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Per lavoro, spesso, ho un computer davanti. E quando lavori con un computer davanti, ancora più spesso, ti chiedono: ma gli umani dove li metti?
Questa è la storia di chi per lavoro ha spesso un computer davanti.
Che uno pensa che chi lavora con il computer non consideri il mondo e invece chi lavora guardando il mondo, al mondo ci pensa.
Questa è la storia di chi per lavoro ha spesso un computer davanti.
E la vita e le vite, le vede lo stesso. Le vede lo stesso davanti agli occhi.
Perchè le immagina o perchè le ascolta, perchè il computer non spegne la sua mente e perchè la vita dentro non ha un click.
Questa è la storia delle cose che non si spengono con i click e della dattilografia ad occhi chiusi.
Che è per questo che impariamo a digitare tasselli anche senza vedere la tastiera.
Perchè ad occhi chiusi, le vite uno le immagina meglio.
Perchè ad occhi chiusi, la vita non smette di esistere.
Questa è la storia della vita che non smette di continuare anche ad occhi chiusi, anche con altre cose davanti agli occhi. E vallo a dire ai sogni che colgono l’occasione di rivelarsi alla tua mente proprio quando meno te lo aspetti. Proprio ad occhi chiusi. Proprio di notte. Proprio con il buio, che ha il potere di coprire e dare coraggio a quelle cose delicate e fragili che non se la sentono di esporre la propria pelle alla luce del mondo.
Questa è la storia delle cose che non scompaiono al loro assentarsi.
Questa è una storia come tante, come quelle la cui assenza non ha spento una presenza. Perchè anche ciò che non si vede continua ad esistere, perchè ciò che non si manifesta non è detto che non esista.
Può accadere che il contrario di un fatto può stare per il fatto stesso, come la negazione di un bisogno sta per il bisogno stesso, una bugia sta per una verità e un’assenza, alle volte, è di fatto una presenza.
Questa è la storia delle cose che non si dimenticano e non si perdono anche e nonostante il loro nascondersi.
Che è una gran bella o una gran brutta notizia.
Fate voi.
Andrea è il mio migliore amico. Ci conosciamo dal primo superiore, siamo stati compagni di banco dal terzo superiore e in quinto fummo eletti rappresentanti d’istituto del nostro liceo. Era l’anno scolastico 2001/2002. E ancora, nonostante la contentezza e una certa dose di onnipotenza, ci chiediamo perchè vincemmo.
Andrea adesso lavora fuori l’Italia, vive lontano e, di tanto in tanto, torna a Roma per il tempo giusto di sentirne la nostalgia.
Andrea mi chiede se lo vado a prendere alla fermata della metro. Andrea è tornato e dice di avermi ritrovata con la stessa faccia, quella che indosso quando vivo un’assenza.
– Che poi, Andrè, non l’ho mai capito perchè ti devi portare la bici pieghevole in motorino. Ingombra e stiamo stretti. Che senso c’ha. Ancora lo devo capì!
– Il senso, chicca, ce l’ha. Ed il senso è che la vita è contraddizione. Tipo tu oggi c’hai la felicità di un cartello autostradale e sei vestita con i colori della sdraio dello stabilimento di Nino ad Anzio. La vita è contraddizione, dice Andrea.
E degli Andrei, come delle Paole, dei Davidi o delle Francesche, degli amici che lavorano all’estero e partono il giorno dopo, uno ne sente la mancanza già dal giorno prima della partenza. Ne sente la mancanza ancor prima della mancanza.
Perchè, chissà come mai, la mancanza non si manifesta solo nell’assenza.
La mancanza si manifesta anche nella presenza.
La vita è contraddizione.
Lo dice Andrea. Lo dice mentre lo lascio alla ferma della metro. Dice che non gli andava di farsela in bici, dice che in motorino i suoi pensieri corrono meglio, che quando ha bisogno di farli rinfrescare, mi chiama per uno strappo, mi chiama per portarli in motorino.
Ognuno ha i propri modi per mettere al caldo i suoi pensieri. Ognuno ha i propri posti in cui far respirare la propria mente.
Il mio posto è, alle volte, la notte.
I miei genitori, nel tentativo comprensibile di proteggere un figlio, mi hanno instillato da sempre un’enorme, grandissima, terribile paura dei ladri. I ladri di notte, poi, sono per me il peggior incubo: non verrebbero a rubare i miei beni materiali (che a parte la collezione delle Polly Pocket e il poster dei Take That del ’94, non credo di avere altro di valore), ma mi spaventerebbe se venissero a rubare i miei pensieri. Chissà cosa troverebbero.
I miei genitori, quindi, con il loro lavoro erano spesso fuori. E stare alla larga dai ladri era il loro modo di esserci quando non c’erano.
I ladri erano ovunque e io sono cresciuta spaventatissima da qualsiasi cosa che potesse far presagire ad un furto. Piazzavano l’argomento “attenta ai ladri che entrano a casa” tra i discorsi di scuola e il giudizio ai miei tatuaggi, tra le considerazioni sul mio abbigliamento in motorino e le domande sui miei fidanzati. In ogni discorso era presente l’argomento dei ladri che sarebbero potuti entrare in casa.
