La tarantella politica di Bonafede & Co

di Ludovica Tripodi

La tarantella politica di Bonafede & Co

di Ludovica Tripodi

La tarantella politica di Bonafede & Co

di Ludovica Tripodi
4 minuti di lettura

I giorni della settimana durante i mesi di quarantena sono stati scanditi da “Quale talk televisivo che parla di Covid-19 e dei problemi ad esso attinenti posso vedere stasera?” “Report”, “DiMartedì”, “Cartabianca”, “Che tempo che fa”, “Non è l’Arena”: proprio quest’ultimo è stata la piazza dell’ultima tarantella politica che ha avuto come protagonista il Ministro della giustizia pentastellato, Alfonso Bonafede.

Ma ricostruiamo i fatti.

Una domenica di aprile, annoiata dall’onnipresente Professor Burioni, cambio canale e mi imbatto in un Massimo Giletti con gli occhi fuori dalle orbite che nel suo programma “Non è l’Arena” si scaglia contro l’ormai ex Direttore del DAP (Dipartimento amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia) Francesco Basentini. Il motivo del contendere lo scandalo delle scarcerazioni di 376 detenuti tra mafiosi e trafficanti di droga, di cui 3 al 41 bis, nello specifico Pasquale Zagaria, Francesco Bonura e Vincenzo Iannazzo, ai quali sono stati concessi i domiciliari nei loro territori di origine. La gravità e la pericolosità indiscutibili del fatto sono passati in secondo piano nel vedere un conduttore televisivo che accusa senza possibilità di replica un magistrato nonchè vertice di uno dei principali dicasteri.

Ma tant’è.

Le accuse di Giletti al Dottor Basentini riguardano principalmente la presunta non risposta ad una richiesta fatta al DAP dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari per decidere la sorte di Pasquale Zagaria, uno dei capi del clan di Casal di Principe. L’opinione unanime dei magistrati antimafia era, ovviamente, quella di trasferire i detenuti a rischio contagio in centri medici penitenziari. La realtà è che, avendo il DAP autorizzato i domicialiari, 61 sono tornati a Palermo, 67 a Napoli, 44 a Roma, 41 a Catanzaro, 38 a Milano e 16 a Torino.

Tutto questo accadeva il 26 aprile in un programma televisivo. Il 2 maggio, sei giorni dopo, vengono formalizzate le dimissioni di Francesco Basentini come direttore del DAP.

Ma non è finita qui.

3 maggio 2020, un’ altra esaltante puntata di “Non è l’Arena”. Questa volta protagonista è il PM antimafia, nonché membro del CSM, Nino Di Matteo, il quale chiama Giletti rilasciando la seguente dichiarazione: “Venni raggiunto da una telefonata del ministro Bonafede, il quale mi chiese se ero disponibile ad accettare il ruolo di capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria o, in alternativa – mi disse -, quello di Direttore Generale degli Affari Penali, il posto che fu di Giovanni Falcone. Io chiesi 48 ore di tempo per dare una risposta. Nel frattempo – questo è molto importante che si sappia – alcune note, informazioni che il GOM della polizia penitenziaria aveva trasmesso alla Procura Nazionale Antimafia, ma anche alla Direzione del DAP, e quindi penso fossero anche conosciute dal ministro, avevano descritto la reazione di importantissimi capi mafia, legati anche a Giuseppe Graviano e ad altri stragisti, all’indiscrezione che io potessi essere nominato capo del DAP. Quei capi mafia dicevano: se nominano Di Matteo è la fine. Al di là delle loro valutazioni io chiesi 48 ore di tempo. Andai a trovare il ministro, 48 ore dopo, avevo deciso di accettare la nomina a capo del DAP, lo andai a trovare ma improvvisamente il ministro mi disse che, sostanzialmente, ci aveva ripensato e che nel frattempo avevano pensato di nominare il dottor Basentini … nel giro di 48 ore sono stato, per iniziativa del ministro, designato come capo del DAP, e nel momento in cui ero andato lì per comunicare la mia risposta affermativa mi trovai di fronte a questo dietro front del ministro”.

Dichiarazioni pesanti, che forse sarebbe stato meglio fare in altre sedi ed in tempi più tempestivi, che hanno portato all’ emanazione in tutta fretta di un decreto legge composto da tre articoli che stabilisce che per i condannati per terrorismo o mafia e per tutti i reati che mirano ad agevolare le associazioni mafiose e per quelli che si trovano al 41 bis che sono stati “ammessi alla detenzione domiciliare o con il differimento della pena per il Covid dal magistrato di sorveglianza, che ha acquisito il parere della procura nazionale antimafia, il magistrato valuta la permanenza dei motivi legati all’emergenza sanitaria entro il termine di 15 giorni dall’adozione del provvedimenti, e successivamente con cadenza mensile”. La valutazione, secondo il decreto, viene fatta “immediatamente”, quindi anche prima dei 15 giorni, se il DAP comunica “la disponibilità di strutture penitenziarie o di reparti di medicina protetta adeguati alle condizioni di salute del detenuto”.

Insomma un dietro front. Doveroso, aggiungerei.

Ma l’appassionante saga non è finita qui perché, qualche giorno fa, +Europa e il Centrodestra hanno presentato due mozioni di sfiducia contro il Ministro Bonafede, respinte oggi al Senato.

Questa la ricostruzione dei fatti.

La gogna mediatica creata da Giletti, capace di creare il turbinio di provvedimenti politici appena descritti e la responsabilità politica di Alfonso Bonafede sono forse lo scandalo più disgustoso a cui abbiamo dovuto assistere in questi mesi di pandemia. L’opinione pubblica è stata fortemente condizionata dai toni televisivi beceri che non hanno permesso né concesso un’informazione accurata e scevra da condizionamenti ma, anzi, hanno solo favorito una tarantella politica ballata su temi così importanti e socialmente rilevanti.

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