Le libertà fondamentali ai tempi del Covid-19. Una tragedia (greca) annunciata.

di Pietro Maria Sabella

Le libertà fondamentali ai tempi del Covid-19. Una tragedia (greca) annunciata.

di Pietro Maria Sabella

Le libertà fondamentali ai tempi del Covid-19. Una tragedia (greca) annunciata.

di Pietro Maria Sabella
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I grandi classici del teatro greco e latino prevedevano l’ingresso del cosiddetto “deus ex machina” per lo scioglimento della trama. Un dio veniva calato dall’alto sulla scena per porre rimedio all’intricato destreggiarsi degli avvenimenti che, molto spesso, seguivano alle peggiori manifestazioni degli istinti e delle perversioni dell’essere umano.

Ecco che, nell’attesa che la mano religiosa scenda sulle nostre teste per porre fine a questa sventura, dobbiamo attenerci a deliziose regole di distanziamento sociale, o meglio di segregazione domiciliare. L’effetto odierno nei teatri, le nostre chiese laiche, apparirebbe quasi intangibile, simile ad un accadimento inimmaginabile.

Eppure, mentre siamo ancora tesi a restare in vita in questo intricato complesso di avvenimenti, forse, qualche riflessione appare opportuna per comprendere se il palco, così come imbastito, lasci spiragli di vita, oltre che di mera sopravvivenza degli attori in campo.

Così come in teatro, gli ordinamenti scaturiti dalle Costituzioni moderne necessitano di regole, di palinsesti ben definiti, per poter risolvere eventuali intoppi sulla scena.

Espedienti di vario tipo, impiegati dalla scenografia o dagli attori per dare un equilibrio, una parvenza di normalità e genuinità nello svolgimento della narrazione, che non lascino spauriti gli spettatori e che non blocchino di colpo la magia che circonda le soleggiate e profumate atmosfere del Mediterraneo in cui, nel tempo, Medea o Andromaca, si sono viste raffigurate e animate nei tanto amati anfiteatri spezzati dal sole.

In un certo senso, come nel teatro greco, le libertà, i diritti e i doveri del cittadino, sanciti dalle Magnae Chartae degli ordinamenti democratici, sono chiamati a fondersi in un armonioso equilibrio di scena, tale da non interrompere il flusso del vivere civile innanzi a stravolgimenti inaspettati, alla caduta dell’attore, ad un colpo di vento. Quando tuttavia un elemento posto a baluardo del controllo dello stato di emergenza non viene adeguatamente impiegato o inserito in questi momenti di trambusto, l’esito infausto della sceneggiatura potrebbe praticamente essere scontato. Anche la discesa festosa o irosa del deus ex machina sarebbe del tutto inutile in un caos ormai generalizzato.

Probabile, dunque, che nell’attuale dramma contemporaneo anche il più mirabile dei vaccini potrebbe non riportare risetto in una società stravolta, snaturata, destabilizzata rispetto alle convenzioni sociali e giuridiche alle quali era stata abituata.

Ebbene, per voler tradurre questo parossismo nella situazione attuale, si potrebbe accertare se l’assetto degli equilibri di scena, ovvero dei principi costituzionali compressi dall’emergenza Covid-19, abbiano lasciato un palco omogeneo, ancora intatto per ritornare vispo e allegro al momento del superamento del guaio.

Ciò che in realtà potrebbe accadere è che l’esatto finale della Medea di Euripide si riveli anche in questo frangente senza nessuna programmazione, proprio a causa di una inaspettata frizione dei meccanismi costituzionali posti a salvaguardia delle libertà del cittadino, in assenza, appunto, di elementi di scena tali da riportare in equilibrio la vicenda. Si assisterebbe dunque alla morte dei figli di Medea, ovvero le libertà uccise, che condurrebbe comunque Giasone, il cittadino, alla disperazione e Medea stessa, fautrice di tutti i provvedimenti para-legislativi assunti, ad una pazzia irrazionale e all’abbandono della scena su un carro alato mentre tutta Corinto, l’Italia, rimarrebbe imprigionata in un destino inequivocabile.

E così è probabile che tutta la comunità, come accaduto per il Re Egeo, si stia lasciando ossequiare oltremodo da Medea, consentendo così un ingresso maldestro dei suoi provvedimenti all’interno delle mura delle libertà personali. Dal “restiamo a casa” al depotenziamento delle principali prerogative del cittadino, il passo, infatti, è stato breve e quasi impercettibile, poiché dettato con DPCM apparentemente innocui, e non con leggi del Parlamento, tanto abili a fare schiamazzo e a destar attenzione.

Tuttavia, se originariamente la promessa di Medea era quella di mettere al servizio le proprie arti tecnico-politiche per dare a Egeo un figlio, cioè la sconfitta dell’emergenza Covid-19, al finale, invece, mandava in dono alla futura sposa di Giasone una veste avvelenata. La sposa, indossato l’abito, moriva tra atroci tormenti.

