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Ho conosciuto Giuseppe Tangorra. L’ho conosciuto attraverso le sue fotografie.

Se lo potessi definire utilizzando una sola parola, io direi “Verità”.

Ed è strano, perchè di solito i fotografi che si esprimono con il bianco e nero non mi danno questa sensazione. Penso sempre che ci sia troppa evanescenza, che gli spazi necessitino di contorni. Con queste foto è stato tutto diverso. Con gli scenari meravigliosi della Puglia e dei suoi carnevali, con i ritratti ed i paesaggi, Giuseppe ci riporta a sensazioni dimenticate, a remote nostalgie. Lo fa scegliendo l’innocenza di soggetti semplici o resi semplici proprio tramite il suo modo di fotografarli. Li spoglia di tutto.

E come per incanto, noi riusciamo ad incontrare il loro io più primitivo, le loro storie più nascoste.

Raccontaci un po’ di te: come è nata la passione della fotografia e come hai imparato?
 La mia passione per la fotografia è nata tantissimi anni fa. Fin da piccolo, infatti, avevo l’abitudine di prendere la macchina fotografica dei miei genitori e fotografare tutto ciò che mi circondava (soprattutto i miei piedi). In particolare, ricordo la Zenith comprata da mio padre al porto di Savona da un navigatore polacco, purtroppo andata poi perduta. La vedevo come un oggetto misterioso e affascinante, pur non sapendola usare. Mi piaceva giocarci e osservarla. Crescendo poi ho coltivato altri interessi, riavvicinandomi alla fotografia in un’estate della mia adolescenza, quando iniziai a lavorare da un fotografo del mio paese, imparando così pian piano a gestire la luce. Finito il liceo e dopo un anno al DAMS di Bologna, università purtroppo mai terminata, ho iniziato a lavorare sulle navi da crociera. Lì è esplosa definitivamente la mia passione per la fotografia, passione che poi, tornando con “i piedi per terra”, ho fatto diventare un lavoro, dopo aver studiato e continuando a studiare tuttora. Penso che la ricerca fotografica non possa mai aver fine: è un mondo intenso ed infinito.tangorra1


Cosa preferisci fotografare e perché?

Nei miei lavori cerco la presenza umana, che sia reale o solo una traccia, che ci sia almeno un segno tangibile del suo passaggio. Spazio dai ritratti al reportage documentaristico, dall’osservare i centri storici all’importanza del lavoro artigianale nei diversi paesi. Un progetto a cui sono molto legato è  NO MAN’S LAND, una mia personalissima ricerca di territori, paesi, luoghi, persone abbandonate. La ricerca indaga su tutto quello che l’abbandono procura e, ancor prima, sul perché dell’abbandono. E’ un progetto partito ad inizio 2013 che sto ancora portando avanti e che credo finirà tra un paio di anni; è legato alla mia vita, alle mie esperienze, ed è per me una specie di purificazione dell’anima, un regalo che sto facendo a me stesso, trasferendo e concentrando tutti i miei sentimenti in fotografie. Sono lavori, cosi come il 99% della mia produzione, fatti e pensati in Bianco e Nero, abbandonando l’idea dei colori ed usando via via sempre meno contrasto, proprio perchè purificandomi, “abbandono” anche qualsiasi tipo di contrasto interiore. Si tratta di foto quasi senza tempo: in alcuni luoghi (Apice vecchia, Conza della Campania) il tempo si è fermato a causa di un terremoto, ad esempio. Tutto infatti è immobile anche all’interno delle miei fotografie, ferme come se non ci fosse un domani, ma lasciando agli occhi dell’osservatore la possibilità di porsi delle domande su quello che c’era prima di quello scatto, su come fosse la vita prima di quello scatto, e domandandosi anche cosa sarà dopo. Fondamentalmente, la responsabilità più grande della fotografia è proprio questa: vedere un’immagine e sapere che in quel momento sta accadendo qualcosa: ma poi?  E prima?

Lascio così ampio spazio all’immaginazione!tangorra2

Ho visto che spesso hai fotografato i carnevali di vari paesi della
tua regione: la Puglia. Come mai questa scelta? Cosa sei teso ad evidenziare quando scegli
questo tipo di fotografia?

