L’Italia della leadership divisa (e condivisa)

di Cecilia Bonacini

L’Italia della leadership divisa (e condivisa)

di Cecilia Bonacini

L’Italia della leadership divisa (e condivisa)

di Cecilia Bonacini
4 minuti di lettura

Continua l’ondata di crisi nella maggioranza. Conte viene lasciato solo “al Governo” da Matteo Salvini che decide di non riferire in prima persona in aula sul caso dei finanziamenti russi alla Lega e da un Di Maio che opta per la mossa politica di far uscire i suoi dall’aula del Senato nella medesima occasione.

Il Premier, vista l’alta tensione degli ultimi giorni, si sbilancia dichiarandosi addirittura disponibile a presentarsi in Parlamento per chiedere una nuova fiducia con una nuova maggioranza, a conferma della reale esistenza dell’opzione elezioni.

Dalle vicende caotiche ed imprevedibili delle recenti settimane si possono però estrapolare alcune tendenze, queste invece molto chiare.

Salvini sta realizzando, lentamente, la sua strategia, alzando i toni, attaccando ogni qual volta ci sia occasione, per indebolire i suoi coinquilini e portando avanti le iniziative del suo partito che erano, sì, quasi tutte nel contratto di Governo ma che non risultano percorribili almeno nei modi e nei tempi da lui pretesi. La sua lecita decisione di non riferire in Aula non è stata compresa da molti, e quindi si può solo ipotizzare quali siano state le sue ragioni: forse è stato per proteggere l’integrità del suo partito colpito dai molti scandali, forse tutelava sé stesso per non perdere la credibilità in un delicato momento della vita politica del Paese o forse stava semplicemente provando ad innescare l’ennesima trappola per fare pressione sulla possibilità di un voto anticipato.

Comunque sia, è palese che il Ministro dell’Interno stia cercando di sovvertire i rapporti di forza nel governo, prima chiedendo di cambiare alcuni Ministri poi chiedendo la testa dello stesso Presidente del consiglio. Stavolta però quest’ultimo ha apertamente detto di non volersi fare mettere da parte e ha ricordato quale sia il suo ruolo e la sua posizione di terzietà, e fino a quando il Governo reggerà il capo dell’Esecutivo resterà lui. Finalmente una dimostrazione di forza per rimettere al loro posto i meno mansueti.

Un altro dato di fatto è che la crisi non è prerogativa esclusiva della maggioranza, ma sta serpeggiando ormai da tempo all’interno del Movimento, il quale continua nonostante tutto con le scelte infelici. Lasciare il Senato è stato un segno di debolezza e per di più di poco rispetto nei confronti del legittimo Primo Ministro. Era una occasione importante per dimostrare la loro superiorità alle provocazioni del socio della maggioranza, ma come al solito è stata persa per protesta.

Anche qui, ragionevole la loro posizione di non accettare l’assenza di Salvini, ma rinunciare alla seduta non è stato altrettanto ragionevole. Poi, parte del gruppo vorrebbe fare cadere il Governo e ripartire dal PD (o almeno da quella parte disposta a collaborare con le stesse persone fino a poco prima definite “incompetenti”), l’altra parte invece non mette in discussione la maggioranza ma non è più disposta a stare sottomessa ai tiri della Lega.

Gli sviluppi del caso TAV non hanno migliorato la situazione, non tanto per la sua realizzazione in sé, ma piuttosto perchè i 5 stelle non sono riusciti, per ora, ad imporsi politicamente e a convincere della bontà della loro posizione. In un momento come questo, il caos interno al Movimento non aiuta certo a dare una immagine di stabilità e coesione interna che incrina ulteriormente il loro fronte, dando modo a Salvini e ai suoi di guadagnare terreno.

Non è sufficiente ribadire i buoni rapporti intercorrenti con i colleghi, ma sarebbe opportuno dimostrare nei fatti che sia così e che ci sia stima e fiducia reciproca per un prosieguo della collaborazione. Questo sarebbe l’unico modo per realizzare i propri progetti, nel complesso gioco di compromessi che sta caratterizzando questa legislatura. Forse sarebbe anche ora che i 5 Stelle definissero una vera linea politica e non solo una serie di rivendicazioni da fare per protesta, che gestissero i dissapori al loro interno e che lavorassero duro per rialzare la testa.

La crisi è innegabile ma è chiaro che nessuno dei due giocatori aveva intenzione di far cadere il Governo, entrambi vogliono continuare a lavorare e  a lavorare insieme. Così ha dichiarato Matteo Salvini in diretta Facebook e lo stesso Di Maio ha sentenziato che non avrebbe mai aperto una crisi politica poiché per lui “significherebbe darla vinta agli altri”. La realtà probabilmente è un’altra. Entrambe le parti giovano di questa situazione, tanto che i consensi elettorali non sembrano scendere. Fino a quando possono scaricare la responsabilità dei fallimenti sui colleghi e le loro forti divergenze non credo ci possa essere un reale interesse a tornare al voto. Restano, comunque, tante le divergenze sulle opere pubbliche da realizzare e sulle Autonomie. Non resta che aspettare che si calmino le acque o che le continue pressioni tra Lega e M5S portino effettivamente a qualche risultato concreto.

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