“Lexotan”, ovvero l’inno di una generazione sbagliata

di Stefano Frisenna

“Lexotan”, ovvero l’inno di una generazione sbagliata

di Stefano Frisenna
“Lexotan”, ovvero l’inno di una generazione sbagliata

“Lexotan”, ovvero l’inno di una generazione sbagliata

di Stefano Frisenna
6 minuti di lettura

Cantare di me, cantare di noi, cantare di una generazione. Anzi no, cantare l’essere umano in tre minuti.

Questa è la sfida che si è posto Niccolò Contessa, un giorno di circa sette anni fa. Una sfida che sarebbe diventata l’ostacolo insormontabile della cosiddetta “scena italiana”, il punto a cui tendere, il faro di ispirazione e allo stesso tempo il muro che limita le proprie possibilità. Un pò come fu la Divina Commedia per la lingua italiana, Glamour è il padre di tutto ciò che è nato dopo.

Copie sbiadite, canzoni diametralmente opposte, tutti hanno provato a descrivere la realtà nello stesso modo del secondo album de I Cani. Alcuni in parte ci sono riusciti, emozionandoci forse anche più di Contessa, con pezzi che sono diventati dei veri e propri inni generazionali e che sono destinati a diventare degli Evergreen, generando ricordi che ci rimarranno impressi per sempre come Polaroid. Nessuno di questi brani, però, ci ha mai detto chi siamo. Nessuno tranne Lexotan.

Un giro di basso, semplice, ipnotico. Si è come in un sogno dall’inizio. Ma non è un sogno con arcobaleni e prati verdi: è un episodio di Black Mirror, tra fabbriche sovietiche e fumi tossici. L’immaginario musicale è quello dei CCCP, un immaginario deviato, malato. Sbagliato come questa generazione.

Ho sempre cercato un sacco di cose difficili”.

Eccoci, siamo tutti noi. Tornati a dieci anni fa, tornati ad un liceo del centro. Un periodo in cui cercavamo cose sempre più difficili, una dopo l’altra, in cui essere svegli era solo una piccola pausa tra un sogno e l’altro. Scrivevamo a ragazze irraggiungibili consigliati dall’assenzio, inseguivamo palloni da calcio convinti di finire serie A, suonavamo chitarre perché sì, avevamo tutta una vita davanti, tutto il tempo per imparare e per riuscire a farcela. Avevamo tutto il tempo perché nulla era impossibile. Perché accontentarsi era quello che facevano gli adulti, costretti da un matrimonio o da un figlio inaspettato, costretti da un contratto e da una busta paga. Noi invece eravamo i soli veramente liberi, gli unici con le ali per volare, “Gli uccelli che tiravano le viti del mondo”.

Per poi realizzare di non stare meglio per niente”.

Eccoci, siamo tutti noi. Ora però abbiamo superato i 20 anni, forse anche i 30. I nostri sogni sono stati realizzati, ciò per cui abbiamo lottato per anni è stato raggiunto. Ok, sicuramente pochissimi saranno in serie A, i palazzetti li riempiamo da spettatori e non da artisti, ma in molti abbiamo raggiunto la laurea, o forse un primo lavoro. Probabilmente abbiamo imparato una seconda lingua, abbiamo fatto il nostro primo viaggio all’estero. Persino aver ottenuto il diploma rientra in questi grandi balzi.

Per il nostro bene abbiamo cercato un sacco di cose difficili, soffrendo, sudando e stringendo i denti fino a farle nostre. Una volta afferrate, siamo stati meglio, o forse “siamo stati meglio per niente”? Destinati ad essere sempre scontenti, ad inseguire incessantemente qualcosa di nuovo per non cadere nella noia, travolti dai ritmi frenetici e materialisti dalla società capitalista in cui ci siamo abitati a vivere ed ai cui dogmi, ormai, siamo abituati. Travolti dai piccoli obiettivi che non sono davvero nostri, schiavi della vita adulta in cui ci accingiamo ad entrare. Una vita in cui non si ha più quel tempo per fermarsi e sognare.

