Le due signore della East Coast – Parte Uno – New York

di Roberta Bruno

Le due signore della East Coast – Parte Uno – New York

di Roberta Bruno

Le due signore della East Coast – Parte Uno – New York

di Roberta Bruno
5 minuti di lettura

New York è una di quelle città che non riesci a toglierla dalla mente. Crea una dipendenza fisica, non ti permette di esclamare “ho visto New York, adesso mi piacerebbe vedere anche..”.

Non te lo permette. È come una di quelle donne talmente affascinanti, perfette nelle loro imperfezioni, che rimane il desiderio proibito di ogni uomo. Non importa età, lavoro, religione, razza, origini culturali. Quel povero uomo subirà per sempre la schiavitù di un’ossessione irrefrenabile nei confronti di una “donna” maledettamente bella, viziosa e talmente indipendente, da non appartenere davvero a nessuno. Lei si lascia amare da tutti, ma il suo gioco non è mai perfettamente limpido. Non importa assolutamente quante volte ci sei stato, non ne sarai mai sazio abbastanza. Per cui più ci torni, più non ti stancherai mai di tornarci.

Questa è New York. Sorge sulla foce del fiume Hudson e possiede il cuore pulsante di più di otto milioni di anime. Ignoranza vuole che essa venga identificata con la sola isola di Manhattan e i suoi interminabili grattacieli e che questa sia la capitale dello Stato di New York.

Non sarà una novità per i veri amanti della Big Apple sapere che l’isola di Manhattan è solo uno dei cinque distretti amministrativi di Nuova York e che in realtà l’ossigeno/smog newyorkese si respira anche sul territorio delle isole di Staten Island e di  Long Island (dove sorgono le villette e i palazzucci bassi dei quartieri residenziali del Queens e di Brooklyn), come anche nella contea del Bronx, noto per l’altissimo tasso di criminalità (anche in questo caso occorre puntualizzare che solo il South Bronx è davvero pericoloso, mentre una buona fetta di newyorkesi perbene è residente in questo quartiere).

Molti dei “NY addicted” resteranno invece stupiti nello scoprire che la capitale dell’omonimo stato è Albany, una città a noi europei del tutto sconosciuta.  In poche parole, Nuova York nasce come una città americana qualunque, con la differenza che, grazie alla sua favorevole posizione geografica e alla sua conformazione territoriale, ha avuto la fortuna di contraddistinguersi fra tutte le altre città del globo.


 

Mille volti diversi per la stessa città, unica e irripetibile nel suo genere.  Proprio per questo, New York è donna. Un essere vivente ammaliante e inafferrabile in determinati momenti del giorno o della notte, spenta e vuota in altri. È una predatrice non più giovane,  ma che come tutte le donne di mezza età si illude di esserlo. Ha occhi mai sazi della voglia di vivere altrui, tanto da attirare sul suolo di Manhattan sogni e speranze di aspiranti attori, pittori, stilisti e artisti di ogni genere e di chiunque voglia scommettere nel proprio talento.  Li divora tutti, è difficile che qualcuno vi resti indifferente.

Chiunque si è domandato come ciò sia possibile. Quelle strade talmente dritte da poterne vedere la fine, il blocco dei famosi taxi gialli nelle strade affollate di individui stravaganti e singolari, la metropolitana untuosa e scalpitante. Sono mille e mille cose. È una città sotterranea e grigia, allo stesso tempo sopraelevata e luminosa. Orizzontale e verticale. È una città con poca storia, se paragonata anche ad una sola delle città europee o a una delle antiche civiltà orientali. È la città vissuta da mille storie che si intersecano in ogni dimensione, organizzazione e forma. Vite lente e banali scorrono inosservate mentre passeggiano sul ponte di Brooklyn, mentre esultano per una vittoria allo Yankee Stadium, e le strade di Wall Street sono inondate da avidi broker finanziari/avvocati, viventi in adorazione di un Dio-denaro che annienta persino bisogni di sonno e di cibo. Donne bianche accomodate sulle sedie di Starbucks, con davanti a sé uno sproporzionato bicchiere di caffè lungo e il pc per ultimare progetti di lavoro, borghesi donne sudorientali si stendono sul prato curato di Bryant Park per farsi baciare da un sole tiepido.

Domeniche pomeriggio spese da un buon numero di newyorkesi al Chelsea Market, deliziando i propri palati con sushi fresco e negozi perfettamente inseriti nello scheletro di una vecchia fabbrica, come pure fra le vie del West Village alla disperata ricerca di quei capi di abbigliamento vintage tanto bramati. Ed è ancora molto di più. È un gruppo di ragazzini di colore che gioca a basket, dimenticando le discriminazioni subite, è la vista della skyline da un piano terra di Brooklyn, è tutti quei predicatori, in preda a un atto di evangelizzazione, che raccolgono agli incroci delle strade passanti in cerca di se stessi. Le tristi note di una tromba jazz o il fumo evanescente di un tombino stradale, il chiasso di Broadway, i colori incandescenti di Seaport, la pace interiore ritrovata sotto il viale alberato di Central Park.

Non c’è uomo che non si sia perso nella mente di Nuova York. Non c’è uomo che non abbia assaporato la sua bocca e non abbia provato allo stesso tempo un dualismo di emozioni. Se siete uomini troppo sensibili alla volgarità di un trucco sfarzoso e provocante, abbiate molta paura perché gli stessi occhi che vi ammaliano promettendovi un leggendario successo, potrebbero regalarvi tutto ciò che di materiale esiste oppure distruggere il vostro ego nella maniera più infima e torbida. Come tutte le donne maledette, infatti, New York non perdona. L’insicurezza emersa anche in una micromillesima parte di secondo potrebbe dar vita ad un vortice risucchiante verso oblio, decadenza, trascuratezza, sporco.

Non si sa se sia perché l’uomo è più sadico o coraggioso, ma proprio per la presenza di queste contraddizioni la città degli ossimori sprigiona la sua energia magnetica che si diverte a distruggere il tutto per poi ricrearlo, regalando, se si è fortunati, anche brevissimi momenti di gloria pura, lasciando nella più mesta delle solitudini molti altri.

 

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