Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Parallelamente a Dogman di Matteo Garrone, anche l’ultima opera di Alice Rohrwacher s’ispira ad un fatto di cronaca per costruire un microcosmo peculiare e raccontare una storia universale, la quale ha conquistato la critica nostrana ed estera. Premiata a Cannes con il Prix du scénario (miglior sceneggiatura), la pellicola affronta, con uno sguardo incredibilmente maturo, il percorso del suo protagonista, immune al tempo e al decadimento di tutto ciò che lo circonda. Dalla campagna alla città, saranno importantissimi i volti dei personaggi, essi ancor prima del racconto narrano un vissuto, comunicando allo spettatore tantissimo con un semplice sorriso o un qualsiasi gesto ripreso dalla Rohrwacker, alla sua terza regia con Lazzaro Felice.

Senza un’indicazione temporale della storia, i vari indizi ci riportano agli anni ’90, dove i telefoni cellulari ricordano lo strumento di lavoro di Peter Banning in Hook – Capitan Uncino. La campagna ci introduce allo sfruttamento della marchesa Alfonsina de Luna, la quale possiede una piantagione di tabacco dove i suoi schiavi vivono e lavorano, ignari di un grande inganno ad opera della loro padrona. Tra i cinquantaquattro mezzadri spicca un ragazzo di nome Lazzaro, l’unico che non si sottopone alla catena di abuso del prossimo ma compie ogni azione per aiutarlo, finendo per trovarsi in situazioni spiacevoli. Come spesso accade in questi racconti, la vita ordinaria del luogo è scossa da un avvenimento che cambierà notevolmente la vita di tutti.

Ogni elemento sembra voler riportarci alla natura, alla semplicità della vita dove vivono i mezzadri, i quali seppur sfruttati riescono a ritagliarsi il loro spazio, ad avere una grandissima dignità in ciò che producono, dall’allevamento alla terra; nel lavorare i campi, la natura sembra offrirci tutto ciò di cui abbiamo bisogno, ma molti hanno dimenticato questa possibilità. Ricollegandosi a una figura religiosa come Lazzaro, la cristianità non tarda ad arrivare ma trova il suo equilibrio quasi perfettamente nelle sequenze, in cui gli occhi dell’esordiente Adriano Tardiolo si muovono, osservano, senza mai pronunciarsi ma conservando una gentilezza e innocenza tipica di un cinema umanista molto interessante.

L’opera di Alice Rohrwacher ricorda molto lo sguardo di Ermanno Olmi, i personaggi e le azioni che compiono, valorizzano ogni uomo e donna descrivendo la condizione umana attraverso moltissime vie, nelle quali poter individuare una forza d’animo non indifferente. Arrivata alla terza pellicola, la regista assume una certa notorietà al Festival di Cannes aggiudicandosi per la seconda volta un riconoscimento molto importante. Difficile dire, forse impossibile pensare che possa piacere a tutti, tuttavia la messa in scena comunica allo spettatore moltissime sensazioni e solo un cinema meritevole può farlo.

 

di Gianluca D’Alessandro, all rigths reserved

 

Lazzaro felice: il cinema umanista di Alice Rohrwacher ultima modifica: 2018-06-03T18:19:08+00:00 da Redazione

Utilizziamo cookie analitici e di profilazione di terze parti per migliorare la tua esperienza di utilizzo. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi