Le “mezze” verità sono il vero fallimento dello Stato

di Nicoletta Fruncillo

Le “mezze” verità sono il vero fallimento dello Stato

di Nicoletta Fruncillo

Le “mezze” verità sono il vero fallimento dello Stato

di Nicoletta Fruncillo
10 minuti di lettura

Marco Vannini, un nome legato ad una vicenda giudiziaria definita dai più “assurda”.

Un processo, una verità non del tutto nitida perché legata a quella verità raccontata da chi, quel momento, lo ha vissuto in prima persona.

Una verità “relativa” che è destinata sempre, nel bene o nel male, a ricadere su chi è preposto a sentenziare.

Le uniche cose certe di quella tragica notte, tra il 17 ed il 18 maggio 2015, sono due: un colpo di pistola e la morte di Marco. Il resto, una serie di racconti confusi e turbati.

Stando alla ricostruzione dei fatti, effettuata dagli inquirenti, il contesto, in cui si consuma il dramma, non desta particolari sforzi intellettuali per essere compreso. Viene dipinto un bel quadretto familiare: c’è Marco, ventenne di Cerveteri, che si è recato presso la casa in cui vive la sua fidanzata, una villetta in via De Gasperi, a Ladispoli. È più di qualche anno che condivide la sua quotidianità al fianco di Martina Ciontoli, per cui non è lontano dall’immaginario collettivo, specie se si considerano i giorni d’oggi, che il ragazzo frequenti anche la sua famiglia tra cerimonie, eventi, pranzi e cene.

Quella sera, infatti, si siede a tavola con tutta la famiglia di Martina: c’è suo padre, Antonio Ciontoli, sua madre, Maria Pezzillo e persino suo fratello, Federico Ciontoli, in compagnia della rispettiva fidanzata, Viola Giorgini.

Tutto sembra andare per il meglio: hanno mangiato e bevuto, si sono scambiati battute, risate, idee ed opinioni. Forse è caduta a terra qualche posata, o forse è caduto qualcosa sulla tovaglia, e si è innescato quel via vai infinito, che va dalla cucina al tavolo, e da questo di nuovo alla cucina. Insomma, non c’è alcun apparente motivo per pensare che di lì a poco sarebbe accaduto un evento che, per le loro vite e per quelle di altri (in primis, i familiari di Marco), si sarebbe rivelato tanto travolgente, quanto sconvolgente e sconcertante.

Di botto, dalla tranquillità alla confusione. Un rumore sordo risuona in casa e per strada. La prima chiamata, non immediata, agli operatori sanitari racchiude una strana verità: a quanto dice Federico, in palese stato di forte agitazione, mista a terrore, un ragazzo si è sentito male, ha avuto un attacco di panico, è pallido e “non respira più”. È stato vittima di uno scherzo; lui lo sa perché, pur non essendo presente, sono stati il padre e la madre a comunicarglielo. Con un veloce passaggio di cornetta ora è Maria a parlare: davanti alla preoccupazione di chi è dall’altra parte del telefono, spazientito perché non capisce con precisione cosa stia accadendo, la donna si limita ad affermare che “il ragazzo stava facendo il bagno, stava nella vasca”. Lo ripete per due volte, perché interrotta da voci di sottofondo che le assicurano che il ragazzo si sta riprendendo, e che non c’è bisogno di alcun soccorso. Così, dando ascolto a quanto le veniva riferito, fidandosi, mette giù.

Passa altro tempo e poi, di nuovo, una chiamata agli operatori sanitari. Questa volta a parlare è Antonio: la sua verità è che Marco si è infortunato. Una caduta, mentre era in vasca, che gli era costata un buchino (così è stato definito) sul braccio, causato dall’urto con un “pettine a punta”.

L’ultimo audio, che integralmente riporta questa seconda chiamata al 118, è a dir poco agghiacciante. In sottofondo, le urla e i lamenti di un ragazzo che risulta essere troppo agitato per un semplice buchino. Urla e lamenti che non passano, infatti, inosservate a chi è dall’altra parte del telefono: parole poco comprensibili, parole trascinate, che implorano solo “basta”.

L’arrivo dei sanitari a nulla vale; nemmeno il trasporto in eliambulanza presso il Gemelli. Di lì a poco, il cuore di Marco avrebbe smesso di battere, dopo almeno due ore di agonia.

