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Ah! Il viaggio è un bagno di umiltà: ti rendi conto di quanto è piccolo il luogo che occupi nel mondo. (Gustave Flaubert)

“Sai chi sei?” Una domanda che non ci poniamo spesso, ma che quando si insidia pretende incalzante una risposta. Quando questo pensiero si è annidato nella mia mente, l’esigenza di scavarmi mi ha portata alla decisione di viaggiare per due settimane da sola per la Spagna. Più che il ricordo del clima solare di Valencia, delle graziose e curate vie di Madrid, della multietnica e pittoresca Toledo, del caos di Barcellona o dell’opposta tranquillitàà e ruralità di Minorca, di questo viaggio mi sono rimaste le sensazioni di chi si è riscoperto, perdendosi in luoghi e persone sconosciuti, ad osservare in realtà sé stesso. Atterrata a Valencia non ero più io, non ero più la giovane donna in viaggio di laurea, ma solo una persona, una tra tante, che visita un posto e che, come un infedele che tradisce, aveva dimenticato i veri affetti per degli sconosciuti. Questa sensazione, alla Vitangelo Moscarda, non solo mi ha accompagnata per tutto il viaggio, ma è cresciuta insieme a ciò che mano a mano accumulavo e conservavo nel mio bagaglio di esperienze e sensazioni. Un indubbio vantaggio del viaggiare da soli è, appunto, la possibilità di vivere i posti e le città nel modo più vero possibile, seguendo e inseguendo le opportunità del momento, interagendo con estranei che probabilmente non avrei degnato di una parola se fossi stata in compagnia.

È assecondando gli eventi e l’istinto che mi sono ritrovata al Museo nazionale della ceramica “González Marti” di Valencia,  dove un  maestro di piano mi ha chiesto di narrare al pubblico presente in sala un ricordo e sulla base delle emozioni ad esso annesso ha suonato una melodia elaborata per me. A Madrid, in ostello, ho conosciuto l’esuberante Rita, una ragazza giapponese che a causa del lavoro di suo padre ha vissuto in tre continenti diversi e che ora fa la cuoca a Bruxelles. Lei, tra tapas e sangria, mi ha raccontato la storia della sua vita, attraverso la spiegazione dei tatuaggi sparpagliati come isole sul suo corpo minuto. A Toledo, passeggiando per le vie monocromatiche di questa città mosaico, ho fatto l’incontro più interessante: Ariel, un diciannovenne colombiano, con il viso pulito e pieno di speranza, trasferitosi in Spagna per studiare chitarra classica. Con il mio omonimo ho cantato a Plaza de Ajuntamiento, dimenticandomi dei passanti e ricordandomi cosa voleva dire per me alla sua età, senza il peso dei doveri e dello studio universitario, la musica.

Con queste e altre persone conosciute lungo il tragitto ho scoperto lati di me che credevo persi, ho ritrovato la spontaneità che inevitabilmente si perde nella routine della vita quotidiana. Nella solitudine delle mie esplorazioni urbane, al contrario, mi sono abbandonata. Perdendomi tra luoghi e tra la gente, ho distolto l’attenzione da me stessa per focalizzarmi su ciò che mi circondava, della mia persona rimaneva solo la percezione di quanto piccolo è lo spazio da me occupato nel mondo. Che fossi seduta in un bar a bere horchata, al Museo Reina Sofia ad ammirare la Guernica di Picasso o che stessi passeggiando per La Rambla a Barcellona poco importava, io rimanevo sempre e soltanto la spettatrice di ciò che mi circondava e mai la protagonista.

di Ariella Fonsi, all rights reserved

Lonely Planet Spagna: guida su come partire da soli e tornare con se stessi ultima modifica: 2017-09-11T07:27:52+00:00 da Ariella Fonsi
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A proposito dell'autore

​Sono me stessa, solo me stessa. Mi chiamo Ariella, ma oramai per molti sono Ariel (sarà per l’assonanza ? Saranno i capelli rossi? Saranno le squame verde acqua sulle gambe? Non saprei). Dovendomi qualificare e identificare in una determinata tipologia di essere umano (e non voglio, ma questa è pur sempre una biografia) potrei descrivermi come una giornalista per caso, una cantante per passione e una giurista per vocazione.

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