L’Australia brucia, il Pianeta implora pietà. Cosa fare?

di Isabella Inguscio

L’Australia brucia, il Pianeta implora pietà. Cosa fare?

di Isabella Inguscio

L’Australia brucia, il Pianeta implora pietà. Cosa fare?

di Isabella Inguscio
7 minuti di lettura

Classe 1980, il Dottor Giorgio Vacchiano si laurea in Scienze Forestali e Ambientali presso l’Università di Torino nel 2003. Ottiene poi il Dottorato di ricerca in Scienze Agrarie, Forestali e Agroambientali nel 2007 ed atturalmente è ricercatore e docente in gestione e pianificazione forestale all’Università Statale di Milano. Nel 2018 la rivista Nature lo indica come uno degli 11 scienziati emergenti nel mondo che si contraddistingue per i metodi innovativi utilizzati al fine di capire come gli alberi e le foreste rispondono al climate change, come cambiano i benefici che forniscono all’umanità, e come gestirli in modo sostenibile assicurando la loro conservazione, la loro resilienza e la loro capacità di contrastare la crisi climatica in corso. Per farlo, infatti, il Dottor Vacchiano utilizza modelli di simulazione al computer, in grado di prevedere lo sviluppo delle foreste e del loro funzionamento in seguito al riscaldamento globale, alla gestione del bosco, agli incendi boschivi e alle tempeste di vento.

Dottor Giorgio Vacchiano

Con il suo prezioso aiuto abbiamo cercato di trovare risposte a domande che, probabilmente, ognuno di noi si pone da quando, pochi mesi fa, i nostri piccoli schermi hanno cominciato a tingersi di fiamme divampanti in Australia che ci hanno lasciato senza fiato, attoniti e sconvolti.

Da ottobre ad oggi abbiamo assistito increduli ad immagini strazianti. Quali le cause delle fiamme che hanno devastato l’Australia e della loro vasta propagazione?

È corretto distinguere tra accensione e propagazione: sono due fasi assolutamente distinte e richiedono di essere esaminate separatamente.  Nonostante le notizie circolate sulle svendono umane , che si sono scoperte essere state gonfiate ad arte da media negazionisti,  la causa principale dell’ascensione degli incendi più grandi è stata probabilmente il fulmine.  Non escludo del tutto cause umane,  ma i territori dove molti degli incendi più intensi sono partiti sono remoti e inaccessibili all’uomo, quindi lì ha probabilmente avuto un ruolo dominante la causa naturale.

Ma indipendentemente da chi o cosa ha fornito la scintilla, il grande problema è stata la propagazione delle fiamme,  possibile con questa vastità e rapidità solo in un paesaggio sì fatto sì da specie piuttosto infiammabili, ma rese ancora più vulnerabili e pronte a bruciare da una straordinaria siccità,  la peggiore dal 1900 a oggi.

Come mai gli incendi non si riescono a spegnere?

Oltre una certa soglia di potenza (4000 kW per metro di fronte dell’incendio), le caratteristiche del fuoco rendono impossibile avvicinarcisi in sicurezza.  E questi megaincendi hanno caratteristiche straordinarie in termini di durata della stagione sfavorevole,  quantità di territorio interessata simultaneamente,  velocità di avanzata,  fenomeni estremi come i tornado di fuoco o i pirocumulonembi. E senza il contributo delle squadre di terra,  che eliminano parte della vegetazione combustibile,  un incendio è praticamente indomabile.

Quanto e come il cambiamento climatico, caratterizzato da una torrida e lunga estate, ha inciso? Tutto ciò era in qualche misura prevedibile ed evitabile?

È stata l’estate più calda  (di gran lunga,  oltre due gradi sulla media del periodo) e secca (-60% precipitazioni rispetto alla media) dal 1900 a oggi in Australia. La crisi climatica Infatti non fa “solo”aumentare le temperature  dell’atmosfera gradualmente, ma aumenta la probabilità che si verifichino annate secche . In pratica,  in questa circostanza pensiamo che l’anomalo riscaldamento dell’Antartide abbia accelerato (di ben tre volte) il verificarsi delle condizioni meteorologiche note come Dipolo dell’oceano indiano, la cui fase “positiva” collega la siccità australiana con piogge intense e altrettanto pericolose in Africa del sud.

Quali gli effetti nel breve e lungo periodo di questi incendi, non solo per l’Australia ma per il Pianeta?

Anche gli effetti di incendi grandi come quelli in corso dipendono dal verificarsi delle condizioni al contorno.  Molte specie vegetali in Australia sono resistenti o resilienti (cioè si riproducono) al fuoco, e torneranno entro un decennio a far parte del paesaggio. Ma il verificarsi di un secondo incendio troppo presto, o il prolungarsi della siccità anche in fase di riproduzione delle piante sopravvissute,  potrebbero determinare il superamento della capacità di adattamento delle specie,  deviando lo sviluppo di questo ecosistema verso fasi non forestali (savana) o dominate da specie altamente infiammabili e specialiste del fuoco,  che non farebbero altro però che rendere gli incendi ancora più frequenti. 

A livello locale,  senza dimenticare i possibili danni alla salute umane per la produzione di enormi quantità di particolato, c’è  il problema delle alluvioni improvvise e delle colate detritiche, che sui terreni in pendenza, con meno copertura da parte degli alberi  e ricchi di ceneri dopo il passaggio del fuoco, sono una minaccia da attendersi con certezza alle prime piogge e che minaccia di compromettere specie e ecosistemi anche ripari e marini  per un periodo più o meno lungo. Oppure della perdita di biodiversità,  non solo a carico di specie simbolo come i kosla, ma anche e soprattutto di specie meno note ma dall’habitat già particolarmente ridotto, come la wollemia (una antica conifera, i cui unici 200 esemplari sono stati salvati da una sorta di missione segreta delle squadre antincendi) o il dunnart dell’Isola dei canguri (un roditore marsupiale). 

A livello globale le conseguenze peggiori sono l’emissione di grandi quantità CO2, che la vegetazione aveva impiegato tanti anni ad assorbire,  e che ora viene liberata improvvisamente in misura simile a quella di tutte le emissioni umane di gas serra prodotte in Australia in un anno. A lungo andare rischia di instaurasi tra incendi, CO2, e cambiamenti climatici un ciclo di auto-rinforzo che sarà doffiicile spezzare.

Dopo la miriade di notizie divulgate dai media sulla vicenda, crede sia necessario smentire qualche falso mito venutosi a creare?

Quello dei piromani. Come ho spiegato sopra, il Guardian ha poi scoperto che questa notizia è stata diffusa o distorta ad arte e poi fatta rimbalzare su Twitter da “bot” afferenti a media e partiti politico di stampi conservatore e negazionista. ù

A livello globale ed europeo si parla molto di interventi necessari a contrastare il cambiamento climatico. Alla luce delle varie opere di sensibilizzazione già poste in essere e di quelle in programma pro futuro, cosa ritiene sia davvero utile ad arginare il problema (sempre ammesso che sia arginabile)?

Interrompere i sussidi ai combustibili fossili e spostare gli investimenti finanziari sulle energie rinnovabili, distribuite o decentralizzate. Introdurre un prezzo globale per il carbonio con redistribuzione delle entrate alle fasce svantaggiate della popolazione.  Progettare case e città a emissioni zero. Penalizzare le importazioni di prodotti responsabili di deforestazione.  Potenziare l’uguaglianza economica, la giustizia sociale, l’educazione alla comunità. Ricostruire la rappresentanza politica. Condividere gli acquisti in reti di produttori e consumatori ambientalmente sostenibili.  Esercitare il voto e l’acquisto in modo climaticamente consapevole.  

Come vede non si tratta delle solite ricette di stili di vita individuali: quelle sono necessarie e virtuose,  ma da sole non sono sufficienti. Anzi,  rischiano di pacificare la nostra coscienza,  esaurendo la nostra azione in misure relativamente poco impattanti o peggio facendoci sentire in colpa, e quindi spingendoci alla rassegnazione, quando non siamo abbastanza “bene educati” climaticamente nella nostra vita personale. 

Usare meno (oppure: condividere!) l’automobile,  diminuire il consumo di carne, volare meno,  passare a un fornitore di energia rinnovabile, valorizzare l’usato per limitate gli acquisti, e controllare le attività in cui vengono investiti i nostri risparmi sono certamente azioni da cui ognuno può cominciare.  

Ma la domanda “cosa possiamo fare come singoli”, che mi viene rivolta tanto spessi, rivela un grosso problema di fondo: credere di essere dei singoli.  Invece siamo una comunità.  Molte comunità. E se ad attivarsi sono i sistemi energetici,  di trasporto,  di comunicazione mediatica,  educativi,  politici, sociali, finanziari comunitari, l’effetto positivo sul clima e sul nostro benessere sarà  rapido e dirompente.

di Isabella Inguscio, all rights reserved

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