Quella paura era la prima, in seconda posizione quella della droga nel bicchiere e terza quella che mi fidanzassi con uno della Lazio.
Quando sono andata a vivere da sola, quella paura mi è rimasta, se non più forte, figuriamoci.
È tuttora la prima, insieme alla paura di prendere una taglia di culo in più e quella di perdere i ricordi a cui tengo.
Per questo, quando mi citofonano, a qualunque ora di qualunque giorno, io non rispondo mai, motivo per il quale tutti i miei amici sanno che possono chiamarmi alle 3 e 41 e li soccorreró, ma se mi citofoni alle 11 di mattina non ti apro manco se mi paghi in buoni Zalando.
È quasi mezzanotte, quando decido di andarmi a lavare i denti. E mi citofonano. Ho paura, e molto di più. Magari sono i ladri. Anzi, sono i ladri sicuramente. Sono i ladri sicuramente e io devo proteggere il mio poster dei Take That. Devo proteggere loro cinque, devo proteggere la collanina d’oro che mi ha regalato nonna, ma soprattutto devo proteggere i miei pensieri.
Sono i ladri sicuramente. Ed io non posso aprire.
Peró tu non ci sei.
E potrebbero essere i ladri.
Ma potresti anche essere tu.
E allora guardo lo specchio e sputo il dentifricio, mi asciugo la bocca, guardo allo specchio, sospiro, chiudo gli occhi, alzo la cornetta, deglutisco e piano chiedo “chi è?”.
Paolo mi abita davanti, è il mio dirimpettaio. E, questa sera, Paolo ha dimenticato le chiavi di casa.
“Sì, ok. No certo capisco. No, non dormivo. Sì, sì, ti apro tranquillo”.
Lo sai cosa ho imparato da quando non ci sei? Una cose piccola, una cosa stupida stupida. Senti qui.
Da quando non ci sei, ho imparato che le paure le superi solo con la speranza.
E che se dimentichi le chiavi di casa, l’unico che puó salvarti è un condomino innamorato.
Da quando non ci sei, ho preso a lavorare di notte.
Per le consegne, ti dissi.
Perchè così mi occupo il tempo, ho aggiunto e mentito.
Ma io lavoro di notte per poter rimanere sveglia.
Cosìcchè il sonno non possa mai cogliermi.
Quando tu mi citofonerai.
Che io possa essere sveglia.
Che io possa precipitarmi alla cornetta e dire “chi è?” alle 3 e 41 di notte.
Che tu possa dirmi “Sono io”.
E che nel silenzio della mia porta che si apre, siano solo le mie occhiaie a poterti dire quanto mi sei mancato.
Quando iniziai a cucire le prime volte, non riuscivo ad infilare il filo nella cruna di un ago. Ho da sempre indossato gli occhiali da vista ed essi sono di fatto un’appendice del mio corpo. Mia nonna mi disse che per far entrare il filo dovevo abbassare un po’ la luce e togliermi gli occhiali. Rimasi interdetta: se avessi abbassato la luce e se con gli occhiali vedevo bene, come era possibile compiere un atto così dettagliato senza l’uso di uno strumento che ti aiuta proprio in questo? Mia nonna, come Andrea, mi disse che la vita è contraddizione e che per vedere bene occorre accettare di vedere sfocato e attendere che la vista si allinei alla distanza, pazientare mentre i sensi cercano un senso. Disse che valeva per l’ago, ma valeva anche in amore. Io non le credetti troppo, ma in quel momento non potevo fare altro, del resto quella che aveva vissuto la guerra era lei e quella che il cui problema più grande era che Robbie Williams aveva lasciato il resto del gruppo, ero io. Mi tolsi gli occhiali, affinai i miei occhietti, aspettai che la vista si facesse sfocata e poi nitida, sospirai e presi la mira: il filo entrò.
Alzai gli occhi, guardai mia nonna e, in silenzio, le sorrisi.
La vita è contraddizione. Lo dice Andrea e lo diceva nonna.
Che durante un’assenza puoi sentire una presenza, che anche durante una presenza puoi sentire una mancanza, che ciò che non si vede non è detto che non esista e che, se esiste un legame, esiste anche un’attesa.
Mia nonna diceva che la vista regola le distanze e che le distanze regolano la mira e regolano un amore.
Andrea dice che ad aspettare non si fa giorno, ma che di notte certe cose le senti meglio.
Io onestamente non ne sono sicura.
Sono sicura che fintanto che potremo ancora sentire ciò che viene da dentro, ciò che sfugge alla luce e si vede meglio di notte, aldilà di un dolore lacerante o di una felicità sconcertante, potremmo ancora dirci vivi.
di Cara Futura Rigby, all ritghts reserved 
La vita è contraddizione. Lo dice Andrea, lo diceva nonna. ultima modifica: 2018-02-12T08:40:31+00:00 da Cara Futura Rigby

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