Sono legato al carnevale storico di Putignano, che mi affascina e mi attrae. L’ho fotografato per 2 anni di seguito (peraltro vincendo tutti e due i concorsi legati al carnevale). Sappiamo tutti cosa succede durante il carnevale: la gente si mostra per quella che non è, si maschera, si trasforma. Il bello è trovare la giusta dose di emozioni anche dietro delle maschere, trasmettere felicità , gioia ed allegria, proprio come nello spirito del carnevale. Io vado alla ricerca di quello che c’è dietro le maschere, perchè è facile metter su una maschera e far finta che tutto sia bello, ma noi, che guardiamo il mondo attraverso un mirino, dobbiamo stare attenti a mostrare sempre la verità . Siamo sicuri che quella gente mascherata sia davvero felice? La realtà non è invariabile, tutti abbiamo la possibilità di reinventarla secondo quello che è il nostro occhio.tangorra3

Alcuni fotografi sono molto manichei rispetto ai ritratti. Sostengono che un fotografo che fa ritratti non possa occuparsi di tutto il resto e viceversa. Tu cosa ne pensi?

Chi l’ha detto che un fotografo che fa ritratti non possa far altro e viceversa? Guarda me ad esempio: io faccio sia ritratti sia reportage. Sto sbagliando qualcosa? Non credo, o meglio, spero di no a livello qualitativo. L’importante è essere onesti con se stessi e nei confronti della fotografia, perchè nelle immagini che poi proponi si nota subito se stai mentendo o meno. La fotografia è esattamente la giusta“esposizione” di quello che hai dentro. Puoi mentire al mondo, ma non puoi farlo con le fotografie. Io penso che ognuno può fare i generi di fotografia che preferisce, l’importante e rivedersi dentro ogni scatto. Nei miei ritratti ad esempio, sono solito cercare la luce in modo da veder riflesso negli occhi del soggetto la mia sagoma: devo esserci io.tangorra4

Parlaci dell’ultimo concorso fotografico a cui hai partecipato

L’ultimo concorso a cui ho partecipato è legato al carnevale di Putignano. Ho presentato un intero progetto, una serie di ritratti alle maschere della sfilata ( link al sito: giuseppetangorra.com ). Ho voluto provocare un pò tutti presentando immagini in bianco e nero e dando un titolo particolare : “Mask Yourself and Smile – chi l’ha detto che il carnevale deve essere per forza a
colori?” In ogni foto c’è un sorriso o un momento di gioia, ci sono maschere che probabilmente si mostrano per quello che non si è: allegri. Ho cercato la loro espressione, chiacchierandoci prima per qualche minuto e cercando di creare una sintonia tra me e loro, arrivando poi a coglierne l’essenza ed il motivo della loro presenza nella parata!

Sarà per questo forse, ma alla fine sono stato premiato, e ancora ne vado fiero!

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Sicuramente continuare a studiare (frequento la scuola di fotografia “Accademia di fotografia Julia Margaret Cameron” di Benevento), continuare a pormi in maniera umile, senza mai sentirmi “arrivato”… sarei finito! Poi il resto si vedrà. Vorrei terminare il NO MAN’S LAND. Il 14 luglio di quest’anno si inaugurerà una mia personale sui commercianti e gli artigiani di Capurso, il mio paese, con 47 fotografie in bianco e nero. Il bello è non fermarsi mai, sarebbe sciocco fermarsi proprio ora. Un mio progetto e sogno è quello di fare un reportage nel ghetto di Kingston in Jamaica. Rimanere lì per qualche tempo, diventare uno di loro, acquisire la loro fiducia e regalargli la possibilità di sentirsi importanti tramite le mie immagini, cercando di dar voce a tutti attraverso le mie fotografie…. Ma forse rimarrà solo un sogno questo.tangorra7
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tangorra8Intervista a cura di Adriana Lagioia.

Ma chi l’ha detto che la felicità è a colori? Intervista a Giuseppe Tangorra ultima modifica: 2014-06-05T08:40:23+00:00 da Redazione

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