Tra perplessità e dubbi, alla fine è papà Antonio a confessare al P.m. “l’altra” sua verità: gli è partito un colpo dalla pistola. Stava mostrando la sua beretta a Marco, per scherzare gliel’ha puntata contro e, credendo che non fosse carica, ha premuto il grilletto (il resto lo immaginate, purtroppo). Da quanto sembra, lui e Marco erano soli. Non così, invece, secondo i racconti, ripresi e registrati, della figlia. Lei ha assistito alla scena: ha visto il padre puntare la pistola contro il suo fidanzato; ha visto questo diventare pallido e ripetere che “non si scherza così”; ha visto il proiettile nel suo fianco. E non è certo improbabile che abbia ascoltato quel rumore sordo, perché lei, in quel preciso momento, c’era.

Eppure, nonostante ciò, i primi pensieri non sono rivolti alla giovane vita spezzata e così tanto amata, quanto piuttosto allo stato d’animo di Antonio in quel tragico istante. Tutte le preoccupazioni si concentrano sul capo-famiglia. Eh sì, perché papà Antonio è un sottufficiale della Marina Militare e non è bene sapere che, proprio in virtù del ruolo ricoperto, abbia fatto uso improprio delle armi da fuoco.

La situazione che emerge è quella di una famiglia che si stringe, in un modo abbastanza particolare, al proprio dolore, innescando una strana reazione sfociante nella massima protezione del nucleo familiare, a discapito di tutto il resto.

La vicenda, comunque, non tarda a finire nelle mani della Corte d’Assise di Roma, dinanzi alla quale Antonio, Maria, Federico e Martina vengono imputati per omicidio volontario; Viola, invece, per omissione di soccorso. Se i soccorsi fossero stati attivati immediatamente, Marco, probabilmente, sarebbe ancora vivo.

Il lavoro, per gli inquirenti, non è semplice: è inevitabile che la confusione dei racconti, le tante ricostruzioni effettuate dalla famiglia Ciontoli (alle quali si aggiunge anche quella raccontata ai genitori di Marco, per cui il ragazzo sarebbe caduto dalle scale), finisce per ripercuotersi sul quadro probatorio processuale. Più non è chiara la vicenda, e più sarà difficile, per chi non era presente in quel momento, ricostruirla a posteriori, perché costretto a fare fede solo su una serie di elementi concreti, fattualmente riscontrati, da far combaciare con mezze verità.

La sentenza di primo grado commina ad Antonio una pena pari a 14 anni di reclusione; alla moglie, e ai due figli, spettano, invece, 3 anni di reclusione. Viola Giorgini è assolta.

Disattesa la requisitoria della Procura di Civitavecchia, che aveva chiesto l’applicazione di pene ben più severe, le prime reazioni “a caldo” dei familiari del ragazzo (e non solo) sono dure. Si parla di una pronuncia “vergognosa”, dell’onta di essere cittadini italiani, rappresentati non già da uno Stato di diritto quanto, piuttosto, da uno Stato in cui la “giustizia” è ormai morta e in cui le Istituzioni non rappresentano più un punto di riferimento credibile.

Nel corso del tempo tale disprezzo, anziché placarsi, è aumentato, per non dirsi triplicato o addirittura quadruplicato. Complice è stata la sentenza, pronunciata in secondo grado, dalla Corte d’Assise d’appello di Roma. A fronte del ricorso presentato e di un nuovo giudizio nel merito, mentre viene confermata la pena di 3 anni di reclusione per Maria, Martina e Federico, nonché l’assoluzione di Viola, l’organo giurisdizionale ha riqualificato il reato imputato ad Antonio, che, da omicidio volontario (con dolo eventuale), diviene colposo. Il mutamento del titolo di reato, accompagnato dal diverso elemento soggettivo, consistente nel grado di coscienza e volontà dell’azione od omissione, (in questo caso non più dolo ma colpa), impone una rimodulazione della pena, che da 14 anni viene ridotta a 5.

È abbastanza immediato immaginarne le conseguenze. “Questa sentenza non è stata pronunciata nel nome del Popolo italiano, non certo nel mio”: così esordisce Marina Conti, mamma di Marco Vannini. Ma non è la sola a pensarlo: la reazione delle coscienze popolari mostra solidarietà al dolore della donna e si scaglia, come sempre del resto, contro chi, quella sentenza, l’ha pronunciata.

La creazione, sui vari social, dell’hashtag #noninmionome è virale, così come virale è la sua diffusione. È una presa di posizione nei confronti della Giustizia tutta, che però viene sempre inquadrata nella sola magistratura giudicante.

