Le rane

di Marica Dazzi

Le rane

di Marica Dazzi

Le rane

di Marica Dazzi
7 minuti di lettura

Ecco, ricordava di aver pensato: c’era tutto.

Ogni cosa era al suo posto: non avrebbe potuto desiderare altro, non avrebbe cambiato un solo dettaglio di quell’attimo.
Scappato dalla sua malconcia casa popolare, che tanto odiava, lì in quel piccolo stagno, aveva scoperto il suo angolo di paradiso.
L’odore dell’acqua, che dalle narici inumidiva quasi con sollievo persino le ossa, il sole timido ma impenitente sul naso, il calzino arrotolato sull’amo, improbabile esca appetitosa.
Ma soprattutto, l’attesa del salto.
L’eccitazione, lo sgomento e la sua canna da pesca.
Un solo secondo, un battito di ciglia, e sarebbe stato troppo tardi. Francesco sapeva che il salto della rana, veloce, impercettibile, sarebbe dovuto essere subito seguito dal suo scatto di gomito, rapido altrettanto, o sarebbe stato troppo tardi, e la sua caccia si sarebbe conclusa con meno teste di Mauro, e questo non doveva accadere, assolutamente, o avrebbe perso il vantaggio accumulato in tutti quegli afosi pomeriggi, a coronare la gioia corsara che s’impadroniva di lui ogni volta che, indossati i sandali e scese le scale di corsa, aveva scoperto amare quella fuga.
Una sola rana in più e avrebbe vinto la sfida del giorno. Ricordava infatti che quella volta avevano deciso di chiudere il duello a cinque, considerato il caldo cocente che da lì a poco avrebbe impedito loro di continuare la pesca. E la parità che da più di una decina di minuti manteneva la suspense alta tra i due contendenti, diventava sempre più fastidiosa per lui, nonostante riconoscesse la perfezione di quelle ore semplici e distratte.
Francesco pensava che aveva quasi cominciato a sudare, e a maledire quella dannatissima rana che, confusa, non sapeva ancora decidersi tra l’inconsapevolezza della trappola e l’agonia di un suicidio per gola. Non sapeva allora, che quei tredici anni, quegli sporchi e ridicoli calzoncini avuti in prestito da suo fratello Mario, l’odore acre del suo migliore amico ed acerrimo rivale, e la sete di vittoria di quei pomeriggi d’estate, saranno ricordi che per la sua intera vita costituiranno il suo ideale abbandonato, il suo più grande rimorso.
Tutto questo ancora non lo sa, come non sa che la rana che ha adocchiato praticamente dall’inizio del loro strano duello e che non si decide a immolarsi come suo trofeo finale, non sarà destinata alla sua vittoria, ma sancirà la sua più immemorabile e dolce sconfitta.
E fu in quell’istante infatti, nell’esatto momento in cui la sua preda golosa decise di tentare la sorte avventandosi sull’implausibile e fintissimo moscone di calzettone adidas, ennesimo souvenir rubato dalla stanza di Mario, che il fruscìo forte di una gonna colorò l’aria di rosso quasi maleficamente e lo distrasse, compiendo un incantesimo che, alla sua età, Francesco ancora non conosceva, e che non avrebbe rivisto dispiegarsi nella sua insolita e sbagliata indelicatezza di fronte a sé per molto tempo da lì a venire.
Il sorriso prepotente di Sofia lo sovrastò, intera e unica visione del mondo circostante, e Francesco ricorda di aver pensato perché ipnotizzato non riuscisse a smettere di fissarlo. E cosa ci trovasse di così stupefacente se lo chiederà da lì a molti giorni a venire, di sicuro non aveva letto tutti quei fumetti per arrendersi facilmente, ma non saprà comunque darsi una risposta per un bel po’ di tempo.
Eppure lo sapeva, si ricorda di aver pensato di ritorno a casa, che quella stramaledetta rana stava per lanciarsi verso di lui, sarebbe bastato mantenere la concentrazione giusto un secondo di più e avrebbe vinto lui quella volta. Tuttavia il rimorso lo accompagnerà sulla spalla solo per una parte della serata, per cedere il posto all’angoscia di una strana novità.
Quella sarà solo la prima notte che Sofia, Francesco, e Mauro passeranno insieme, quelle risate, le lucciole sole a guidarli nell’oscurità saranno protagonisti di un rituale memorabile che, negli anni a venire, magicamente si compirà ogni sacrosanta sera d’estate, conclusione agognata della crudele pesca delle rane.
Di fronte al suo amaro scuro, consumato in fretta dopo la solita cena di lavoro noiosa, al Bar della Pace, in pieno centro, non avrebbe mai pensato di perdersi in questi ricordi, un’altra vita che adesso non credeva quasi di aver mai vissuto, eppure una parte di lui sapeva che gli occhi di Sofia a volte lo guardavano dallo specchio della sua lussuosa camera da letto con vista Colosseo, e fissi in quelli di lui gli chiedevano se fosse davvero quello ciò che desiderava, ciò per cui aveva rinunciato a tutto, aveva rinunciato a lei.
E, esattamente con la stessa inconsapevolezza di quella prima sera d’estate, ancora non sapeva darsi una risposta.
Tuttavia era un incontro al quale cercava di mancare, di recente soprattutto, e con il passare degli anni, aveva spesso cercato, di interpretare quei dubbi come rimorsi dettati dalla stanchezza che quell’importante impiego gli costava, niente di più.
Non era la sua morbida pelle, non quella carezza scappata dalle dita di lei, che tanto lo aveva stordito quando si era posata sulla sua mano, qualche mese dopo il loro primo incontro a mancargli. Non il suo profumo, forte, impertinente solo come lei, che fin dalla prima volta che lo aveva sentito, facendosi sfuggire l’ultima rana, gli si era svelato languido come una disgrazia dalla quale non avrebbe potuto salvarsi o il primo bacio che gli aveva regalato sulla bocca, né tutti gli altri di quei lunghi anni.
Era solo qualche ora di sonno in meno ad immalinconirlo, era passato davvero troppo tempo, aveva superato persino la scossa che gli aveva provocato l’apertura delle partecipazioni al loro matrimonio, la consapevolezza che quella della rana non era assolutamente la competizione peggiore che avrebbe perso con Mauro, ed in fondo sapeva di aver fatto la scelta giusta, nonostante le parole di quell’ultima conversazione con la futura sposa non lo avrebbero mai lasciato del tutto libero mai.

