L’IMPORTANZA DEI DISCORSI DIRETTI

di Let It D.

L’IMPORTANZA DEI DISCORSI DIRETTI

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L’IMPORTANZA DEI DISCORSI DIRETTI

di Let It D.
4 minuti di lettura

Vera ama i discorsi diretti. Ne fa a migliaia, a chiunque e dovunque, anche se ha poco tempo. Lei è convinta che senza il discorso diretto la comunicazione sia persa, andata, sprecata. Rifugge i che, i se e i ma come i vampiri la luce del giorno. “Vera?” “Sì, dimmi cara …” “Come stai?” “Beh, sto come d’inverno i balconi delle case, sto fuori bella mia!” “E come mai Vera, che succede?” “Lascia stare, è per via di Mario”. “Dai racconta …” (e il mio bel programma di shopping pomeridiano finì lì, alla fermata del tram di via Emanuele Filiberto a Roma, ancor prima di cominciare).

“Siamo andati al reading di Guido Catalano. Chi è Guido Catalano? Una specie di poeta che ci tiene a specificare che è vivente. E’ il mio preferito, tra i viventi intendo, anche se da quando gli ho dato una mia poesia e lui non mi ha né risposto né citato nel suo blog, mi è un po’ calato. Comunque, siamo andati al reading di Catalano… Lui, Mario, era lì ad aspettarmi, con la macchina parcheggiata sul marciapiede della stazione Tiburtina. Non si è neanche accorto che un barbone faceva allegramente la pipì sulla ruota posteriore della sua macchina. Era lì ad aspettarmi, ovviamente dal lato giusto. Non so come faccia a sapere sempre da quale lato della metro uscirò anche quando cambio stazione di arrivo. Era lì ad aspettarmi, in macchina, con i Led Zeppelin a palla, felice. Assolutamente scollegato dal testo e dalla melodia della canzone ma felice. Sono salita in macchina; ero in ritardo, come al solito, perché a me sta cosa di andare al reading di Catalano mi metteva un po’ d’ansia, non so perché, tu chiamale se vuoi, emozioni. Comunque ero in ritardo perché avevo preso la metro nel verso sbagliato, un classico errore di chi è spesso in scacco di sto maledetto scombina piani chiamato inconscio. Chissà che lo pago a fa il mio analista. Dicevo, sono arrivata alla stazione Tiburtina e lui eri lì, felice di vedermi, col suo solito sorriso, coi suoi soliti capelli arruffati e la sua solita calma. Quella calma di chi anche se è in ritardo, prima di salutarti, si può permettere di spendere quei 27 interminabili secondi a guardarti. Secondi che tu ovviamente impieghi a pensare a quanto sei poco presentabile essendo arrivata trafelata direttamente dal lavoro, al fatto che non ti lavi i denti dalla mattina, che hai una fame nera e che se arrivi tardi quei maledetti del locale manco ti fanno entrare. Poi piove santocielo, c’è traffico, la gente è nervosa e mi sa che c’è pure una partita, tipo Roma-Real Madrid…chetelodicoafa, erano tutti impazziti quella sera. E lui era lì, serafico, felice, sorridente, con gli occhi spalancati e felice. Scusa se lo ripeto ma è una cosa che veramente mi snerva. Era lì tra la nebbia ma non era confuso. Continuava a guardarmi, mi sorrideva. Mi aveva anche comprato la pizza con la mortadella, e la coca cola. Una in due certo. Mi voleva baciare. Mi ha teso la mano prima, le labbra poi. Era sicuro che io gli avrei risposto. Ma chi te l’ha detto a bello, e guai se mi tocchi il sedere! Infatti ho spostato la guancia e lui si è arrabbiato, era furibondo, avresti dovuto vederlo! Non era vera rabbia lo so. Perché lui mi ama, è ovvio. Mi secca dirlo ma è così. E ha preso i posti migliori in quel locale pulcioso. Ha avuto fortuna, come sempre. Guido Catalano è salito sul palco. Oltre me e Mario c’era un palco appunto con sopra una poltrona e una lampada, una miriade di fogli e 443 rimastini seduti per terra che mi sembravano un po’ sudici. Bevevano tutti, erano disidratati probabilmente. Tranne Mario, ovviamente. Il suo livello di liquidi nel sangue è sempre ottimale. Lui fa come Gesù in rewind, trasforma il vino in acqua. Sì, è vero, ho riso molto durante il reading. Ho anche pianto se è per questo … quando ha letto una poesia smielata sul tenersi stretti perché c’è vento forte. Una roba di un retorico guarda … Mario dice che io gli ho sorriso. Secondo me sarà stato un tic. Non ricordo neanche che mi abbia coperto la testa con il suo K-way blu elettrico per non farmi bagnare mentre tornavamo alla macchina. Certo Guido Catalano sarà fico finché non andrà da Fazio, poi – come capita a tutti – comincerà a drogarsi e a fare risse. Finirà la sua creatività e sarà costretto ad espatriare in Russia per fare successo, come Toto Cutugno. Sono andata a casa di Mario. Sì, abbiamo fatto l’amore. Una cosa mediocre … cameriere, il solito! Le urla erano strazio, i baci diversivi, le carezze poi, la formazione reattiva della mia aggressività. Non mi credi? Neanche voi mi credete? Ma sì non fatelo, vi pentirete di non averlo fatto quando lo lascerò sull’altare. Perché ti sto raccontando di lui se mi fa così schifo? Perché ho bevuto troppi Guido Catalano. Sono una Guida Catalana anche io ora. E con poca esperienza della Spagna. Hai capito adesso? Sei titubante? Stai pensando vero? Stai formulando un discorso indiretto scommetto … te l’ho detto, i discorsi indiretti ci fotteranno la vita. Teniamoci stretti i nostri discorsi diretti che c’è vento forte … e la Spagna è così grande!”.

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