L’autismo: intervista alla neuropsichiatra infantile, Anna Raho.

di Isabella Inguscio

L’autismo: intervista alla neuropsichiatra infantile, Anna Raho.

di Isabella Inguscio
i bambini e l'autismo

L’autismo: intervista alla neuropsichiatra infantile, Anna Raho.

di Isabella Inguscio
6 minuti di lettura

Cerchiamo di fare chiarezza su un tema che allarma, oggi più che mai, l’intera popolazione. Negli ultimi anni infatti il binomio “autismo-vaccino” è stato frequentemente al centro di vivaci dibattiti al punto da creare preoccupazioni sempre maggiori nella maggior parte dei genitori. Non sono mancate, infatti, posizioni estreme come quelle dei “No-vax” assolutamente avversi alle vaccinazioni in quanto fermamente convinti del rapporto causa-effetto tra queste ed il disturbo di cui oggi trattiamo. Ma, lasciando da parte gli estremismi, quanto effettivamente sappiamo sull’autismo in termini maggiormente tecnici?

Difficile non riconosce che spesso l’influenza dell’opinione generale prevale sulla reale conoscenza dei fenomeni e genera in noi convinzioni anche erronee. La Dottoressa Anna Raho, neuropsichiatra infantile, operante quotidianamente nel settore a stretto contatto con i bambini, ci aiuta oggi nell’intento di rendere accessibile a tutti un sapere specialistico e non sempre di facile comprensione.

Sempre più spesso si sente parlare della sindrome dello spettro autistico (ASD), o più comunemente autismo, cos’è?

L’autismo è una sindrome comportamentale dovuta ad un disordine dello sviluppo, biologicamente determinato, che esordisce nei primi tre anni d’età. Oggi si parla di “disturbo dello Spettro Autistico” che comprende diversi livelli di gravità ed intensità dei due parametri clinici necessari per porre diagnosi. Questi parametri sono: interazione sociale e comunicazione (si pensi ai bambini ecolalici, per esempio quello che a domanda non risponde ma ripete quanto chiestogli); interessi ristretti e ripetitivi (si pensi ai bambini con alimentazione selettiva che non mangiano assolutamente alcuni cibi anche solo per il loro colore; bambini con stereotipie motorie ecc.).

 C’è oggi un effettivo incremento nella società dei casi di autismo?

La percentuale di casi oggi riscontrati è notevolmente più elevata rispetto al passato. Occorre tuttavia ammettere che il fatto che l’autismo risulti 3-4 volte più frequente di 30 anni fa, secondo la maggioranza degli studi, deve essere ricondotto in particolare ad una maggiore definizione dei criteri diagnostici in grado di permettere l’individuazione delle forme anche più lievi, nonché ad una maggiore sensibilizzazione degli operatori e della popolazione in generale. Certo, la mia esperienza trentennale nel settore, mi porta a riconoscere un aumento notevole di bambini con disturbo dello spettro autistico, che va dal caso lieve a quello grave.

Quali le cause scatenanti e come si manifesta generalmente l’autismo?