Non avrò bisogno delle medicine
Degli psicofarmaci, del Lexotan
Dei rimedi in casa, della valeriana
Della psicanalista junghiana
Se dovessi avere sulla tangenziale la tachicardia
”.

Eccoci, siamo tutti noi. Una sera in cui non ci siamo fermati a quel secondo bicchiere di vino, una sera di ferie, in cui il giorno dopo non dovevamo prestare attenzione a nessuna sveglia per andare a lavorare o per preparare l’ultimo esame. Probabilmente una sera d’estate o di fine anno, in cui tutti tornano a casa. In cui tutti tornano a guardarsi nello stesso specchio di quel sognatore adolescente, vedendo una figura molto simile, forse con qualche capello in meno e qualche cicatrice in più.

Ed è proprio in quel momento che crolla il velo di Maya: il momento in cui ci accorgiamo che abbiamo inseguito il nulla. Ed ecco che arriva l’angoscia, convinti che stiamo sprecando la nostra vita ad inseguire obiettivi futili. Che la persona a cui abbiamo dedicato i nostri anni migliori non ci fa stare poi cosi bene, che forse quel lavoro ce lo immaginavamo diverso. Che alla fine siamo solo dei mediocri qualunque e, soprattutto, che stiamo dicendo lentamente addio a tutte le nostre libertà.

Allora ecco che parte la tachicardia, quell’ansia che abbiamo tutti nei mid 20s. La cosiddetta crisi del quarto di secolo, preludio della ben più conosciuta crisi di mezza età. Che poi già il fatto per cui ogni uomo, ciclicamente, affronta una crisi emotiva di queste proporzioni, molto dovrebbe dirci sulla nostra indecifrabile natura. Ed è qui che per Contessa fanno ingresso nella nostra vita sostanze legali (Lexotan) ed illegali (MDMA), pratiche orientali e tisane. Strumenti che l’uomo da sempre usa e che sempre userà. Piccoli trucchi, codici da playstation per avere vite infinite e superare questo livello impossibile.

Ma sfortunatamente, la vita non è un videogioco e barare non è concesso.

Cercherò di ricordare che
Nonostante tutto c’è

La nostra stupida improbabile felicità

La nostra niente affatto

Fotogenica felicità

Sciocca, ridicola, patetica, mediocre, inadeguata

Inadeguata felicità”


Ed è questo il messaggio più bello ed umano dell’intera canzone, che altro non è che la vera e propria speranza di ognuno di noi. Quello a cui aggrapparsi, un mantra da ripetere come una preghiera. Quell’istante che a 30 anni, o forse anche prima, ci farà dire adesso basta, che fermerà questa roulette. Allora ci si renderà conto che, forse, se non siamo mai stati felici è semplicemente perché non siamo più chi ci siamo sforzati di essere. Ad inseguire sogni che non sono più nostri, a restare vicino solo per la paura di essersi allontanati troppo, per ritornare ad essere adolescenti. A continuare con un lavoro perché ormai a 30 anni non puoi rimetterti in gioco, sei troppo vecchio.A tremare al solo pensiero di dover buttare via tutto, tutto quello che abbiamo costruito.

Che succederebbe se in realtà dovessi solo stare peggio? Trovando difetti in tutto ciò che è nuovo, insidie sempre maggiori ad ogni nuova sfida? Imperfezioni e macchie in ogni fotografia, dubbi su cosa abbiamo fatto finora e su cosa potremo fare in futuro. Che ci lasceranno li, bloccati, dimenticando che alla fine non saremo mai perfetti. Ma almeno avremo sempre la nostra stupida, improbabile, felicità a farci compagnia.

Lexotan – I Cani (2013)

di Stefano Frisenna e Federico De Giorgi, all rights reserved

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