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Intervista ad Anatma: indo-italian project

La Musica che scaturisce da sé, come una fonte. Essere lo strumento del proprio strumento. Suonare annullandosi nella musica e scaturire fuori con una personalità ancora più forte. No, non si tratta di un manuale per dello Zen spicciolo. Sto parlando di Anatma, il lavoro discografico dell’omonima band, uscito il 27 ottobre 2017 per SLAM Productions.

Se si parla di contaminazioni tra la musica indiana e quella occidentale il pensierò cadrà immediatamente su Ravi Shankar e forse, per i più appassionati, anche su John McLaughlin. Ma con Anatma il passo compiuto è davvero lungo (e di sicuro, non  più lungo della gamba). Nel senso che in questo primo lavoro discografico del quartetto indo-italiano (Luigi di Chiappari al piano, Riccardo di Fiandra al basso acustico, Daniele di Pentima alla batteria e Rohan Dasgupta al sitar)  musica occidentale e musica indiana coesistono e si amalgamano perfettamente, senza che l’una predomini sull’altra. C’era il rischio forse che l’unico strumento non occidentale, il sitar, venisse inserito e incastrato malamente all’interno di un contesto free jazz sordo alla novità esotica. Un dubbio che al primo ascolto del disco viene fugato immediatamente dal perfetto equilibrio tra le parti. Anatma non parte dal jazz per arrivare all’India, tutto il contrario. Anatma ha come punto di partenza proprio alcune composizioni classiche indiane, i raga. È dai raga che, sommessamente, quasi senza avvertirlo, si arriva al free jazz. E anche nei momenti di maggiore occidentalità, le sonorità del sitar si amalgamano perfettamente al contesto sonoro.

Tutto merito della ricerca e dello studio della musica classica indiana da parte dei musicisti italiani (di stampo, lo si è già accennato, indiscutiblmente free jazz – sul disco c’è anche un omaggio a Paul Bley). Primo fra tutti il batterista, Daniele di Pentima, che per studiare tabla e musica classica indiana ha intrapreso in passato addirittura un viaggio in India. Ed è lì che ha incontrato Rohan. È a Daniele che ho rivolto alcune domande per cercare di entrare meglio, con le parole, dentro questo mondo musicale tutto nuovo che è Anatma.

  • Ciao Daniele. Innanzitutto, cosa significa Anatma? E chi è (o cos’è?)

Ciao Leonardo. Anatma è una parola di origine sanscrita composta dal prefisso privativo a- e dal termine atma, traducibile come anima o più semplicemente sé, e si riferisce alla dottrina del superamento dell’ego. In che senso? Mi permetto di citare un passo dal Dhammapada:

«I figli sono miei! La ricchezza è mia!’: a tali pensieri uno stolto diviene ansioso. Invero, un sé che possa dirsi mio non esiste e allora come possono dirsi miei i figli e la ricchezza?»

Ecco, questa frase spiega esattamente lo spirito di questa band. Consideriamo la parola ricchezza in senso lato, magari riferita alla ricchezza culturale, ai bagagli di esperienze artistiche, al contributo profuso nell’economia di un cammino artistico condiviso da quattro persone. Ognuno di noi partecipa non individualmente, non autoreferenzialmente, ma in funzione contributiva di un risultato che si esprima da sé, che prenda vita da una sorgente unica del tutto nuova e non da quattro differenti. In questo il superamento dell’ego (questa è la traduzione della parola anatma che preferisco) diventa il passo fondamentale per ottenere il suono che abbiamo desiderato e che ancora continuiamo a cercare. Spero di non essere stato troppo pesante ma la questione è molto seria, abbi pazienza…

Mi ricollego alle domande iniziali: Chi è? Siamo noi quattro e nessuno di noi. Cos’è? Un’amicizia fraterna.

  • Che cos’è un raga? E come siete riusciti a fondere così bene due tradizioni musicali (quella indiana e quella jazz) geograficamente così distanti? Ci sono dei punti in comune?

