LIBERI DI SCEGLIERE: LA PAROLA AI GINECOLOGI

di Alice Blangero

LIBERI DI SCEGLIERE: LA PAROLA AI GINECOLOGI

di Alice Blangero

LIBERI DI SCEGLIERE: LA PAROLA AI GINECOLOGI

di Alice Blangero
10 minuti di lettura

Sabato 18 gennaio 2019 il Ministero della Salute ha presentato al Parlamento la Relazione sull’Attuazione della Legge 194/78 con i dati definitivi del 2017. Nonostante un grave ritardo di undici mesi, imputabile sia all’ex Ministro della salute Lorenzin sia alla pentastellata Giulia Grillo, i dati evidenziano un elemento importante del quale possiamo solo gioire: nel 2017 le interruzioni volontarie di gravidanza sono state solo 80.733, il 4.9% in meno rispetto all’anno 2016.
Il calo progressivo degli aborti dipende da diversi fattori: tra questi ha sicuramente inciso un maggiore accesso alla contraccezione d’emergenza, le note pillole del giorno dopo e pillole dei cinque giorni dopo, derivato dall’eliminazione dell’obbligo di prescrizione medica per le donne maggiorenni.

Difronte a questi numeri la necessità della 194 è indubbio e la recente semplificazione di una questione così delicata in un banale testa o croce, oltre che essere pericolosa, sposta il dibattito pubblico sul tema da quello che è il punto centrale: la possibilità di abortire è un diritto. Oltre ad essere un diritto è una pratica medica, di cui spesso si parla ma di cui, in fondo, si conosce molto poco. Per cercare di capirne di più sul tema dell’interruzione volontaria di gravidanza mi sono rivolta ad alcuni ginecologi, obiettori e non, che tutti i giorni per motivi professionali hanno a che fare con questo argomento, direttamente o indirettamente. Grazie al loro aiuto cercherò di affrontare le questioni più spinose, di sfatare miti e leggende e soprattutto di capire le motivazioni che stanno dietro la scelta di essere pro o contro l’aborto.

Per quanto la matematica non sia proprio “il mio mestiere” voglio partire proprio dai numeri.
Secondo i recenti dati sull’ attuazione della legge 194 in riferimento all’ anno 2017 si evince una percentuale elevata di ginecologi obiettori pari al 68.4%, con tassi sempre più elevati tra i medici più giovani: 7 medici su 10. Secondo il Ministero, la fornitura del servizio erogato è soddisfacente, ma da questi numeri è innegabile che l’Italia sia un paese di obiettori  e spesso le motivazioni non sono così scontate.
Un interessante spunto di riflessione sulla “questione generazionale” ce lo fornisce la dottoressa Anna Uglietti, responsabile dal 2009 al 2015 del servizio per la legge 194 della Clinica Mangiagalli IRCCS Ca’ Granda di Milano, secondo la quale “se studiavi medicina negli anni settanta era inevitabile confrontarsi con movimenti che esprimevano istanze sociali come la autodeterminazione delle donne, la centralità della persona, la promozione della salute intesa come processo che permette alle persone e alle comunità di sviluppare una propria autonoma capacità di controllo sul proprio stato di salute. Personalmente quindi non ho mai pensato di fare obiezione di coscienza. Ho ritenuto che la 194 fosse una legge giusta, da applicare. Fino alla approvazione di questa legge le donne abortivano clandestinamente, quelle meno ricche con gravi rischi e frequenti complicanze per la salute, e quelle che potevano permetterselo arricchivano i ginecologi che facevano aborti clandestini nei loro studi e cliniche, oppure andavano all’estero.”

A parere del dottor Enrico Betto, medico obiettore presso Azienda Socio Sanitaria Territoriale “Papa Giovanni Paolo XXIII” di Bergamo, anche il contesto di formazione personale, oltre che professionale, incide: “La scelta di obiezione è stata un atto dovuto, ma voluto. Sono nato e cresciuto in una famiglia cattolica, con un insieme di principi e valori che condivido”.
Eppure i motivi etico-religiosi non sempre coincidono con la scelta di praticare o meno l’interruzione volontaria di gravidanza. A spiegarcelo è il ginecologo non obiettore Piero Bruzzese dell’Azienda Socio Sanitaria Territoriale Santi Paolo e Carlo di Milano:

La mia scelta rispecchia le mie convinzioni sul diritto di autodeterminazione di ogni individuo. Rispetto, ovviamente, la scelta di chi obietta per ragioni personali ma, numeri alla mano, credo che la maggioranza dei medici obiettori opti per questa scelta esclusivamente per comodità: meno ambulatori, meno sedute operatorie, meno potenziali contenziosi medico-legali. Inoltre, in alcune realtà, l’obiezione di coscienza sugli aborti è praticamente un diktat se si aspira ad una carriera decente“.

