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È un apparato umano variegato e insieme monotono quello rappresentato da Sorrentino in La grande bellezza. Il film, che torna ora al cinema nella versione integrale dopo essere stato amato e odiato, dopo aver suscitato polemiche e discussioni, a tratti si spinge oltre, divenendo quasi profetico nel messaggio e ieratico nel linguaggio. Il punto di vista è ben definito e l’occhio, pur volto al futuro, non distoglie lo sguardo dal passato.  Tutto, a cominciare dalla bellezza, sembra declinato ad un tempo trascorso econ essa la vita dei protagonisti sospesi o meglio smarriti in un presente vuoto che tentano inutilmente di riempire. Inutilmente perché lo caricano di superfluo, di eccesso, fino a rendere questo vuoto, per la sua vacua pienezza, insostenibile. La nostalgia di un passato migliore, anche perché idealizzato è uno dei tanti binari attraverso cui, lento e inesorabile, scorre il film. Ma la lentezza non è un difetto, anzi rende icasticamente l’idea della dilatazione del tempo che pure è rappresentata dall’eternità qualità somma di Roma, più che sfondo protagonista del film. Ripresa prevalentemente all’alba, la città appare davvero l’unico sublime che possa ancora avere una funzione catartica sull’animo tormentato dei personaggi rappresentati e soprattutto delprincipale tra loro. Giornalista di una famosa testata, autore di un solo e unico romanzo giovanile (“l’apparato umano”), Jep Gambardella, si trova in uno stato di empasse dal quale non riesce e forse neppure vuole uscire. Magistralmente interpretato da un sempre più bravo Toni Servillo, Jep è un uomo molto sicuro di sé le cui certezze tuttavia vengono messe in crisi da un continuo esperire la morte. Non solo reale ma anche metaforica. La morte di chi gli sta accanto e quella dei valori in cui forse almeno in passato avrà creduto. Cinicamente attraversa il presente così come attraversa Roma dove vive per non vivere o, come avrebbe detto Flaiano, per imparare a “perdere la vita”.

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La città eterna è l’unica ad essere eternamente bella. La bellezza, anche la grande bellezza, è effimera per definizione. Come tutto ciò che circonda l’universo del protagonista, sa di morte. È un’estate indiana quella in cui sono immersi i personaggi che racchiude in sé i germi della distruzione. Dalla spietata rappresentazione di parte della società odierna, quella degli ambienti pseudo-intellettuali, più che la critica emerge la riflessione, il disincanto. È una presa di coscienza che non porta al sovvertimento quanto piuttosto alla compassione per se stessi e per gli altri. Per quanti si muovono confusamente senza avere una direzione, illuminati dalle luci artificiali della notte e spaventati dalla luce reale del giorno che non vivono, che assaggiano all’alba per poi abbandonarla. L’intero film appare come un viaggio al termine della notte, alla ricerca di un nuovo inizio, quello del romanzo che Jep vorrebbe scrivere non riuscendoci perché si è smarrito senza poter più ritrovare la giusta direzione. Intanto, cammina per le vie inverosimilmente malinconiche e silenziose di Roma che con le sue rovine, segni di una grandezza insostenibile e quasi spaventosa, appare la capitale eterna di un impero in eterno disfacimento.

scoprire-la-grande-bellezza-di-roma-attravers-L-DXKooCSovrana regna la legge inesorabile della corruzione morale e materiale. A corrompersi non sono gli antichi monumenti, tracce tangibili di un’eterna bellezza ma, le vite degli uomini che di tanta bellezza riescono a cogliere solo sparuti sprazzi. Nel raffigurare questo senso di decadenza si sente forse più l’eco del Satyricon che della Dolce vita di Fellini. I riti sociali esasperati, l’ansia di un divertimento sfrenato e immotivato, lo spreco e la dissipazione voluta creano un senso di straniamento e alienazione che coglie insieme al protagonista anche lo spettatore. La pienezza superflua del vuoto, il senso di smarrimento, le domande inevase celano e allo stesso tempo mostrano impietosamente il “male di vivere” che sembra aver afferrato questa realtà. Quella del film e anche quella in cui viviamo. Una realtà in cui si è soli pur essendo immersi (o proprio perché si è immersi) nella moltitudine, in cui nulla più è in grado di destare stupore ma tutto crea assuefazione e noia, che fa orrore. Perdendosi in questa Babilonia si scopre l’essenza prima delle cose, si tenta di tornare all’origine, a quel mare cui sono legati i ricordi giovanili del protagonista e che solo può offrire la purificazione agognata. La necessaria catarsi, nel film è rappresentata dall’ascesa della scala santa di San Giovanni portata a compimento da una suora con immensa fatica, a causa dell’età. Ecco che allora quel corpo decrepito, in disfacimento ci appare il più bello perché il più vero, l’unico ancora in grado di stupire per la forza di volontà che lo muove. Volontà di agire che manca invece a tutti gli altri personaggi ed in primo luogo al protagonista. Con l’ascesa si conclude il viaggio al termine della notte che potrebbe essere assunto come metafora dell’intero film e dopo la nuova alba, un nuovo inizio. Si spera.

di Aretina Bellizzi, all rights reserved

 

 

L’INSOSTENIBILE PIENEZZA DEL VUOTO. L’ALTRA GRANDE BELLEZZA ultima modifica: 2016-06-29T10:00:57+00:00 da Aretina Bellizzi

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