Fioccano domande dalla risposta quasi impossibile, ciò nonostante proverò ad essere il più esaustivo possibile: il raga è un concetto. È un insieme di tante cose: per essere definito tale ha bisogno di  potersi riferire a una scala musicale la quale deve rispettare regole melodiche durante la sua esecuzione (improvvisata o scritta che sia), deve esprimere un Rasa (un sentimento, anche se in realtà è un’altra delle parole intraducibili che tanto ci piacciono, ma non voglio stare qui ad annoiarti oltremodo), deve rispettare un ciclo temporale stagionale o giornaliero o orario per poter essere eseguito, e tanto altro ancora. Insomma, l’importante è che si sappia che il raga non è semplicemente una scala musicale.

Ora, non è stato molto semplice fondere due tradizioni musicali così distanti, in effetti. Ho iniziato ad approfondire la musica indiana e l’unico  punto in comune (apparentemente, in un’analisi preliminare) è quello dell’improvvisazione su basi tematiche.
Questo è stato il punto di partenza per progettare un lavoro che comprendesse queste due tradizioni in coesistenza del tutto paritaria.

Oltre al mio iniziale interesse c’è da dire che senza l’entusiasmo e le immense capacità di Riccardo, Luigi e Rohan tutto ciò non sarebbe comunque potuto esistere.

  • Questo senza dubbio. Il loro apporto è fondamentale e si capisce subito al primo ascolto. Anatma non è un progetto solistico. È un concetto collettivo, come abbiamo già detto. Ma  a questo punto mi viene da farti un’altra domanda: sul disco c’è un brano dedicato ad una certa Lalita. possiamo sapere chi è?

Per risponderti devo prenderla alla larga un’altra volta.

Il raga che abbiamo analizzato e studiato per primo si chiama Lalit, ed è ispirato a un dipinto del 1400 che nella tradizione classica indiana rispecchia perfettamente il Rasa (il contenuto emotivo) del raga al quale è associato. In questo dipinto è raffigurata una donna vestita di bianco (Lalita appunto) ornata di gioielli e imbellettata per un appuntamento d’amore fallito, che sospira all’aurora con amarezza e disillusione. Questo è anche il motivo per il quale Raga Lalit dovrebbe essere eseguito solo nel lasso di tempo compreso nelle tre ore che precedono l’alba.

Lalita, nel nostro album, è in effetti l’unico brano che ho scritto e preparato da proporre alla band in sede di registrazione che successivamente abbiamo arrangiato insieme. Sono molto sensibile a questo tipo di sentimenti mortiferi, non ho potuto esimermi dal dedicare una serenata a questa povera mentecatta.

  • So che il disco è nato ed è stato ripreso in un solo giorno. Avete inciso sei pezzi in poche ore (uno addirittura di 27’31”)… Mi viene da chiederti: al settimo vi siete riposati? No, davvero, a parte gli scherzi: come avete fatto? E quali pezzi sono stati scritti e quali sono stati improvvisati (se si può dire)?

Al settimo ci siamo riposati troppo, infatti non lo abbiamo inserito nell’album. No, dai, allora… in realtà non lo so, la storia dietro quel giorno è un po’ bislacca.
Io ero l’unico a conoscere il volto di Rohan, nei mesi precedenti ci eravamo accordati per incontrarci in Italia in occasione di un suo concerto ad Assisi e chiuderci un giorno in uno studio di registrazione con Luigi e Riccardo, senza programmare nulla. Ma proprio nulla. In effetti non eravamo nemmeno sicuri di poterne ricavare del materiale decente.
Solo di Lalita era stata decisa la melodia del tema ma eravamo solo noi della componente italica a saperlo. Tutti gli altri brani sono stati creati e suonati direttamente in studio dopo esserci accordati velocemente su qualche parametro come la tonalità, ma nemmeno sempre.
Il risultato sono due brani più vicini alle interpretazioni classiche di tradizione indiana di Raga Lalit e Raga Zila Kafi (basato su una scala dorica, il parco giochi di ogni jazzista per intenderci), una spensierata Kolkatay Stomp (riff inventato da Riccardo fra una pausa sigaretta e l’altra alla quale Rohan ha aggiunto una melodia del tutto inventata strada facendo).

