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È stato presentato venerdì 7 luglio a Marciana Marina, nell’ambito del Luglio locale, un libro/saggio scritto dalla giornalista e scrittrice Ilaria Guidantoni “Lettera ad un mare chiuso per una società aperta” per Albeggi Edizioni. La giornalista Patrizia Lupi, direttrice di Enjoy Elba, nonché vicepresidente della Pro Loco locale ha intervistato Ilaria Guidantoni, alla vigilia della finale del Premio Letterario Bancarella per la prima volta svoltosi all’Elba. Un testo, quello di Ilaria Guidantoni, attualissimo che affronta la tematica dell’interscambio fra culture del Mediterraneo. Il tutto viene affrontato da un punto di vista filosofico, storico e politico mettendo sempre al centro il Mediterraneo, un mare chiuso e necessariamente creatore di una società aperta e di identità plurali. Danno il loro importante contributo anche le voci narranti di diversi intellettuali come lo scrittore marocchino Mohammed Berrada; lo scrittore egiziano Muhammad Aladdin; il giornalista algerino Mohamed-Cherif Lachici, il giornalista e romanziere egiziano Ezzat al Kamhawi; lo scrittore greco Petros Markaris; il giornalista, scrittore e poeta siriano Mouhamad Dibo; la scrittrice libanese Leyla Khalil ed i giornalisti e scrittori Francesco De Palo, Diego Zandel  e Andrea Di Gregorio. Insomma, un tuffo in questo Mare Nostrum, culla della civiltà cosiddetta occidentale, mosaico di diversità che ne costituiscono l’essenza e la vera ricchezza. Ne parliamo oggi con l’autrice del libro Ilaria Guidantoni che ci ha concesso un’intervista.

Ha sentito l’esigenza di scrivere e diffondere questo testo sul Mediterraneo proprio perché, in questi ultimi anni, il Mare Nostrum è diventato un cimitero a cielo aperto?

Il Mediterraneo è indubbiamente tornato al centro della riflessione internazionale da qualche anno e non solo per questioni di emergenza umanitaria, o meglio a causa principalmente di situazioni di fermento, è stato scoperto o riscoperto. Ciò premesso, il Mediterraneo ha sempre fatto parte del mio orizzonte forse per gli studi classici e per un’inclinazione maturata nel corso degli anni, prima linguistico-filosofica, poi letteraria. E’ solo negli ultimi anni che ha preso corpo anche una riflessione politica ed un impegno civile. Il pamphlet l’ho scritto per “sistemare”, forse non ancora sistematizzare, il mio pensiero e le esperienze accumulate nel corso degli anni anche se rivolgendosi sotto forma di Lettera alle genti del Mediterraneo denuncia il proprio intento politico. Il messaggio è costruttivo e di apertura e fa riferimento al recupero della memoria storica del “mare bianco di mezzo”, non tanto agli eventi contingenti. Una riflessione troppo circoscritta e ancorata alla cronaca a mio parere tende a indebolire il pensiero mediterraneo riducendolo a una questione politica contingente.

Quali sono le azioni che, secondo Lei, dovrebbero intraprendere i vari popoli del Mediterraneo per tornare ad essere quella civiltà di scambi e di relazioni che ha contribuito alla nascita dell’Europa e della cultura occidentale?

Penso che al di là di singole azioni e progetti, per quanto importanti, sarebbe essenziale cambiare mentalità, visione, recuperando l’idea che un mare chiuso presuppone necessariamente una società aperta perché, come dichiara lo scrittore e giornalista egiziano Ezzat al-Kamhawi quando ci si siede sulla sponda del mar mediterraneo viene spontaneo chiedersi chi ci sia dall’altra parte, cosa che non avviene in riva all’Oceano. Questo perché in tutto il Mediterraneo c’è un gioco evidente di corrispondenze a cominciare dal fatto che qui sono nate le tre religioni del libro che hanno cambiato il corso del mondo intero, due delle quali sono le religioni più seguite, fatta eccezione per il buddismo che però è concentrato prevalentemente nel Continente indiano. Si tratta pertanto di recuperare i punti comuni per costruire una relazione, come avviene in qualsiasi rapporto che funziona, piuttosto che mettere l’accento sulla diversità; considerando tra l’altro quest’ultima come una fonte di ricchezza. Nell’idea di sistema aperto a cascata si modificano tutte le componenti per cui dal punto di vista economico non assisteremmo più a relazioni unilaterali di investitori della sponda nord verso la sponda sud, di esportazioni nella stessa direzione e di acquisto di materia prima e manodopera dal nord ma progetti di collaborazione e partnership basati sul principio di reciprocità.

Eppure, nonostante il glorioso passato di un Mediterraneo in cui sono nate le più importanti lingue (sia le lingue cosiddette “morte” come il greco antico ed il latino che le lingue parlate da milioni di persone come l’arabo), religioni (le tre più importanti religioni monoteiste), filosofie (Aristotele, Platone e Avicenna e Averroè) ecc; oggi i popoli, le genti del Mediterraneo soffrono: chi per motivazioni economiche, chi per conflitti geopolitici e/o religiosi (vedi conflitto israelo-palestinese) tanto che in Nord Africa e Medioriente sembrano riaffermarsi rigurgiti fondamentalisti. Come riportare all’antico splendore questo specchio di mare che per tanti secoli è stato il luogo ideale dell’umanità?

A dire il vero luogo ideale dell’umanità è stata forse solo la Grecia di Pericle, culla della democrazia dove per altro la democrazia si è anche estinta. Se solo fossero passati pochi anni probabilmente Platone non avrebbe più scritto la sua Repubblica. E’ stato un momento di grazia, fondamentale, ma non propriamente storicizzato che oggi serve più da modello che da testimonianza. In effetti il momento massimo dell’espansione dell’Impero romano quando ha accolto la pluralità delle credenze, lingue culture al proprio interno, compreso il Cristianesimo, facendo così evolvere lo stesso latino che fino al Medioevo è rimasto una lingua viva, il mondo mediterraneo ha goduto di pace relativa, garantita dai fondamenti del diritto romano, ma anche in quel caso è stato un passaggio. Nel libro mi chiedo se ci sia mai stato un momento felice in questo continente liquido e probabilmente il suo nome è Cordova sotto Alfonso X. Credo che questi momenti “felici” siano oggi termini di paragone non per una visione nostalgica di questa parte del mondo, ma quali modelli da seguire e promuovere. Studiare e conoscere la storia che spesso si ignora o si è appresa con grandi distorsioni e parzialità è il punto di partenza. Per me lo studio ha rappresentato una svolta nel mio pensiero. In particolare avremmo la certezza che non esiste una identità locale monocolore, in nessun paese del Mediterraneo, ma una stratificazione di civiltà, fatta di contaminazioni. Perché appunto il Mediterraneo per dirla con Fernand Braudel, che per primo ne ha fatto un personaggio, non è un mare ma una somma di mari, non una civiltà ma una somma di civiltà. Se seguiamo i percorsi linguistici ad esempio nel settore culinario ci rendiamo conto che è difficile dire chi ha insegnato a chi.

Come Lei ha affermato l’identità mediterranea è un’identità necessariamente plurale. E’ concretamente possibile affermare la propria identità plurale di cittadino appartenente ad un popolo mediterraneo quando, perfino in Europa, tra le diverse nazioni europee, ci si guarda con sospetto?

