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“Come senators, congressmen please heed the call, don’t stand in the doorway, don’t block up the hall, for he that gets hurt will be he who has stalled. There’s a battle outside and it is raging’. It’ll soon shake your windows and rattle your walls for the times they are a-changin’…”

Che, per renderla in una battuta renziana, starebbe per “stavolta basta, signori: o bere o affogare!”. E la parafrasi spiega bene quanto, e perché, siano davvero freddi questi giorni.

Anche questo Natale si avvicina, irrequieto. Il suo arrivo, d’altronde, è stato già preannunciato abbondantemente dalle solite scintillanti ed inquietanti pubblicità festose, con la complicità di questa crisi che si è portata via non solo le statuette dei souvenir da lanciare contro i politici ma persino qualcuno di loro (se davvero così fosse, però, non aspettiamoci di trovare la stella cometa allo stesso posto: sappiamo in realtà che le toccherà seguire qualcun altro stavolta, col beneplacito di chi, da millenni oramai, l’ha tenuta sulla testa, si è resa necessaria un’eccezione).

Saranno queste manifestazioni grigie che di chiaro hanno solo un pauroso sguardo rivolto al passato, la morte mancata di Brian dei Griffin, queste primarie partitiche dai colori natalizi (con poco rosso e sempre troppo verde), la pubblicità di Intimissimi puntuale mentre ti stai strafogando di cioccolata, ma in questi giorni, più che mai, ho sentito il bisogno di ascoltare le parole di questo caro amico, per illudermi davvero che lo scenario intorno a me fosse quello della sua poesia.

Ma bere non è bastato a questo utopico proposito.

Tuttavia l’ascolto di questo meraviglioso omaggio a quelli che erano davvero anni rivoluzionari mi ha aiutato a ricordare che, senza ombra di dubbio, anche l’autore di questo meraviglioso testo meriterebbe di essere menzionato qui, sulla nostra piccola rubrica di arte. Non tutti infatti sanno che Bob Dylan, celebre cantautore, ma anche attore e scrittore, ha vestito persino i panni di pittore.   L’autore di The time they are a-changin’, infatti, ispirandosi per lo più agli artisti della pittura figurativa americana, anche se in molti dipinti appare chiara l’influenza di Gaughin, ha prodotto innumerevoli dipinti. Alcune delle sue tele hanno composto di recente la mostra The New Orleans Series, l’anno scorso allestita a Palazzo Reale a Milano.

Il cantautore ha spesso dichiarato la propria passione per la pittura; in un’intervista relativa al proprio film Renaldo and Clara, rispose, ad esempio, di aver pensato al proprio lungometraggio come ad un quadro più che come ad una pellicola.

In realtà, nella vita del cantante un ruolo fondamentale per la nascita dell’amore per questa forma d’arte l’ha giocato Bruce Dorfman, pittore americano che, per il periodo in cui Bob abitò a Woodstock, fu suo vicino di casa. Howard Sounes, autore della celebre biografia dedicata a Dylan, racconta che l’amicizia tra i due artisti nacque proprio a causa della curiosità del cantante per il lavoro di Bruce, il quale dipingeva quadri a dimensioni naturali di quelle che lui definiva delle “donne immaginarie”. Il giorno del suo ventisettesimo compleanno il cantante ricevette una scatola di colori ad olio, e decise di chiedere proprio al suo vicino di insegnargli ad usarli. Dorfman accettò volentieri, e cercò di seguire la volontà di Bob nell’aiutarlo a riprodurre le opere dei più grandi maestri, ma fu solo quando questi dovette studiare Chagall che riuscì a liberare la sua vera vena pittorica. I grandi cieli dell’artista e i suoi onirici soggetti, infatti, si rivelarono come la rappresentazione più vicina al gusto di Dylan. Il suo primo quadro fu ispirato proprio al suo stile e raffigurava immagini tratte da All along the watchtower.

Così come i suoi testi, anche i quadri di Bob toccano le più diverse tematiche e si lasciano liberamente influenzare dagli stili più lontani. Con la stessa semplicità, umiltà e purezza, e sempre senza alcuna pretesa, palesando la passione per la pittura solo come un autentico vezzo per il cantante, le sue tele sono dedicate ai più disparati temi: popolari, cittadini, sentimentali e noir. La maggior parte delle 23 tele presentate alla mostra dedicata a New Orleans raffigurano immagini tratte da delle fotografie, probabilmente il metodo più utilizzato dal cantante per dipingere. La stessa sospensione temporale, impegnata a paralizzare l’istante, è possibile però riconoscerla forse in tutti i suoi lavori.

Ma, se vogliamo, è un gioco realizzabile anche con le sue stesse canzoni, rappresentazioni splendide di un tempo che è stato e che, nella meraviglia delle sue parole, resta cristallizzato in poesia. E forse è proprio di questa stessa poesia che sicuramente avrebbe bisogno la nostra epoca e, senza dubbio, anche questo stesso Natale. La magia di quel riscatto che forse neanche questo ennesimo capodanno italiano sarà in grado di realizzare.

Tuttavia c’è ancora tempo per sperare che Babbo Natale ci stupisca e, considerato che il porcellum per questo cenone è stato finalmente allontanato date le cene indigeste delle ultime elezioni, ci regali un animaletto più decoroso per soddisfare i nostri sogni di democrazia ventura.

 

Le tele di Bob Dylan, magia di un tempo che (purtroppo) non cambia ultima modifica: 2013-12-19T13:54:49+00:00 da Maricia
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