In questi tormenti, naviga annaspando il modello di auto-certificazione, cavallo di Troia o tallone di Achille, mutuati da altra epopea greca, che ha dato consumazione alla stessa disperazione di Giasone, immobile, perso, ormai da sessanta giorni, nella sua dimora. Questo in quanto, solo apparentemente il modello di auto-certificazione è apparso simile a quell’elemento di scena in grado di evitare gli sconquassi dell’imprevedibile, ma più che altro è divenuto la materializzazione della magia stessa di Medea. Strumento originariamente predisposto per distruggere i castelli della burocrazia e accedere alle tanto agognate autorizzazioni, è stato così male impiegato dalle magie da diventare, invece, il nuovo strumento di accesso all’esercizio della fondamentale libertà personale. Da grimaldello burocratico per provare la veridicità di uno status, si è trasformato in aspide, utile per sottoporre a giudizio, ma non diretto di un magistrato che pratica le dovute garanzie, l’opportunità stessa dell’esercizio della libertà. Giasone, fintamente resosi auto-responsabile delle proprie azioni, in realtà, ha sottoposto a controllo non le modalità di svolgimento dei propri comportamenti, ma la stessa prerogativa di potersi comportare in qualche modo (non potere uscire dalla propria abitazione se non per comprovate motivazioni..), lasciando a Medea il tempo per pianificare le proprie azioni.

Insomma, Medea è riuscita a sottoporre alla disamina non regolamentata delle proprie magie, sia il se, ma anche il quando e il come della libertà personale.

Del resto, la magia di Medea ha solo lasciato credere trattarsi di una limitazione della libertà di circolazione per motivi sanitari, previsti peraltro in sceneggiatura, cioè dalla Costituzione. Come poteva, infatti, Egeo avere un figlio senza l’aiuto fisico di Medea? Come poteva, dunque, abbattersi la curva di contagio senza un chiaro distanziamento sociale?

Eppure, in questa Fase 1 della trama, potrebbe sembrare che, più che di una limitazione della libertà di circolazione, fatta di coercizioni di carattere obbligatorio che non si traducono in una coazione immediata del cittadino, si stia assistendo ad una vera e propria limitazione della libertà personale che, tuttavia, non può essere disposta solo dalle magie provvedimentali (DPCM) di Medea, ma necessita, in forza proprio della Costituzione, di una legge del Parlamento e di una riserva di giurisdizione.

Insomma, non si potrebbe essere sottoposti ad un giudizio immediato per le strade della città, ma dovrebbe essere un giudice ad accertare la violazione, in forza di una legge del Parlamento che regoli i comportamenti della cittadinanza anche in questo stato di crisi. Infatti, a voler sposare alcune argomentazioni di autorevoli Autori (del passato e del presente), si può affermare che si ha una limitazione della libertà di circolazione solo quando viene ristretta la facoltà della persona di muoversi e di circolare in una serie definita di rapporti (ovvero, non poter recarsi e soggiornare in un dato Comune), ferma restando la libertà di movimento in tutti gli altri luoghi non vietati. Si ha, invece, una restrizione della libertà personale quando viene limitata la stessa facoltà di movimento di un soggetto in una serie indefinita di rapporti, ovvero in via generale. Peraltro, la libertà di movimento può essere ristretta con provvedimenti amministrativi solo limitatamente ai casi di sanità e sicurezza ma per ambiti determinati e circoscritti. Invece, si ha luogo ad una restrizione della libertà personale, che può aversi con riserva di giurisdizione (con il previo intervento della magistratura) e dunque della legge, quando viene imposta una limitazione generale di movimento e non per casi e situazioni ben determinati. In un certo senso, nel tripudio della tragedia greca, il Parlamento è stato tenuto fuori dal potere valutare lo stato di emergenza e dal poterla gestire, provvedendo ad inserire quegli espedienti di scena, di cui detto sopra, utili a mantenere un equilibrio. Le Camere si sono limitate ad un rapido “si” in sede di conversione del decreto con cui è stata disposta l’amministrativizzazione delle libertà. In questa condizione, nulla hanno potuto i coreuti per placare la volontà di Medea.

Il distanziamento sociale si è così trasformato di fatto in una restrizione della libertà personale, condizionata dall’uso del modello di auto-certificazione da usare per ragioni ancora del tutto non chiare. Il non potere recarsi da nessuna parte se non per specifiche ragioni legati alla sopravvivenza non si traduce in una restrizione alla circolazione ma in un confinamento fisico del cittadino in quella che si presume dover essere un’adeguata, salubre e confortevole dimora. Anche il Ciclope di Euripide, negli inverni più freddi, si auto distanziava nella propria caverna, piena di latte, vino, miele e tanta carne, ma la sua ubriachezza indotta, infine, lo ha condotto alla morte per mano di Ulisse.

Al temine di questa Fase 1, la relegazione del ruolo del Parlamento ci viene così raccontata dal messaggero, che porta a Giasone notizie della morte dei figli, le libertà eliminate, mentre Medea è già pronta a salire sul suo carro alato. In questo caos di fonti sub legislative, la sceneggiatura si scolla, il coro si arresta, gli attori in campo rimangono spersi e le comparse non sanno dove porsi. Tutto tende a sfaldarsi, i cittadini a non riconoscere più le prerogative e le libertà sulle quali continuare a fondare le fasi successive nella scena della tragedia. Si recita l’atto finale mentre la carrucola che cala il deus ex machina non è ancora pronta e quando lo sarà, chissà cosa troverà.

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