Il concetto di Europa è nata nel Mediterraneo e ogni volta che ha staccato le radici dal proprio ancoraggio al mare ritirandosi in miti di “purezza” è scivolata in sistemi dittatoriali. La presunta identità monocolore, monolinguistica e via dicendo è un’idea moderna nata per imporre interessi economici, attraverso strategie politiche, strumentalizzando la religione. Nell’opera Le identità assassine, lo scrittore libanese Amin Malouf illustra molto bene l’assurdità di questo concetto di razza pura, lingua pura, non tanto condannandolo moralmente quanto denunciandone l’astrazione. La diversità e l’intreccio tra i popoli del Mediterraneo non è una scelta ma un dato di fatto, così compenetrato che oggi risulta impossibile distinguerlo nelle diverse componenti. Un esempio per tutti: la dottrina della Chiesa cattolica è basata soprattutto sul modello tomista di derivazione aristotelica ma Aristotele, greco, quindi europeo, è noto all’Europa medioevale solo grazie alla mediazione e alla traduzione arabo-musulmana. Forse se conoscessimo maggiormente la nostra storia potremmo realmente capire quale sia la nostra identità.

Nel libro racconta dell’esistenza, in un lontano passato, di una lingua comune, estremamente semplice, utilizzata per lo più nei porti per facilitare gli scambi. Oggi, buona parte della sponda sud del Mediterraneo utilizza una lingua, l’arabo, che si identifica quasi sempre anche con la religione professata in buona parte dei Paesi mediterranei. Quale ruolo riveste la lingua madre nel definire le identità mediterranee?

La lingua è fondamentale perché non rappresenta solo uno strumento di comunicazione e, quando nota, un codice comune ma una vera e propria visione del pensiero che forma la matrice culturale di un popolo e lo definisce nel carattere. L’arabo dei ventuno paesi arabi è molto variegato: ogni paese ha la sua lingua locale o dialetto e spesso tra i vari popoli è molto difficile comprendersi. L’arabo classico o standard, oltre che l’arabo coranico, crea però una matrice comune molto importante nell’unità di questo mondo. E’ quello che gran parte dell’Europa trovava nel latino e il recente recupero di questa lingua fuori dai paesi delle lingue neolatine ha un significato essenziale: recuperare il modello della civiltà europea. Tra l’altro studiando le lingue mediterranee, al di là di quanto avvenuto con la lingua franca e con il sabir, ormai estinto, al di là delle apparenze superficiali, si può notare che lo scambio si è sedimentato proprio nel percorso linguistico. A volte parole per un europeo di uso comune sono provenienti dall’arabo e viceversa. L’accoglienza della diversità, a partire da un cammino intellettuale, al posto della diffidenza aiuterebbe non solo la convivenza civile ma lo sviluppo economico e sociale in questa parte del mondo.

 

Il Mediterraneo è al centro degli studi e delle passioni di Ilaria Guidantoni che ha già pubblicato diversi libri come “Chiacchiere, datteri e thé. Tunisi, viaggio in una società che cambia” (2013); “Marsiglia-Algeri-Viaggio al chiaro di luna” (2105); “Senza perdere il coraggio” (2016); “Il potere delle donne arabe” e “Corrispondenze Mediterranee” (2015); ed un omaggio alla sua Firenze con “Viaggio di ritorno. Firenze tra racconti, storie e aneddoti” (2016).

di Emanuela Frate, all rights reserved

“Lettera ad un mare chiuso per una società aperta”. Intervista ad Ilaria Guidantoni ultima modifica: 2018-07-12T05:49:10+00:00 da Emanuela Frate

A proposito dell'autore

Emanuela Frate nasce a Termoli (CB) nel 1977. Dopo il liceo si iscrive alla facoltà di Lingue e letterature Straniere a Parma. Già la scelta degli studi faceva presagire i suoi gusti esterofili, ma a lei non bastavano le lingue e culture straniere "europee" , "esotico" era la parola d'ordine. Un esotismo che lei ha abbracciato totalmente, anche nella vita reale. Così Roma ha incontrato Cartagine, il latino con l'arabo, il Cristianesimo con l'Islam. Questa sua passione ha portato alla stesura di un libricino sulle poesie di Jalel El Gharbi, poeta tunisino di cui Emanuela ha curato le note critiche. Scrive per diversi siti sempre su tematiche inerenti il mondo arabo, parla correntemente la lingua araba (oltre naturalmente all'inglese e al francese e un po' di tedesco) e si diletta cucinando dell'ottimo couscous!

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