A separare la casa della Vecchia da quella in cui io e mia nonna viviamo ci sono solo due grandi ville, quella del sindaco di Malorai, la signora Jamal, e quella dell’unica avvocatessa della città, Marina Monroe. La nostra casa ha due piani, un grande giardino sul retro e uno più piccolo che affaccia sulla strada, un garage spazioso che contiene le nostre due auto,
e un grande locale adiacente al garage che per quasi trent’anni è stato la farmacia di mia nonna. Quando lei ha deciso di ritirarsi, la nuova farmacia di Malorai ha aperto accanto alla casa della dottoressa Juri.

Il nostro quartiere è molto silenzioso, come del resto ogni quartiere di ogni piccola o grande città al mondo. Una volta c’erano molti suoni e rumori nelle strade: clacson, voci, cartelloni pubblicitari parlanti. Esistevano anche persone che si sedevano in strada e chiedevano denaro ai pedoni, oppure persone che si esibivano cantando, ballando,
suonando uno strumento. Oggi non esiste nulla di simile. Le strade sono popolate dalle biposto, dalle donne che camminano o da quelle che corrono per tenersi in forma con lo sport, invece che con le pillole. Sono poche, ma ci sono. Non c’è traffico, non ci sono incidenti, non ci sono lavori stradali. Una popolazione così bassa equivale ad una
tranquillità maggiore. O, come dice Baguette, a tanta noia.

Parcheggio la mia auto nel vialetto e noto gli attrezzi ai piedi dell’aiuola rotonda. A mia nonna piace fare giardinaggio. Dice che la rilassa. Più volte ha cercato di trascinarmi nella sua passione per piante e fiori, ma non ci è mai riuscita. A me piace studiare. Perdermi nella storia moderna, nelle lingue dimenticate, nelle mappe dei paesi che non esistono
più. La passione per il giardino è un hobby che non ha mai attirato la mia attenzione, forse perché in gran parte dei casi si tratta di maneggiare piante e fiori artificiali. La nonna è una delle poche, qui a Malorai, a trattare bulbi e cespugli veri, naturali. Il resto delle donne che coltiva un giardino non fa altro che infilare nel terreno piante finte che non dovranno mai essere innaffiate, concimate, potate. Costosissime piante finte. No, il giardinaggio non fa
per me.

“Nonna? Ci sei?” La chiamo a gran voce quando entro in casa, sistemando lo zaino sulla panca all’ingresso. Mi avvio verso le scale che portano al piano superiore, e mi guardo a destra e sinistra, rispettivamente nell’angolo-cibo e nel salone. “Nonna?”

“Sono qui, Lilac.” La sua voce, alta e squillante, arriva dal piano superiore. La trovo nella sua camera, dall’arredamento bianco e minimalista, seduta ai piedi del letto. Indossa un paio di pantaloni da lavoro e una maglietta blu, sporca di terra sul davanti. Sembra sorpresa di vedermi.

“Ehi, nonna.” Le vado incontro e l’abbraccio, dandole un bacio sulla guancia calda. Ci somigliamo, noi due. Gli stessi capelli rossi, lisci e sottili; i suoi, però, sono più corti dei miei, e una frangia disordinata le nasconde la fronte. Le stesse lentiggini sul viso, anche se le sue iniziano ad appassire a causa dell’età. Lo stesso fisico asciutto e scattante. L’unica
differenza sta nel colore degli occhi. I suoi sono azzurri, limpidi come l’acqua. I miei, invece, sono marroni, simili alla terra bagnata. Sono gli occhi di mia madre, uguali ai suoi sia nel colore che nella forma.

Nonna Francesca mi stringe a sé per qualche istante, poi si allontana di scatto. “Sono ancora sporca di terra, Lilac. Non voglio sporcare anche te.”

“Non importa,” le dico, sedendomi al suo fianco. Le prendo la mano e appoggio la testa sulla sua spalla sinistra. “Che ci fai quassù? Di solito non metti piede in camera da letto dopo aver fatto giardinaggio.” Il candore di questo ambiente cozza terribilmente col terriccio delle aiuole.

