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Che negli ultimi anni il cinema abbia scelto di raccontare storie di periferia è ormai evidente.

Dopo Fortunata, Cuori Puri, Indivisibili, Non essere cattivo e molti film presentati alla 74esima edizione dalla Mostra Internazionale dell’arte cinematografica a Venezia, si percepisce una vera necessità di raccontare l’autentico e la realtà di certe emarginazioni chiuse dentro la propria cultura di quartiere.

Una narrazione inizialmente esclusiva è, quindi, diventata mainstream, rendendo difficile restituire unicità nel genere ad una scelta cinematografica “di genere” ma altamente diffusa.

Eppure, Leonardo Di Costanzo è riuscito a essere originale ed esclusivo nella regia del suo ultimo film, L’Intrusa. Un titolo che racconta un’integrazione ai limiti del possibile, una straniera in terra di altri, una realtà di emarginazione violenta che ti fa sentire “altra” in mezzo agli altri. Altra nella cultura della diversità e dell’abbandono. Il regista racconta una Napoli che esclude, e una che include, abbracciando e togliendo dalla strada della malavita.

L’intrusa è la fotografia di una realtà che ci corre accanto, e noi neppure ce ne accorgiamo. Poi, scopriamo che esiste grazie al Saviano di turno, eppure era lì. Da tempo. Nei gesti, e nel linguaggio.

Il documentario partenopeo è un meraviglioso esperimento di realismo crudo, che cattura in ogni sua espressione cinematografica la tenerezza e il dolore di certe realtà escluse.

Una donna testarda, una madre e una figlia. Il pregiudizio e la paura.

di Natalina Rossi, all rights reserved

“L’intrusa” e il realismo partenopeo crudo ultima modifica: 2017-10-09T06:15:14+00:00 da Natalina Rossi

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