Mancano all’appello due brani, altri due miracoli, i due tributi. Uno è Bengal, ispirato da composizioni di Rabindranath Tagore e Ravi Shankar, mescolate fra di loro e stravolte. Questa è stata un’iniziativa di Rohan abbastanza curiosa: chiese al fonico «Are we still recording?». In effetti la registrazione non è mai stata interrotta per sei ore, quindi sì. Una volta appurato questo si girò e ci disse «So let’s play this tune» e iniziò a suonare senza dirci nient’altro. Il risultato lo potete apprezzare (spero) sull’album.
L’altro è Lacrimosa. È un ritaglio che abbiamo scovato nella fase di sbobinamento di questa lunghissima registrazione. Era troppo bello per lasciarlo andare nell’oblio. Inoltre ci è sembrata la manifestazione più chiara della riuscita dell’esperimento di commistione.

  • Mi hai detto che eri l’unico della band a conoscere il volto di Rohan. Com’è stato il tuo incontro con lui in India?

Alcuni amici direbbero «PAZZESCO!». E lo è stato. Lo avevo contattato pochi giorni prima di partire per l’India per farmi dare consigli riguardo all’acquisto di un set di tabla che avevo intenzione di comprare da un artigiano di Kolkata. Lui non solo si rese disponibile ad aiutarmi ma addirittura adaccompagnarmi e fare da intermediario. In quell’occasione abbiamo avuto modo di parlare tanto, bere tanto chai (i tempi in India sono abbastanza dilatati, e tu da buon siciliano puoi capire cosa intendo) e di scoprirci particolarmente affini su una miriade di aspetti, dalla passione per la cucina, a Jackson Pollock, a Miles, a Nikhil Banerjee, alle camicie di lino…potrei andare avanti per molto.
È fondamentalmente grazie a questo incontro che oggi c’è Anatma (e degli appuntamenti semestrali  di degustazione di cucina indiana a casa dove io Luigi e Riccardo viviamo. Ovviamente cucina Rohan. )

Mi preme sottolineare nuovamente l’apporto inestimabile e fondamentale di Riccardo e Luigi che mi hanno appoggiato con dedizione enorme in questo salto nel vuoto. La loro parte nel gioco è venuta dopo, è vero, ma con effetto retroattivo di importanza e dimensioni incalcolabili.

  • Certo, assolutamente. Bene, direi che siamo giunti quasi alla fine. A questo punto ti chiedo: quali sono i progetti di Anatma adesso?

I progetti sono tanti. Sicuramente il primo da spuntare sulla lista è quello di portare la presentazione di questo disco in India e ho buoni motivi per credere che ciò accada presto, ma non voglio sbilanciarmi ancora. Poi sicuramente seguiranno altri lavori discografici, tanti concerti e tante cene italo-indiane.

Attendiamo un invito ad un concerto allora (e ad una cena italo-indiana, soprattutto). Grazie mille Daniele, e in bocca al lupo ad Anatma!

Per chi volesse acquistare Anatma, ascoltare delle anteprime streaming, o semplicemente seguire le news, le date e tutto quello che c’è da sapere su questo bellissimo esperimento indoeuropeo qui sotto trovate aluni link utili:

 

https://www.amazon.com/s/ref=nb_sb_noss?url=search-alias%3Ddigital-music&field-keywords=anatma+slam

 

http://www.jazzcds.co.uk/artist_id_1506

 

www.an-atma.com

https://www.facebook.com/anatmaofficial/

di Leonardo Gallato, all rights reserved

 

Le sorgenti della musica e il non-ego ultima modifica: 2017-11-24T13:35:58+00:00 da Leonardo Gallato
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A proposito dell'autore

Leonardo Gallato, come se niente fosse, nasce nel 1991.
Senza esagerazioni o pretese di qualche sorta vive all’insegna dell’amore la sua giovane vita, che può essere serenamente raccontata in poche, ma intense quanto inafferrabili, parole.
Forte passione per le cose vecchie, per cui si laurea alla facoltà di lettere classiche de La sapienza di Roma. Forte passione per la letteratura e in particolare per la poesia, per cui scrive e pubblica una raccolta, intitolata “Silenzi”. Forte passione per la musica, per cui fa anche quella, scrivendo e suonando suoi brani. Tante forti passioni e pochissimo tempo.
Ce la farà il giovane Gok… cioè, Leonardo, ad arrivare sano e salvo fino alla vecchiaia?

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