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Ho sorriso prima di morire. Onestamente non ricordo neanche il perché. Forse è stato un gesto involontario del palato o è stato perché in vita sono stato un futurista sprezzante. Sta di fatto che non me lo ricordo; tanto meno posso ora sentire il fiato corto mentre precipitavamo e l’oceano ci toglieva il respiro. E ora? Una volta, in vita, ero arrivato alla conclusione che il mio corpo fosse il luogo della commemorazione della mia storia, la traccia carnale del mio passato. Le cicatrici si mostravano tutte all’aperto nelle giornate primaverili. E ora che non ho più corpo, che non sono più carne da macerare al sole? Che mi rimane? Posso adesso dire di non vivere più con un corpo di ricordi, ma nei ricordi. Qui, in questo istante, diventato una sottile vibrazione, ricopro di muschio i sassi sulla sponda di un fiume, ascolto colori sbiaditi, osservo voci bisbigliate e tutto si ricopre di foglie lì dove una volta ho pianto, ho baciato, sudato. Il mio corpo è aggrappato alle radici della terra, ora solo ossa, ora solo polvere, ma le gambe e i piedi hanno preso la velocità della luce e si avvolgono su se stesse tante volte quanti sono i gironi dell’inferno che ci è toccato sopportare. In vita c’è chi diceva “pentiti perché non sai quel che patirai” o “vivi finché puoi perché superata la sponda tutto non avrà più senso” ma ci si può fidar dei vivi in merito alla morte?

Vi dico che sì: l’anima è immortale. Ma non perché sia costretta a resuscitare tutte le volte cercando, come un cane, di ricostruire i danni della vita precedente, ma perché una volta vissuti essa si immerge nei ricordi, decidendo di propria volontà in quali di questi soggiornare. Si dice che al di là si possano vivere le pene dell’inferno e questo è vero se si ritorna di continuo, come spinti da una pulsione coattiva, sui ricordi terribili della paura e del lutto. Così com’è possibile trovare pace in definitiva.

Dopo la morte la vita ritorna mille volte all’ora: torna, ritorna rivolta al contrario, e niente può essere scordato se non quello che si decide di abbandonare. Ricordo di aver pianto una volta e ora riesco a sentire le guance umide, il viso deformato. Posso guardare le mie mani che ricordo a stento, i miei piedi, che non esistono più, vorticare a chiocciola nell’eterno. La pelle è in chissà quale cimitero ma a me piace ricordarla screpolata, rugosa, così come la vecchiaia la porta a maturare. Mi piace ricordarmi così. Ma in vita sono mai stato vecchio? Credo di esser morto in una età giovanile, se non proprio in quella forzuta almeno in quella di mezzo. Allora da dove viene questo senile pensiero se non ho mai avuto la possibilità per ricordarmene? Forse che non sia solo ricordo il mondo di là da venire? Che sia immaginazione questa? La mia volontà può avere un futuro nella morte se può immaginarsi diversa, e io sono pienamente sicuro di una mia nuova realizzazione. Sono vecchio, calvo e sdentato. Che bello sarebbe poter immaginare nell’al di là; che bello sapere di poterlo fare ora.

Un giorno, di ritorno da lavoro, ricordo di aver girato l’angolo e di aver visto l’illuminazione. Sono stato catturato da una casa ai vertici di una collinetta: un’abitazione semplice, di campagna con i raggi di un sole in tramonto che cingevano di luce i suoi bordi. Il chiarore definiva con splendore le spalle e i contorni delle mura e del tetto. Tutto l’edificio esplodeva verso l’esterno e per i miei occhi, in quel momento, non mi è sembrato vedere una semplice casa immersa in uno spazio vacuo e informe. Certo, se mi fossi spostato cambiando prospettiva probabilmente quella sarebbe stata un oscuro contraccolpo ai margini di un bellissimo quadro sul sole, i raggi del quale sarebbero andati ad illuminare la cornice di qualche altra cosa: forse la luce seghettata di una recinzione, i capelli di un albero. Ma come ho detto: per un istante ho visto una casa con dietro il sole, e ho visto l’illuminazione.

Ecco, è lì che una volta morto mi piacerebbe ritornare. E perché non farlo? Perché non saltare nel ricordo ed immaginare di poter bussare, di ritorno da lavoro, sulla porta di una casa con un mantello di luce serale? Perché non apprezzarne le finestre, i colori cerulei e coprirsi con le sue calde coperte? Ho sognato una volta di averne annaffiato il giardino, di aver visto l’ombra di mia madre farlo, e aver capito che non siamo soli dopo. Ho sognato di averne sfornato il pane prima che si bruciasse, bruciandomi le dita prendendolo. Ricordo di averne sentito la croccantezza, l’aroma, il sale, lo stesso che scende dalle guance.

L’ho mangiato, ho sorriso, e posso dire di esser morto due volte.

L’ETERE ultima modifica: 2017-04-18T08:23:26+00:00 da Edoardo Orlandi
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A proposito dell'autore

Nato a Roma nel 1992 ha frequentato per cinque lunghi anni il liceo classico Lucrezio Caro di Roma e si è successivamente laureato alla Facoltà di Lettere, Sapienza, in Storia, Antropologia e Religione. Si considera un ragazzo normale e di questo ne sente costantemente il peso. Cerca infatti sempre di vagare tra la filosofia e l'immaginazione per superare, sempre nel pensiero, i limiti imposti, i dettami calati dall'alto, i pregiudizi incondizionati. Se gli dicono che è utopista cercherà il materialismo, se gli dicono che da antropologo non può essere razzista cercherà in tutti i modi di superare questo limite disciplinare. Cos'è per se stesso? tutto il contrario di tutto. Quando si trova un punto fermo, una certezza, è il momento giusto per dare corda al relativismo più sfrenato, al rivolgimento paradossale. Cos'è per gli altri? Tutte le possibili forme di altro che si incontrano nella vita.

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