L’Egitto, Patrick Zaki e l’Italia: aspettando il 22 Febbraio

di Salvatore D’Apote

L’Egitto, Patrick Zaki e l’Italia: aspettando il 22 Febbraio

di Salvatore D’Apote

L’Egitto, Patrick Zaki e l’Italia: aspettando il 22 Febbraio

di Salvatore D’Apote
4 minuti di lettura

La storia sembra ripetersi.

Il ricercatore universitario Patrick George Zaki – studente del Master GEMMA di Bologna che si occupa di studi di genere – è stato arrestato in Egitto lo scorso Venerdì 7 Febbraio. Secondo quanto riportato, il giovane studente sarebbe stato tenuto in isolamento per 24 ore, durante le quali è stato torturato, prima di essere condotto presso l’ ufficio del pubblico ministero, con l’accusa di aver diffuso false notizie contro il regime.

Zaki era in viaggio verso l’Egitto per far visita alla famiglia, quando è stato fermato all’aeroporto del Cairo. Da qui, è stato portato presso l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (NSA) all’interno dell’aeroporto, dove è stato bendato e tenuto prigioniero per diverse ore. Successivamente trasferito nella sede NSA di Mansura – sua città natale – è stato picchiato, spogliato e fulminato in varie parti del corpo.

Il giorno successivo, Sabato 8 febbraio, dopo esser stato portato alla stazione di polizia di Mansoura, Zaki è stato trasferito all’ufficio del pubblico ministero ed è stato interrogato alla presenza, seppur tardiva, degli avvocati. Samuel Thabet – suo difensore – ha riferito alla stampa i capi d’imputazione: pubblicazione di notizie false, incitamento alla protesta, richiesta di rovesciamento dello Stato, gestione di social media per minare l’ordine sociale e la sicurezza pubblica, incitazione a commettere violenze e crimini terroristici. Un mandato d’arresto con il suo nome sarebbe stato emesso già dal settembre 2019, secondo quanto emerso dai documenti della NSA.

Una settimana dopo, ovvero lo scorso Sabato 15 febbraio, è stata respinta la richiesta di scarcerazione del giovane ricercatore presentata al palazzo di Giustizia di Mansura. Durante l’udienza, durata soltanto pochi minuti, Zaki ha avuto modo di riferire le condizioni inumane di detenzione a cui è sottoposto: trentacinque persone in una sola cella, con gravi carenze igieniche e di areazione.

Occhi puntati su questo Sabato 22 febbraio, quando ci sarà una nuova udienza, durante la quale i giudici decideranno se prorogare la custodia cautelare di altri quindici giorni per ulteriori indagini.

Dall’Egitto arrivano dure repliche alle accuse di violazione dei diritti umani, rivolte dall’Italia: il presidente della Camera dei deputati egiziana, Ali Abdel Aal, ha definito la richiesta di immediata scarcerazione arrivata dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli, come “un’interferenza inaccettabile negli affari interni egiziani”. È proprio su questo elemento – la nazionalità egiziana di Patrick Zaki – che il governo del Cairo cerca di far leva: Zaki è di nazionalità egiziana e, per questo motivo, l’Italia e l’Europa non dovrebbero avere voce in capitolo sulla faccenda.

Come appare evidente dalle cronache degli ultimi anni, scenari come questo sono frequenti nell’Egitto del generale Abdel Fattah al Sisi. Molti altri attivisti e ricercatori sono stati arrestati in simili condizioni e circostanze. Sparizioni forzate e torture in nome del contrasto al terrorismo sembrano essere una vera e propria tendenza che vede centinaia di studenti, attivisti politici e manifestanti, spariti, senza quasi lasciare traccia.

È ben noto che i rapporti tra Italia ed Egitto si siano incrinati dopo la tortura e l’uccisione del ricercatore Giulio Regeni: da allora, i due governi hanno fatto rimbalzare tra di loro accuse e falsi sostegni, senza però, ahimè, giungere ancora alla verità.

Se però l’Italia sembra aver fatto ben pochi passi in avanti verso la risoluzione del caso Regeni, ha invece camminato a passo spedito verso redditizie intese commerciali con l’Egitto.

I rapporti economici tra Italia ed Egitto, infatti, si sono intensificati soprattutto sul fronte della cooperazione militare. Attualmente è in gioco un possibile accordo per l’acquisto da parte dell’Egitto di attrezzature militari italiane, tra cui sei fregate polivalenti FREMM, 20 navi pattuglia d’altura, 24 jet Eurofighter, diversi addestratori avanzati di jet e un satellite per un costo totale di 10,7 miliardi di dollari.

Se concluso, l’accordo si aggiungerebbe ai miliardi di dollari di accordi di armamento che l’Egitto ha raggiunto negli ultimi anni anche con altri fornitori, tra cui Francia, Russia, Cina, rendendo palese il desiderio dell’Egitto di diversificare i suoi armamenti, segnando un allontanamento dalla politica di dipendenza da un unico fornitore, ovvero gli Stati Uniti.

Il punto quindi sembra quello sviluppare e potenziare l’amicizia politica ed economica tra Il Cairo e Roma. L’Italia è molto interessata al ruolo che l’Egitto sta svolgendo nella regione del Mediterraneo orientale: l’ Egitto combatte infatti attivamente l’immigrazione clandestina nel Mediterraneo, impedendo ai suoi cittadini di salire illegalmente a bordo di imbarcazioni dirette in Europa e rafforzando la sicurezza sulle sue coste per evitare che gli africani, in fuga dalla povertà e dai disordini nei loro paesi, cerchino di attraversare il Mediterraneo.

In uno scenario d’incertezza,e nonostante il nostro Paese si sia speso più volte contro le violazioni dei diritti umani in Egitto, l’urgenza di raddrizzare i rapporti incrinati sembra essere più forte di qualsiasi altra cosa o, peggio, persona.

di Salvatore D’Apote, all rights reserved

In copertina , illustrazione di Tiziano Lettieri

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