Nonostante i progressi in materia siano stati indiscutibilmente tanti, le cause cui ricollegare la manifestazione dell’autismo in un soggetto sono tutt’ora sconosciute. Quale sindrome definita in termini esclusivamente comportamentali, rappresenta il risultato finale comune di numerose situazioni patologiche di varia natura. Esistono diverse teorie interpretative secondo le quali i soggetti autistici sarebbero, in primo luogo, caratterizzati da un’incapacità innata di interagire emozionalmente con il prossimo, oppure da un’incapacità di comprendere e riflettere sugli stati mentali propri ed altrui e quindi di capire e prevedere il comportamento dell’altro. Queste le prime due teorie di tipo psicopatologico cui si affiancano quelle che teorizzano dei disordini di tipo maggiormente neuropsicologico. si riscontra che il suo profilo cognitivo presenta degli elementi caratterizzanti, quali: l’incapacità di sintetizzare in un tutto coerente le diverse esperienze che sollecitano i nostri sensi; il deficit delle funzioni esecutive, necessarie per organizzare e pianificare i comportamenti da adottare nella risoluzione di problemi. Tutto questo dimostrerebbe quindi che nell’autismo, contrariamente alle credenze per lungo tempo sostenute, il deficit non è limitato e circoscritto solo all’elaborazione degli stimoli sociali. Per essere più chiari potremmo dire che non è definibile autistico un bambino solo perché tende ad isolarsi, a non rispondere quando chiamato per nome, a non guardare negli occhi – solo per riportare alcuni esempi caratteristici –,  ma anche quello che coglie di una situazione uno specifico particolare a scapito totale della visione di insieme, è il caso di un bambino che, davanti ad una macchinina giocattolo, fa ruotare in modo ripetitivo ed infinito una sola ruota senza giocare con l’intero oggetto. Altro caso emblematico è la risposta eccessiva agli stimoli sensoriali che provoca spesso in questi soggetti vere e proprie crisi di angoscia (ad esempio è quanto accade con il rumore degli elettro domestici o dei fuochi d’artificio).

Può ritenersi l’autismo una condizione ereditaria?

Con riferimento alla patologia in questione vi sono dei dati certi: in primo luogo non caratterizza una particolare etnia, né si manifesta solo con riferimento a specifiche classi sociali, interessando indistintamente la popolazione di tutto il mondo; tuttavia, e veniamo subito al secondo dato appurato, l’autismo ha una prevalenza di sesso. Difatti, i maschi colpiti sono 3 o 4 volte più delle femmine. Di tale prevalenza, tuttavia, non si conosce ancora oggi la causa. Molti studi confermano un ruolo importante svolto dall’ereditarietà.  Alla luce di una serie di riscontri epidemiologici si è giunti, ad esempio, ad affermare che i gemelli monozigoti hanno probabilità maggiori rispetto agli eterozigoti di essere entrambi affetti da autismo, che i genitori di bambino autistico corrono un rischio da 50 a 100 volte maggiore rispetto all’intera popolazione di avere altro bambino, che alcuni membri della famiglia di bambini autistici presentano caratteristiche comportamentali simili anche se più lievi ed infine si è riscontrato che alcune patologie ereditarie, come la sindrome da X fragile o la sclerosi tuberosa, si associano spesso con l’autismo. Alla luce di quanto detto, quindi, non esista il gene dell’autismo, esiste una serie di geni che contribuiscono a creare una propensione e vulnerabilità verso il disturbo. I geni implicati posso essere molteplici e di varia natura e ciò porta a dover sicuramente rivedere lo schema rigido basato sul binomio “un gene, un disturbo”.  

Negli ultimi tempi il dibattito sempre più acceso attorno alla vaccinazione obbligatoria ha spesso condotto i più a mettere in relazione l’aumento della copertura vaccinale (che in Italia per alcune patologie è ancora inferiore alla soglia raccomandata dall’Oms del 95%; questa la situazione nel nostro Paese a metà 2018) con l’aumento dei casi di autismo tra i bambini. Fino a che punto tale considerazione può reputarsi veritiera e fondata?

Recentemente è stata posta l’attenzione sull’ipotesi di una correlazione temporale stretta tra le vaccinazioni e la comparsa di alcuni comportamenti autistici, al momento però non ci sono dati scientifici in grado di attestare con assoluta certezza che un qualsiasi vaccino aumenti il rischio di sviluppare l’autismo.

Qual è l’evoluzione del disturbo con la crescita del bambino ed il suo ingresso nella vita adulta? 

Il bambino autistico cresce con il suo disturbo ed anche se acquisisce nuove competenze, queste avranno comunque una qualità “autistica”. La prognosi però è fortemente condizionata dal funzionamento cognitivo, difatti un elevato quoziente intellettivo consentirà di condurre una vita normale, o quasi normale, ma non eviterà del tutto le difficoltà di adattamento sociale connaturate al disturbo.  

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