Non solo, rispetto al passato si assiste ad un aumento progressivo delle donne in camice bianco. Questo elemento secondo la dottoressa Elisa Valmori, ginecologa obiettrice di coscienza presso il Consultorio Familiare Consorzio SIR di via Bazzi a Milano, potrebbe essere incisivo sulla percentuale fornita dal Ministero: “Presumo che le donne ginecologhe siano più propense a proteggere la vita nascente e per questo scelgono l’obiezione di coscienza. Mi sento però di precisare che le fila dei medici obiettori aumentano anche grazie ai colleghi non obiettori che nel tempo sono sempre più in crisi ad effettuare gli aborti”.

A proposito di donne, se dovesse mai capitarvi di fare una “passeggiata” fuori dagli ambulatori ospedalieri preposti all’IVG (interruzione volontaria di gravidanza) gli uomini che aspettano insieme alla propria “compagna” il turno per essere ricevuti sono decisamente la minoranza. Si può parlare quindi di una deresponsabilizzazione della parte maschile (e mi rivolgo volontariamente ai ginecologi maschi)?
Non ho notato nessuna diversità quantificabile in una percentuale, sia tra gli specialisti ginecologi e non, sia all’ interno delle coppie – afferma il dottor Bettosono convinto che sia un tema e una scelta estremamente personale. Mi sembra più uno stereotipo fare una classificazione di sensibilità in base al genere, così come lo sarebbe per orientamento religioso o sessuale. Secondo il dottor Bruzzese, invece, “è ovvio che vi sia una sensibilità diversa, dovuta ai differenti livelli di coinvolgimento della coppia: fisico, ormonale e psicologico per la donna, solo psicologico nell’uomo (a volte, purtroppo, neppure quello). Inoltre, soprattutto nelle coppie non sposate, i partner vengono spesso scientemente esclusi, per evitare condizionamenti nella decisione. La legge, d’ altronde, è chiara a tal proposito: la decisione spetta alla donna e non esiste l’obbligo di affrontare il percorso come coppia”.

Spostandoci più verso i tecnicismi, in Italia sono ammesse diverse modalità di esecuzione dell’interruzione volontaria di gravidanza, dal raschiamento, all’isterosuzione, fino alla Ru486 meglio nota come aborto farmacologico. Queste soluzioni sono più o meno invasive e dipendono prevalentemente dalle tempistiche entro le quali si può intervenire. Quale scegliere?
Il raschiamento è un intervento obsoleto che non si dovrebbe fare più – mi spiega la dottoressa Ugliettil’isterosuzione è il metodo chirurgico attuale per l’interruzione di gravidanza, ed è un intervento di breve durata che prevede la dimissione dopo poche ore, con ricovero di mezza giornata. Penso che, fino all’epoca di gravidanza in cui è possibile usare sia la metodica chirurgica sia quella farmacologica, debba essere possibile per la donna scegliere fra entrambe le opzioni (che devono essere disponibili in tutti gli ospedali), dopo aver ricevuto adeguata informazione. Nella mia esperienza come ginecologa molte donne che si trovano entro la 7 settimana di gravidanza, scelgono l’aborto farmacologico, vissuto come meno invasivo. In Italia questa pratica è stata autorizzata solo nel 2010, a causa di forti resistenze politiche ed ideologiche. Si tratta di una pratica ancora poco diffusa, molti ospedali non la offrono e richiede una organizzazione rapida ed efficiente con assenza di tempi di attesa, oltre al riconoscimento precoce della gravidanza da parte della donna; un altro motivo è l’obbligo di ricovero per tre giorni, invece di una somministrazione semi ambulatoriale o in day-hospital, come avviene da anni negli altri paesi europei”.

Insomma, possiamo migliorare. Rispetto all’obiezione di coscienza mi sono sempre chiesta se i medici obiettori potessero invocare i motivi di coscienza nel rifiutarsi di procedere con un’interruzione di gravidanza quando a causa di una compromissione della stessa la vita della donna è a rischio.
Per la dottoressa Valmorinella rara eventualità che questo accada (penso ad esempio alla gravidanza extra-uterina) sarebbe criminale non preservare la vita della donna innanzitutto, lo sancisce l’articolo 9 della legge 194/78. Tuttavia, è importante ricordare anche l’articolo 7, secondo il quale, quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, il medico che effettua l’interruzione volontaria di gravidanza deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare anche la vita di quest’ultimo” e lo stesso vale per il dottor Bettosarebbe deontologicamente ed eticamente scorretto – ma anche lui ci tiene a precisare che –se per gravidanza compromessa si intende una malformazione incompatibile con la vita extrauterina o deficit post natali, in assenza di rischio per la salute e per la vita materna, ritengo legittima l’obiezione qualora la scelta della donna dovesse andare contro i principi etici, morali e professionali del medico”.

Ogni caso è trattato a sé. A prescindere da quella che sarà la scelta finale, sulla quale molto spesso incidono fattori esterni oltreché le convinzioni personali, le donne che devono affrontare un’interruzione di gravidanza vivono inevitabilmente un momento difficile. Quali sono, se esistono, i rischi psicologici?

La dottoressa Valmori ci racconta che “alcuni pazienti scelgono l’IVG per motivi economici e lavorativi (contratti precari e risorse economiche limitate a sostegno della maternità più fragili), con tutto quello che ne consegue in termini di salute psico-fisica. La legge 194 parla sì dei rischi per la salute fisica o psichica in caso di proseguimento della gravidanza, ma non dice dei rischi psichici e fisici dell’IVG che sono invece sotto gli occhi di tutti. La sindrome post-aborto è un’entità oramai riconosciuta, che può declinarsi in una vera e propria psicosi o in una variante del disturbo post-traumatico da stress” e cita lo studio Abortion and mental health: quantitative synthesis and analysis of research published 1995-2009. Ho posto la stessa domanda alla dottoressa Uglietti, la quale cerca di farmi capire, invece, come il rapporto sia cinquanta e cinquanta. “Le petizioni pro-vita che chiedono siano diffuse informazioni sui danni alla salute mentale delle donne secondari all’aver abortito, citano una sindrome post-aborto, non riconosciuta da nessuna autorità scientifica – e prosegue – chi parla di danni alla salute secondari all’aborto, ignora le ricerche pubblicate dall’ OMS che dimostrano come una legislazione restrittiva sull’aborto ha come sola conseguenza l’aumento dell’aborto clandestino e della mortalità e morbilità ad esso correlate. Le due principali pubblicazioni scientifiche sull’argomento sono quella del 2008 dell’American Psychological Association Task Force on Mental Health and Abortion e quella del 2011 del National Collaborating Center of Mental Health, entrambe le mentanalisi concludono che il rischio di sviluppare disturbi della salute mentale è simile sia nel caso che la donna decida di interrompere la gravidanza, sia nel caso che decida di portarla avanti. Inoltre uno studio pubblicato nel febbraio 2017 dalla rivista JAMA Psychiatry dimostra che negare l’accesso ai servizi per l’aborto alle donne intenzionate a interrompere la gravidanza comporta rischi maggiori per la loro salute che garantire l’accesso”.

Nonostante le divergenze motivazionali, che come abbiamo avuto modo di capire dipendono da questioni etiche e professionali, tutti e quattro i ginecologi ritengono che la legge 194 sia in fin dei conti una buona legge, la cui applicazione può essere certamente migliorata in alcune parti. Per diffondere una cultura sull’argomento ho chiesto ai ginecologi un loro parere per cercare di “sdoganare” un tema che da quarantuno anni a questa parte è ancora trattato come un tabù.
L’argomento è, ovviamente assai delicato e totalmente privato – sostiene il dottor Bruzzese – non credo che il tema si possa o si debba sdoganare perché non può essere un argomento di cui si parla volentieri. Però, sicuramente andrebbe ribadita la libertà di scelta di un individuo, adulto e sano di mente, di agire secondo legge su questioni personali che nulla hanno a che vedere con precetti morali e religiosi di altri. Sicuramente andrebbe attuato un serio programma di educazione sessuale nelle scuole”.

La discussione in merito all’ interruzione volontaria di gravidanza è lunga, complessa, dolorosa e a tratti infinita. A mio modesto parere personale se dovessi sintetizzare la questione rispondendo alla classica domanda “sei favorevole all’ aborto”, la risposta sarebbe semplicemente sì, perché credo fortemente nel principio di autodeterminazione dell’essere umano e nella centralità della persona. Io guardo alla legge 194 come una conquista delle generazioni precedenti alla mia che ci hanno regalato l’opportunità di scegliere e lo ritengo un privilegio non scontato. La possibilità di abortire è un diritto e ritengo che, in questo senso, sia rispettata anche la libertà di chi è contrario, che può non usufruirne e, nel caso dei medici, non praticarlo. Con questo non penso certamente che l’aborto debba essere una mera soluzione contraccettiva, ma pur rispettando chi la pensa diversamente, comprendo la scelta di chi, per un motivo o per un altro, non vuole o non può portare avanti una gravidanza.

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