“Ho dimenticato i bulbi dei tulipani,” dice con un sorriso. “Li ho cercati in garage ma non li ho trovati, allora ho pensato di averli sistemati qui, in casa.” Stringe la mano attorno alla mia, prima di alzarsi in piedi. “Devo controllare in cucina, perché è chiaro come la luce del sole che non li ho messi in camera da letto,” aggiunge, scrollando le spalle. Lei la chiama ancora cucina, anche se nessuno cucina più al giorno d’oggi.

“Vuoi che ti dia una mano?” domando, avviandomi con lei al piano di sotto. “Magari li hai lasciati nel portabagagli della tua biposto, come la settimana scorsa con la stoffa.” In quell’occasione abbiamo passato tre ore a cercare i pezzi di cotone bianco in casa. Solo alla fine abbiamo controllato nel posto più ovvio, quello in cui la nonna aveva riposto tutto
dopo essere uscita dal negozio.

“No,” dice lei, con un gesto della mano. “Tu hai cose molto più importanti di cui occuparti, bambina. E tutto pronto per domani?” chiede. “Hai ripetuto il tuo discorso con Baguette?”

“Sì. Secondo lei è perfetto.” Penso alle parole che ho riscritto per la Presidentessa, e avverto un nodo alla gola. “Ehi, nonna.”

“Sì, Lilac?”

“Secondo te me la caverò?” domando, sedendomi su una delle panche. “Sarò in grado di farcela a…” Mi guardo le mani, cercando di trovare il coraggio per andare avanti. “Forse ti sembrerà stupido, però… sono così tesa, nonna. Ho un po’ di paura.”

“Oh, Lilac.” Si avvicina a me con due passi lunghi, sedendosi al mio fianco. “Non avere paura,” dice con voce calma, rassicurante. “Non avere paura,” ripete. “Quello di domani è un giorno importante. Hai studiato duramente per cinque anni, hai ottenuto risultati brillanti. Per quanto mi riguarda, ce l’hai già fatta. E domani, con le tue amiche e le tue
insegnanti, celebrerai il tuo successo, com’è giusto che sia. Ti sei impegnata così tanto sul tuo discorso, e se è piaciuto a Baguette sono certa che piacerà a tutte.”

“Anche a Vega G.?” chiedo in un sussurro. “Non voglio fare brutta figura con la nostra Presidentessa. Ci tengo a fare una buona impressione.”

Per un attimo, il viso di mia nonna perde la dolcezza di sempre. “Dimmi una cosa. Sei certa di aver dato il massimo? In questi cinque anni, durante gli esami finali, nella preparazione del discorso: sei certa di aver fatto tutto ciò che potevi fare?”

“Sì, però-”

“Non c’è un però, Lilac. Hai dato il massimo, ed è questa l’unica cosa che conta. Non lasciarti intimorire dalla Presidentessa. Le tue convinzioni e il tuo impegno: sono queste le uniche cose che contano.”

“Ma lei è la Presidentessa,” dico, cercando di spiegarle il mio timore. La immagino, Vega G., alta nei suoi tacchi ed elegante in uno dei suoi vestiti geometrici, seduta in prima fila ad ascoltare il mio discorso. Non posso fare a meno di temere il suo giudizio.

“E io sono tua nonna,” ribatte lei, raddrizzando le spalle ed usando il tono autoritario di chi ama avere tutto sotto controllo. “E non starò a guardare mentre trascorri il giorno prima del tuo diploma torturandoti per una sola persona, Lilac. Anche se si tratta di Vega G.. Tu sei una ragazza stupenda,” dice, accarezzandomi la guancia con una mano. “Intelligente, generosa, nobile. Sei il mio orgoglio, bambina. Non voglio vederti in pena. Io sarò lì con te,
farò il tifo per te insieme a Baguette, insieme alle tue insegnanti e alle tue colleghe. Sarai fantastica. Non riesco a dubitarne, non riesco neppure ad immaginare che tu possa fare una brutta figura.”

Le sue parole hanno l’effetto di un calmante per i miei nervi, e alla fine del suo discorso mi ritrovo a sorridere e ad annuire.

“Anch’io ero molto nervosa prima del diploma,” dice lei ad un certo punto. “Ai miei tempi non c’erano le cerimonie ufficiali di oggi. Facevamo un mucchio di esami, scritti e orali, e aspettavamo che la commissione decidesse il nostro destino: promossi o non promossi.
Quelli erano giorni pieni di ansia,” dice, abbassando gli occhi come fa tutte le volte che ricorda il passato. “Trascorrevo le notti ad immaginare cosa avrebbero scritto accanto al mio nome: promossa o bocciata? Non riuscivo a dormire, non riuscivo neanche a mangiare, sai?”

Ho paura di interromperla, di farle qualche domanda per saperne di più. E’ raro che la nonna parli del passato. Finché parla, meglio non ricordarle cosa sta facendo: potrebbe smettere.

“Il giorno in cui i risultati vennero pubblicati,” continua, “io e le mie amiche ci fiondammo a scuola come razzi. Quando lessi PROMOSSA accanto al mio nome, sul tabellone dei risultati, le mie gambe si trasformarono in gelatina. Tutta le tensione di quei mesi, tutte le notti passate sui libri a studiare, a ripetere, a risolvere equazioni. Tutta l’ansia

si sciolse quando lessi PROMOSSA.” Alza gli occhi su di me, regalandomi uno dei sorrisi più belli che le ho visto fare negli ultimi tempi. “Sarà così anche per te, Lilac. Domani, quando le insegnanti ti dichiareranno diplomata. Sarà l’inizio della tua nuova vita, sarà uno dei momenti che ricorderai per sempre. Non rovinarlo con l’ansia e con la paura.
Promettimelo.”

“Te lo prometto,” dico immediatamente, chiudendo le braccia attorno al suo collo per darle un bacio. Sento le sue mani sulla schiena. Mi stringono, mi danno calore.

“A quei tempi, però, dovevi continuare a studiare, giusto? Non potevi insegnare solo con un diploma, come farò io da Settembre.” E’ un tentativo, il mio. Un piccolo tentativo per cercare di aprire uno spiraglio nella vita di mia nonna. Penso alle parole di Baguette, ‘La Vecchia ne parla sempre’.

“Esatto,” risponde lei, sciogliendo l’abbraccio. “Allora bisognava iscriversi all’università, scegliere una facoltà, fare altri esami. Era decisamente più difficile rispetto ad oggi.”

“E tu hai scelto di studiare per diventare una farmacista.” Un altro tentativo. I suoi occhi rimangono tranquilli quando annuisce. “Com’era?” domando. “Cosa dovevi fare?
Com’era la tua università? Era a Torino, vero? Qual era la tua materia preferita?” Elenco le domande senza prendere fiato, senza notare lo sguardo di mia nonna che, domanda dopo domanda, cambia fino a diventare di pietra. Me ne rendo conto solo alla fine, quando la guardo sperando che stia per rispondere. E in quel momento so di aver osato troppo. Di nuovo.

“Scusa,” dico prima che lei parli. “So che non ti piace parlare di quegli anni. Mi dispiace, nonna. Non volevo-”

“Non è colpa tua Lilac,” mormora lei, accarezzandomi i capelli. Lo fa per un lungo minuto, in silenzio. “La Sindrome ha ucciso tutto ciò che avevo,” dice con calma glaciale ad un tratto, alzando gli occhi per guardare i miei. “La mia famiglia, i miei amici. La mia città. Per molto tempo, Lilac, eravamo convinti che la Sindrome potesse uccidere il nostro futuro.
Ricordare quei giorni equivale a ricordare tutto quello che non esiste più. Tutto quello che non esisterà mai più,” aggiunge abbassando gli occhi. “So che hai tante domande, tesoro.
So che sei curiosa. Ma io non posso soddisfare la tua curiosità. Io non posso rispondere alle tue domande. Non senza soffrire. Non senza riaprire una ferita troppo grande, troppo dolorosa.” I suoi occhi sono velati di lacrime quando aggiunge: “Puoi comprendermi?”

Dopo la Sindrome, le donne rimaste sul pianeta hanno attraversato il periodo che nei miei libri viene definito come Periodo Buio. Avevano perso i propri figli, i propri mariti, i propri fratelli. Le donne incinte partorivano maschietti morti, o maschietti che sarebbero morti di lì a poche ore. La riproduzione femminile era ancora sperimentale, all’epoca:
tutti credevano che fosse arrivata la fine del mondo. Molte donne impazzirono, molte si tolsero la vita. Lo facevano in gruppo, riunendosi nelle città più importanti. Cento, mille, centomila donne. Si lanciavano dai grattacieli nello stesso momento, premevano il grilletto di una pistola l’una contro l’altra. Era orribile, sembrava davvero la fine del mondo. Fino al momento in cui Vega G. ha creato l’USP e ha preso in mano il governo delle donne ancora in vita, il mondo era in pieno caos. Molte delle donne che hanno superato il Periodo Buio hanno vissuto il resto delle loro vite in solitudine, depresse o ad un passo dalla follia. LA Vecchia, anche se Baguette nega, è una di quelle. In poche sono riuscite a
rialzarsi; in poche hanno imparato a vivere senza pensare al passato. E’ per questo che ogni riferimento al genere maschile è proibito. E’ per questo che è vietato ascoltare musica cantata e suonata dagli uomini, o leggere di racconti che parlano di uomini. Non possiamo rischiare che le ferite così dolorosamente chiuse si riaprano. Non possiamo rischiare un nuovo Periodo Buio.

“Sì,” rispondo con un filo di voce. “Posso comprendere.”

Il suo sorriso è debole, quasi forzato. “Grazie, Lilac.” Si avvicina per darmi un bacio sulla fronte. Rimane così per un po’, di nuovo in silenzio. Darei tutto pur di sapere cosa le passa per la mente. E anche se è egoistico da parte mia, darei tutto pur di conoscere il suo passato, la sua gioventù. Il suo paese, l’Italia, è stato spezzato dalla guerra ancor prima che
dalla Sindrome Y. L’ho studiato sui libri, ma da lei non ho saputo nulla. Mai.

Ad un tratto sento il bacio di mia nonna trasformarsi in un sorriso. “Adesso fila nella tua camera a preparare tutto per domani. Ho visto che non hai ancora creato il vestito,” dice, alzandosi dalla panca senza lasciare la mia mano. “Hai bisogno di qualche idea? Non sono più una ragazzina, ma potrei aiutarti,” dice, facendomi l’occhiolino.

“Ho tutto sotto controllo,” dico con un sorriso. “E poi conosco i tuoi gusti eccentrici, non potrei mai farmi consigliare da te.”

La nonna allarga le labbra in una O di meraviglia. “Lilac Zinna, sono offesa,” dice, lasciando la mia mano per incrociare le braccia sul petto. “Vorresti dire che il vestito di tulle multicolore che ho creato per domani potrebbe causarti qualche problema?”

“Tulle multicolore? Nonna!”

La mia sorpresa è la molla che fa scattare la sua risata. “Stavo scherzando, Lilac! Sai bene che non potrei mai osare così tanto, soprattutto per un’occasione importante.” Si avvicina ai pensili per ricominciare la ricerca dei bulbi. “Corri a creare un modello, forza. La stoffa che ho preso è meravigliosa, non vedo l’ora di sapere come la userai. E non dimenticare le scarpe!” aggiunge prima di salire su uno sgabello per infilare la testa in un pensile più alto.

Dubito che i bulbi siano in cucina, ma lascio che continui a cercarli. Credo che a volte dimentichi di proposito dove mette le cose. In questo modo ha una scusa per aprire e chiudere cassetti e pensili o, comunque, per girovagare in casa.

A volte credo che si annoi, che le manchi la farmacia, che le manchi terribilmente la vita di prima, ma non ho il coraggio di parlargliene.

***

Quando la luce del cilindro diventa verde, mi alzo dal letto e vado alla macchina. Apro la porticina del cilindro e lascio che le mie narici si riempiano dell’odore fresco e sterile del tessuto. Il mio vestito è pronto. Lo prendo fra le mani con delicatezza, ammirandolo rapidamente prima di appoggiarlo sul manichino accanto alla finestra. La nonna aveva
ragione: questa stoffa è meravigliosa.

Quando ho programmato il tablet con i dati circa le mie misure e i miei gusti, non immaginavo che il cilindro avrebbe centrato in pieno la mia idea. Ancora una volta, però, sono rimasta a bocca aperta.

Oggi è così che si creano i vestiti: un pezzo di stoffa (diversa, a seconda di ciò che si vuole creare o a seconda della temperatura esterna) nel cilindro, la descrizione del capo che si desidera inviata via tablet, un’ora di tempo e il gioco è fatto. Quando mia nonna aveva la mia età, esistevano dei negozi che vendevano abbigliamento creato dai cosiddetti
stilisti. Uomini e donne sceglievano ciò che altri uomini e altre donne avrebbero indossato.
Esistevano anche i sarti, persone specializzate nel creare abiti su misura, ma erano una rarità rispetto ai negozi di abbigliamento. Oggi, invece, ogni donna crea il proprio guardaroba a casa, attraverso il cilindro e il tablet, vestendo, così, in maniera unica. Non esistono due gonne uguali, o due paia di sandali dello stesso colore. E non esistono più
negozi di abbigliamento. Oggi ci si reca nei negozi che vendono la stoffa bianca, o i modelli- base per borse, scarpe e cappelli, e una volta a casa si dà voce alla propria fantasia, al proprio gusto.

L’unica eccezione a questo modo di fare è rappresentato dalla mia amica Baguette. Da quando ha scoperto che La Vecchia sa cucire, ha imparato a creare modelli con vecchi pezzi di stoffa e ha deciso di mandare il cilindro in pensione. I suoi vestiti sono creati a mano, con il filo e gli spilli. Impiega giorni e giorni per mettere insieme un paio di pantaloni.
Quando ha deciso di farsi un cappotto, lo scorso inverno, non ho avuto sue notizie per due settimane.

Il vestito che indosserò domani è lungo fino al ginocchio, ma stretto in vita. Privo di maniche e di bretelle, mi lascia la schiena per metà scoperta. E’ bianco, un bianco lucido rispetto a quello basilare della stoffa, e ai piedi della gonna è arricchito con una fantasia floreale viola. Il corpetto, all’altezza del seno, è decorato con un fiore, anch’esso viola.
Al centro del fiore c’è un minuscolo bottone dorato a cui appenderò la stola bianca con i bordi di cordoncino dorato che userò per coprire le spalle. Le scarpe, prive di tacco, sono già pronte assieme alla borsa.

Il sole è sparito dietro le montagne quando scendo al piano di sotto. Sistemare le mie cose per domani, rileggere per l’ennesima volta il discorso – apportando una lieve modifica – e pulire il cilindro per liberarlo dai residui di stoffa mi ha portato via un bel po’ di tempo.

La nonna è nel salone, seduta su una delle poltrone sistemate accanto alla grande vetrata che affaccia sul giardino del retro. Indossa un lungo vestito blu, stretto in vita da una cintura bianca. I capelli sono legati con un fermaglio scuro, e il suo viso è privo di terriccio.
Quando entro nella stanza, la nonna alza gli occhi dal suo tablet e mi sorride. “Tesoro. Come va? E’ tutto pronto per domani?”

“Sì,” rispondo. “Il vestito è meraviglioso. Vuoi vederlo?”

“Domani,” risponde. “Voglio ammirarti alla luce del sole, quando sarai pronta per andare a scuola, pettinata e truccata.” Allunga una mano per accarezzarmi il viso. I suoi occhi azzurri sono sereni, ma stanchi. “Dimmi, Lilac: sei tranquilla rispetto a qualche ora fa?”

Annuisco subito. “Grazie per le tue parole. Mi hanno aiutata molto.”

“Bene,” dice lei, prima di appoggiare il tablet sul tavolino alla sua sinistra. Dallo stesso tavolino afferra una piccola capsula bianca e un bicchiere d’acqua. “Buon appetito,” dice, porgendomi il tutto.

A seguito della Sindrome, la scarsità di materie prime e l’assenza di persone sufficienti a produrre il cibo necessario per le donne in vita hanno fatto sì che la scienza trovasse il modo per nutrire la popolazione nello stesso modo di prima, ma con un costo e un impiego di energie inferiori. Le capsule sono il risultato di quello sforzo scientifico ideato
e finanziato dall’USP. I cibi di una volta sono molto rari. I terreni non vengono più coltivati e gli animali (i pochi ancora in vita) non vengono più uccisi. Uova, frutta, pasta, caffè, formaggio: tutto è diventato costoso e difficile da produrre. I supermercati di una volta sono diventati depositi in cui acquistare ogni tipo di pillola. I gusti e i sapori più svariati
sono ricreati in laboratorio, artificialmente. Adesso, mentre la capsula si scioglie sulla mia lingua, avverto il sapore della lasagna. O, almeno, di quella che una volta era la lasagna. La verità è che non ho mai assaggiato un piatto di pasta in tutta la mia vita.

“Tu hai già preso la tua?” chiedo alla nonna dopo aver bevuto l’ultimo sorso d’acqua.

“Sì,” risponde. “Poco fa.” Mi guarda con intensità, come se volesse aggiungere altro, ma non lo fa. Nove volte su dieci, mia nonna è un enigma per me.

“Hai trovato i bulbi?” chiedo quando il suo sguardo diventa imbarazzante da reggere.

“Sì,” dice, pizzicandosi il lobo dell’orecchio e scuotendo il capo. “Erano in garage, nel cassetto del mobile in cui li avevo sistemati dopo averli ricevuti.” Anche i bulbi, come il cibo, fanno parte di quelle cose rare e costose che una volta erano disponibili per tutti. I fiori e le piante del nostro giardino arrivano da Parigi.

“Lo sapevo. La prossima volta dovrai darmi retta,” dico, lanciandole un’occhiataccia a metà fra il rimprovero e il divertito. Mi alzo dalla mia poltrona, e dal tavolino prendo il bicchiere vuoto per portarlo nell’angolo-cibo. Sul suo tablet noto la pagina di quello che sembra un libro. La lettura, a differenza del giardinaggio, è un hobby che io e la nonna
condividiamo. “Qualcosa di interessante?” chiedo.

“Molto,” risponde lei, coprendo lo schermo del tablet con una mano prima che io possa scoprire di cosa si tratta. “E’ un libro di Rosemary Jones, la scrittrice inglese.”

“Allora dovrai prestarmelo,” dico, osservando il modo in cui stringe il tablet al petto. Mi chino su di lei per darle un bacio. “Sarà meglio che vada a letto. So già che non riuscirò a chiudere occhio.”

Sto per allontanarmi, ma lei mi afferra per il polso, stringendolo più del dovuto. Di nuovo, ho l’impressione che voglia dire qualcos’altro invece di: “Buonanotte, Lilac. Dormi bene, bambina.”

Mi reco nella stanza che a lei piace chiamare cucina per sciacquare il mio bicchiere e riporlo in uno dei pensili. Ed è proprio nel pensile dei bicchieri alti che trovo, avvolti in un foglio sporco di terriccio, i bulbi che mia nonna ha cercato per tutto il pomeriggio. I bulbi che, pochi minuti fa, ha ammesso di aver trovato nel garage.

(capitolo 12)

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Lilac di Alessia Esse-Capitolo 3 ultima modifica: 2012-06-22T11:20:14+00:00 da Ersilia

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