L’effetto Bokeh di “Bohemian Rapsody”

di Gianluca D’Alessandro

L’effetto Bokeh di “Bohemian Rapsody”

di Gianluca D’Alessandro

L’effetto Bokeh di “Bohemian Rapsody”

di Gianluca D’Alessandro
2 minuti di lettura
Fin dal primissimo trailer sapevamo che c’era qualcosa di sbagliato in Bohemian Rapsody, tutto quel buonumore sembrava indirizzare il film verso una versione edulcorata della vita di Freddy Mercury. La gestazione dell’intero progetto, inoltre, non faceva che sottolineare delle difficoltà produttive molto importanti, causate da dissapori su come affrontare un personaggio carismatico e controverso come il solista del celebre gruppo. Prima Sacha Baron Cohen poi Ben Whishaw e infine Rami Malek, prima Bryan Singer e in seguito Dexter Fletcher; il tutto aveva già posto sul film un sentore negativo e le prime recensioni non fecero che confermarlo, tuttavia anche se l’impianto favolistico si percepisca fin troppo in alcune scene, Bohemian Rapsody non sbaglia alcune sequenze chiavi, trovando in esse il motivo per cui essere visionato.

Potremmo definire la pellicola come un’immagine dotata di un effetto Bokeh.

Il focus è su l’energia che Freddy trasmette sul palco, difatti i momenti migliori del film sono su di esso, dove la recitazione di Rami Malek può brillare accompagnata dalla musica che enfatizza benissimo i vari dettagli facenti parte di un concerto: i visi degli spettatori, le luci, il sudore dei performers; ogni elemento assemblato dall’ottimo John Ottman al montaggio, senza il quale ci saremmo fortemente annoiati. Se in primo piano ci sono i momenti musicali che sono davvero notevoli, sullo sfondo c’è tutto il resto: il rapporto con gli altri musicisti (i quali fungono da linea comica molto spesso), l’amore per la moglie, l’omosessualità e infine la malattia.

Bohemian Rapsody è dotato di tutti questi elementi narrativi, tuttavia essi non solo sono secondari, ma anche molto sfocati. La vita privata di Freddy Mercury perciò non è trattata benissimo per via di una scrittura che sceglie una precisa direzione: quella di voler realizzare un biopic che non entri troppo nell’intimo, cercando di raccontare i dolori di una rockstar con pochissimo impegno.

Nel seguire la carriera dei Queen, il biopic sceglie come chiusura il Live Aid nel 1985, senza dubbio il momento migliore del film. Prima di ciò ci sono mostrati altre tappe importanti del loro percorso artistico e produttivo, come la realizzazione della canzone che intitola il film, in cui potremmo vedere anche del fan service che non vi spoileriamo. Quando esci dalla sala hai solo voglia di cantare le canzoni della band britannica, perché il miglior pregio della pellicola risultano essere i brani, come sono messi in scena e recitati dagli ottimi attori; mentre i momenti interiori scialbi e i rapporti abbozzati potrebbero condurti a non rivedere Bohemian Rapsody una seconda volta, quanto solo ed esclusivamente i momenti sul palcoscenico.

di Gianluca D’Alessandro, all rights reserved

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