ed il mondo esterno) ma detentrici spesso di indiscussa leadership. Assistiamo così alla femminilizzazione di ruoli di spicco, da sempre ad esclusivo appannaggio maschile.

Le pagine di cronaca palesano come le cosche d’ogni parte del Meridione siano sempre più guidate da donne che rimpiazzano mariti o fratelli. Ricordiamo: Ilenia Bellocco, detta “Velenia” per la sua durezza ed inaudita violenza, considerata padrona di una fetta della piana di Gioia Tauro intorno a Rosarno. Lì suo padre Umberto Bellocco, detto “Assu i mazzi”, fondò l’omonima cosca, notevolmente cresciuta dopo le nozze tra la Bellocco e Giuseppe Pesce, reggente di Rosarno. All’indomani della scomparsa del marito (latitante) “Velenia” iniziò, secondo gli inquirenti, ad occuparsi personalmente della trasmissione di ordini, dell’incasso di soldi delle estorsioni e dei traffici; l’ultracinquantenne Angela Ferraro, madre della collaboratrice di giustizia Giusy Pesce e di Francesco e Marina (entrambi accusati di mafia), moglie del boss Salvatore Pesce, detto “Ù babbu”, e sorella di Giuseppe Ferraro (anch’egli affiliato), svolgeva un ruolo di primo ordine. Nelle intercettazioni che la vedevano protagonista ai tempi del processo “All inside”, emergeva una personalità feroce, impegnata per conto della famiglia nella gestione del racket di Milano, del traffico di droga e di estorsione, in totale autonomia decisionale; Nunzia Gravino, sorella dei tre boss di Brancaccio (quartiere di Palermo), gestiva gli affari di famiglia all’estero; Beatrice Zagaria, sorella del boss dei Casalesi, Michele Zagaria, amministrava le risorse derivanti dall’attività di spaccio di droga ed estorsione, occupandosi del relativo incasso; infine, risale a pochi giorni fa la notizia della condanna in Puglia di Gabriella De Dominicis, che ha rimpiazzato il marito nella cura degli affari criminali nell’attività della Sacra Corona Unita. Si tratta di vere e proprie boss di mafia, pienamente attive in settori quali: l’usura, il contrabbando, la preparazione e l’occultamento della droga, il lotto clandestino[3].  Il dilagante aumento delle quote rosa nel contesto della criminalità organizzata è stato poi evidenziato a chiare lettere dall’ex presidente della Corte d’Appello di Napoli, Antonio Bonajuto, il quale, con specifico riguardo alla Camorra, sosteneva che: «L’assenza dei capi ha prodotto anche un’insolita successione all’interno della famiglia camorrista, non solo in favore dei giovani, ma anche e soprattutto delle donne che, senza alcuna remora e spavaldamente imponendo un’ormai raggiunta parità di genere, assumono il comando del clan» e lo fanno «gestendo piazze di spaccio, favorendo ricercati e latitanti e, incuranti della vita breve che promettono ai figli, votati a finire i propri giorni in carcere o nella tomba, assicurando la continuità dell’impresa familiare alimentandone ogni potenzialità criminale”. Un quadro fattuale e giudiziario, dunque, profondamente cambiato rispetto a ciò a cui un tempo eravamo abituati.

Ma perché parlare, allora, di “emancipazione ambigua” o di “pseudoemancipazione”[4]? Fino a che punto le donne hanno davvero eguagliato gli uomini? Possono dirsi effettivamente dotate di massima libertà di autodeterminazione?

Sebbene, indubbiamente, sembrerebbero aver raggiungo la figura maschile sul piano criminale, esse paiono, di contro, ancora legate ai tradizionali sistemi patriarcali dal punto di vista individuale. Vivono, dunque, ed operano in un contesto nel quale è la figura maschile a detenere il massimo potere decisionale, in special modo sulla vita delle madri, figlie e sorelle. A tal proposito si può richiamare la vicenda di Nunzia Graviano, detta ‘a picciridda, la quale, nonostante l’indipendenza economica ed il ruolo di leader assunto nella gestione degli affari di famiglia, è stata costretta a sottostare al volere della famiglia ed ai suoi valori tradizionale, lasciando così il giovane medico siriano di cui era innamorata.

Si profila  un sistema di mafia al femminile che è connotato da innegabili ambiguità, collocandosi a metà strada tra un passato ed un futuro in cui il “patriarcato maschilista” tenta di essere superato con non poche difficoltà e resistenze.

di Isabella Inguscio, all rights reserved

[1] Tamburi L., Donne malamente? Il dilemma dell’emancipazione.

[2]  Siebert R., Donne di mafia: affermazione di uno pseudo-soggetto femminile, in AA.VV., Donne e mafie. Il ruolo delle donne nelle organizzazioni criminali, a cura di G. Fiandaca, Università degli Studi di Palermo, Dipartimento di Scienze Penalistiche e Criminologiche, Palermo, 2003, p. 34

[3] Lirio A., “Mafia, è l’ora delle padrine”, inchiesta de “L’Espresso”, 2013

[4]  Ingrascì O., Donne d’onore, storie di mafia al femminile, Bruno Mondadori, Milano, 2007, p. 84

Con ringraziamento all’associazione daSud per la consultazione del dossier “Sdisonorate- Le mafie uccidono le donne”

 

 

Madrine. L’emancipazione ambigua ultima modifica: 2018-04-06T19:30:43+00:00 da Redazione

Utilizziamo cookie analitici e di profilazione di terze parti per migliorare la tua esperienza di utilizzo. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi