L’ARTE DELLA FELICITÀ – L’ESISTENZA BLOCCATA DI UN PIANISTA MANCATO

di Adriano Vinti

L’ARTE DELLA FELICITÀ – L’ESISTENZA BLOCCATA DI UN PIANISTA MANCATO

di Adriano Vinti

L’ARTE DELLA FELICITÀ – L’ESISTENZA BLOCCATA DI UN PIANISTA MANCATO

di Adriano Vinti
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L’ARTE DELLA FELICITÀ – L’ESISTENZA BLOCCATA DI UN PIANISTA MANCATO

Si può essere felici senza un futuro, se nessun altro sorriderà dopo di te? La domanda, per niente retorica, è formulata dal conduttore radiofonico de L’arte della felicità, trasmissione che dà il titolo al film d’animazione tanto apprezzato al Festival di Venezia e non solo.

 

Protagonista della storia è Sergio, una laurea in filosofia, un talento naturale per il pianoforte, e quindi un presente da tassista per le strade di Napoli. La notizia della morte di Alfredo, amatissimo fratello maggiore, emigrato in India anni prima, segna per lui l’inizio di un percorso introspettivo, un interrogarsi sulla felicità attraverso le opinioni dei vari passeggeri, sconosciuti e parenti, che rendono il peregrinare di Sergio a bordo del proprio taxi meno solo. Già perché, dal momento in cui gli è arrivata la notizia della morte di Alfredo, Sergio da quel taxi non è più sceso, bloccato com’è in uno stato in cui nemmeno riesce ad aprire la busta contenente l’ultima lettera scrittagli dal fratello.

Sceneggiato e diretto dal fumettista Alessandro Rak, L’arte della felicità è un film d’animazione ambizioso, che mescola la radicale soggettività della storia del protagonista con elementi di critica politico-sociale (Napoli è disegnata tanto nella sua infinita bellezza quanto nell’orrore delle vie colme di rifiuti, e spesso quelli ascoltati da Sergio alla radio sono veri e propri sermoni pop sul mondo in cui viviamo), l’interrogarsi sulla vita di un individuo con il confronto classico tra Occidente e Oriente, la forma cartone con scelte stilistiche complesse: sofisticati raccordi tra scene, costante ricorso al flashback, alternarsi di realtà e sogni (a volte per la verità un po’ troppo didascalici), abbondante uso di metafore.

Del resto, se la felicità è un’arte (ma anche una scienza, ci dice ormai da anni la psicologia e in particolare Martin Seligman), il percorso del film non può che essere segnato dalla ricerca di un’estetica impeccabile nel radiografare la complessità umana, con esiti a tratti convincenti, a tratti meno.

È lecito chiedersi, come pure qualcuno ha fatto, se la storia metta troppa carne al fuoco, tuttavia affascina, per la bellezza delle animazioni e per la trama, anche se un figlio unico come il sottoscritto non potrà mai capire fino in fondo il legame che c’è tra Sergio e Alfredo, uniti da un vincolo di sangue, da un’incalcolabile quantità di ricordi condivisi, ma anche dall’aver conseguito la medesima laurea, e dall’aver suonato insieme per tanto tempo.

Non c’è spazio solo per l’amore fraterno, comunque, e se alla fine di questo film d’animazione sicuramente molto più per adulti che per bambini non ci è dato sapere, ovviamente, quale sia la formula esatta della felicità, sicuramente  si esce dalla sala con la consapevolezza che, è sempre bene tenerlo a mente, per quanto risulti difficile essere felici con gli altri, davvero è impossibile esserlo da soli.

di Adriano Vinti

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