L’intento di chi scrive, si badi bene, non è quello di schierarsi a favore delle Istituzioni e contro l’immenso dolore delle famiglie che, come quella di Marco, sono vittime di tragici eventi. Impossibile immaginare quello che si prova se non lo si è vissuto in prima persona, e, perciò, nei confronti di costoro non può che essere riconosciuto, e dovuto, il massimo rispetto e solidarietà.

Né, tantomeno, si cerca di sostenere e convincere che la macchina giudiziaria e, con essa, l’intero sistema processuale abbiano le sembianze della perfezione. È opportuno, se non necessario, ricordare che si tratta pur sempre di un sistema creato dagli uomini per gli uomini e l’imperfezione è connaturata a questo per definizione.

L’intento che ci si prefigge è, piuttosto, quello di scardinare alcune credenze generalizzate nelle coscienze dei consociati, che vengono spesso affermate a gran voce senza troppa cognizione di causa. Ed il singolo caso in questione si presta ad una riflessione ben più profonda circa il funzionamento e le dinamiche interne della macchina processuale e giudiziaria. Una riflessione che si serve del singolo caso concreto, ma che, tuttavia, trascende da esso.

In un’aula di Tribunale la parola “giustizia” non assume i contorni ed i connotati di un sentimento votato alla “morale” o al “sentire comune”. È una “giustizia” che è diversa, ma che, nella sua diversità, assicura uguaglianza: è conformità a parametri legali. Nel momento in cui il giudice si presta a sentenziare, non gli è concesso di emettere un giudizio fondato sui propri convincimenti, sensazioni e sentimenti. Nella sua coscienza è fortemente possibile che ritenga la pena, in alcuni casi o in altri, troppo esigua o esagerata, ma, nel dare un responso, è obbligato e vincolato a quanto risulta dal quadro processuale, a cui si dà veste giuridica e legale per mezzo di quanto è statuito nei codici. Egli è chiamato ad applicare, solo ed esclusivamente, la legge.

Per quanto una sentenza possa essere “assurda” e per quanta colpa si voglia attribuire alla magistratura, nella specie al singolo giudice, si tratta pur sempre di un’assurdità e di una colpa relativa. Quella pronuncia non dipende dalla volontà del giudice, ma essenzialmente dai fatti portati alla sua conoscenza, tra i quali rientrano, in primis, i racconti e le testimonianze di chi quel fatto lo ha vissuto in prima linea. Dipende da come viene raccontata la verità da chi ha partecipato a quell’evento.

Nel corso di un processo la ricostruzione della verità è di carattere solo ed esclusivamente processuale. Nessuno potrà mai spiegare come, in quel preciso istante, in quell’esatto momento, siano andate le cose: siamo umani ed è nei nostri limiti l’incapacità di tornare indietro nel tempo. Certo è che a ciò si potrebbe ovviare se chi è stato presente, se chi sa, non si limitasse a starsene chiuso nei suoi silenzi e nelle sue personali, soggettive mezze verità. È questo il fallimento dello Stato e non una sentenza che prevede una pena troppo esigua o esagerata.

Un processo e di conseguenza una sentenza saranno veramente giusti quando saranno lo specchio della verità. La “giustizia” non dipende dal quantitativo di pena chi ci si aspetta venga comminato ad un dato soggetto in relazione al grado di riprovevolezza della propria condotta. Se così fosse, saremo tutti convinti del fatto che 20, 25 o 30 anni in carcere non saranno mai equiparabili alla perdita di un marito, una moglie o un figlio.

La sentenza, il processo e la pena saranno “giusti” quando ad essere rotto sarà il muro del silenzio; quando assisteremo a quello che è stato definito “il cambiamento delle coscienze” di chi è colpevole o di chi, pur non essendo tale, comunque “sa” e “conosce”. Quando la verità equivarrà a sincerità. Solo così potrà dirsi veramente riparato il danno commesso, sia nei confronti delle singole famiglie che di tutta la società.

I più sicuramente obietteranno che questa sia una visione utopica ma è proprio ai più che dico: secondo quanto emerso dal sondaggio appositamente creato sul tema, non sono la sola ed unica a pensarla così. E quando lo stesso pensiero è condiviso da una molteplicità di persone (che nella specie rappresentano l’85% a fronte del 15%) non credo si possa parlare ancora di utopia. Che questo non sia l’inizio di una rivoluzione di pensiero? Sicuramente, speriamo di sì!

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