“Sei sicuro di voler accettare quell’incarico? Significa trasferirsi, rinunciare ai nostri sogni, mi avevi promesso che saremmo stati sereni qui, che avresti potuto continuare il lavoro cominciato da tuo padre, cosa significa adesso che devi partire a Roma?”
“Avevamo già discusso di questa possibilità” – “Certo, peccato che fino alla fine mi avevi fatto sempre credere che in realtà non le avresti dato un peso reale, che poteva essere solo un’ancora di salvezza per te, nel caso in cui le cose non fossero andate bene qui.” “Sì ma ci ho pensato, non posso rinunciarci, potrebbe essere l’occasione della mia vita!”
“Ma perché? Cosa vuoi di più di ciò che abbiamo? Cosa ti manca?”

Già cosa? Pensò Francesco svuotando seccamente il suo bicchiere, e guardando dritto davanti a sé, il ghigno falso e nervoso di Mauro riflesso nello specchio del locale, seduto al tavolo con fare sornione con un ragazzo poco più giovane di lui, forse un assistente, o un cugino che studiava in città e che aveva ricevuto la sua visita.il-potere-della-nostra-adolescenza-spiegato-dai-baustelle

Probabilmente anche lui mi avrà visto e riconosciuto si disse, mentre la radio trasmetteva un vecchio pezzo dei Baustelle. Mai avrebbe pensato di trovarlo lì, si sentiva quasi tradito dalla sua compagna: una città così grande, ti protegge, ti allontana da qualunque verità e ti aiuta a convincerti delle menzogne che decidi di raccontare a te stesso.
Come lei, come Roma, anche lui era cresciuto e forse nello stesso modo, pur perdendo il suo splendore iniziale, i momenti di ammaliante bellezza che riusciva ancora a regalargli persino negli scorci rapidi rubati al volo in sella alla sua moto, riuscivano ancora a distrarlo dal resto, sempre troppo alto per il conto che non decideva di pagare.
Dovrei forse avvicinarmi? E per dirgli cosa? Che effetto ti fa? Che fine hai fatto? Che prezzo hai pagato? Sai che lo stagno dove andavamo a pescare è stato coperto dalla piscina di un nuovo agriturismo? Ma sono sicuro che lo saprai già, anzi forse tu e Sofia avrete festeggiato proprio lì il matrimonio al quale non ho avuto il coraggio di venire.
Quasi paradossalmente pensò, come se il tempo non fosse mai trascorso, Mauro anche in giacca e cravatta per lui continuava ancora ad indossare quella maglietta sporca che spesso metteva d’estate, nonostante le macchie di olio che, con grande dispiacere della madre, la caratterizzavano. Le sue sopraccigli spesse, il suo faccione buono, non erano cambiati. Francesco si chiese se avrebbe voluto sapere come lui e Sofia si fossero avvicinati. Quando avessero capito di essere fatti l’una per l’altro, e come? Ma, a quel punto, sarebbe forse servito a qualcosa?
In realtà si disse, grottescamente, l’unica domanda che gli veniva in mente da porgergli, nella sua discostante e difficile semplicità sarebbe stata “Ci pensi ogni tanto alle rane?”.
A quel pensiero rise di gusto, goffamente, da solo, sentendosi ridicolo.
Pagò il conto, salutò ma decise che prima di dirigersi verso casa e lasciare il bar avrebbe fatto un salto in bagno.
Fu appena uscito, bagnandosi il volto al lavello, che si accorse di stare piangendo.

FINE

Di Maricia Dazzi.

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