L’irrilevanza di chiamarsi Europa: la fine di un sogno?

di Leonardo Naccarelli

L’irrilevanza di chiamarsi Europa: la fine di un sogno?

di Leonardo Naccarelli

L’irrilevanza di chiamarsi Europa: la fine di un sogno?

di Leonardo Naccarelli
3 minuti di lettura

Il 2020 è iniziato magnificamente, per chi commercia missili terra-aria. In Libia ed Iran il nuovo anno ha portato un inasprirsi delle tensioni. Non che solitamente le cose vadano tanto meglio. Possiamo dire soltanto che questa è la fase in cui ci è caduto l’occhio su quella porzione di globo. Un occhio opportunista e cinico. Chi più, chi meno, tutte le grandi potenze hanno colto l’occasione per rafforzare la propria posizione nello scacchiere internazionale, tranne una. La grande assente è stata l’Unione Europea e, cosa grave, nessuno se n’è accorto. Ci sarebbe da discutere sull’ effettiva natura degli aggettivi “grande” ed “unica” riferiti all’ Unione Europa, ma meglio soprassedere.

Mentre infatti in tutto il mondo si discuteva e dibatteva di politica estera, gli europei si rendevano amaramente conto di non aver nulla da dire. L’UE in questi giorni sembrava Alberto Sordi in” La Grande Guerra”: Buoni, state buoni! Parole al vento, inascoltate. Non c’entra nulla che siano parole di pace in un contesto quasi bellico. La causa è da ricercare altrove.

Le istituzioni europee sono irrilevanti perché, per attirare l’attenzione, la condizione minima sarebbe avere un’idea, una prospettiva comune. La banalità avvilente delle dichiarazioni di questi giorni altro non sono che la rappresentazione plastica della mediocrità dell’odierna classe politica europea. Il loro immobilismo cronico sta portando alla dissoluzione del più ambizioso sogno politico dal secondo dopoguerra in avanti.  Il risveglio è un misto di delusione e risentimento.

A che cosa serve festeggiare il rinvio della venuta al potere dei sovranisti se poi i competenti europeisti si rivelano incapaci di fronteggiare qualsiasi dossier? Che europeisti sono quelli che non riescono mai a fare quadrato per difendere e portare avanti le istanze europee? Questi fallimenti sono il naturale evolversi di un’originaria utopia?  Se sì, come superare una tale presa di coscienza?

Parafrasando Gaber, “l’UE è un organismo innocuo, sconfitto, che riesce solo a vivere rifugiandosi nel suo piccolo mondo”. Sono ormai anni che l’Unione Europea è un qualcosa che procede a ritmi troppo compassati per resistere alle pressioni della realtà contemporanea. Si muove così lentamente che ha iniziato a camminare all’ indietro. Quest’andatura a gambero non può essere totale perché l’avanzata dell’integrazione europea si è interrotta prima del dovuto ma dopo che diventasse irreversibile. Costretta in questo penoso limbo, l’Unione Europea si ritrova priva di qualsiasi identità politica, senza strumenti per comprendere ed orientare gli eventi ed i fenomeni globali. Non bastano una struttura istituzionale arzigogolata ed una gamma di vocaboli tecnici sempre più vasta per coprire e riempire questa voragine. Non più, almeno.

Certo, qualcosa di buono c’è. Tuttavia, non riesce ad alleviare la mia disillusione. Non mi serve a niente sapere che siamo un continente con un tasso tecnologico elevatissimo. Non mi risolleva il morale sapere che l’Europa ha circa una volta e mezza gli abitanti degli USA. Anzi, se possibile mi rende ancora più nervoso. Non so che farmene di un continente “intelligente ma che non si applica”. Specialmente quando il non applicarsi comporta l’arretramento valoriale, l’appetibilità di ideologie proprie di epoche buie e mai troppo lontane.

Non è ancora troppo tardi per ridare luce al progetto di integrazione europea, ne sono convinto. Tutto diverrà più facile quando capiremo che 27 singoli Paesi non possono andare da nessuna parte agendo da soli. Ci accorgeremo di come sia obiettivo strategico di Trump e Putin che deflagri l’UE e forse ci chiederemo perché.  L’augurio è che non ci si renda conto delle opportunità che offre l’Europa quando tutto sarà finito. Insomma, che la Brexit ci insegni qualcosa per il futuro.

Se questa fosse una lettera, questo sarebbe lo spazio per i saluti di rito. Ti chiederei di aver cura di te, di non perderci di vista, di rispondermi presto. Ma tutto questo non accadrà. Infatti, questo articolo non è una lettera: non fosse per altro che non saprei a chi indirizzarla. Inoltre, non sono così sicuro che tu, UE, sia veramente padrona del tuo destino. I fatti, per me, dicono questo ma puoi sempre smentirmi. Scrivendomi, sai dove contattarmi, o facendo cose. A te la mossa, il mio turno è finito.

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