Quirinale: il Sabato
del Villaggio

La rielezione del Presidente Mattarella. Dopo il Sabato del Villaggio

La crisi di un sistema e l'esigenza di patto generazionale

di Pietro Maria Sabella

Quirinale: il Sabato
del Villaggio

La rielezione del Presidente Mattarella. Dopo il Sabato del Villaggio

La rielezione del Presidente Mattarella. Dopo il Sabato del Villaggio

di Pietro Maria Sabella

Quirinale: il Sabato
del Villaggio

La rielezione del Presidente Mattarella. Dopo il Sabato del Villaggio

La crisi di un sistema e l'esigenza di patto generazionale

di Pietro Maria Sabella
8 minuti di lettura

Raggiunto il quorum di 505 voti, il Parlamento in seduta comune applaude il Presidente Mattarella

Sono le 21:00 esatte di sabato 29 gennaio 2022, il Presidente della Camera, Roberto Fico, dichiara approvato il verbale con cui le Camere del Parlamento in seduta comune, all’ottavo scrutinio, hanno rieletto Sergio Matterella alla Presidenza della Repubblica. L’Alto Colle di Roma ha nuovamente un suo inquilino, ed è lo stesso di sette anni prima. Fuori, Piazza Montecitorio è gremita di giornalisti, di ogni specie e razza.

Dalle transenne si vedono entrare e uscire i grandi nomi dei programmi TV che quotidianamente entrano nelle nostre case. Bruno Vespa, in abito blu è sorridente, Diego Bianchi, con lo zuccotto di lana, ha il viso teso. Giornalisti della Rai, de La 7, con l’inesorabile Celata che corre da una parte all’altra. Onorevoli e Senatori spaziano da via dell’Impresa fin da Giolitti, nota gelateria romana, qualcuno in Piazza della Maddalena.

I loro volti hanno espressioni similari: crucciati e soprattutto tesi verso il basso, come Piero Fassino, ciondolante e sconsolato, è riuscito a dileguarsi senza tanti problemi o il Ministro Gelmini, dal passo veloce e costante, ha scansato molti. In pochissimi sembrano davvero rallegrati. Ma a parte i giornalisti e politici, a onore del vero, sia Piazza Montecitorio che le vie laterali ai Palazzi del “potere” sono affollate da giovani.

Tantissimi giovani, e ancor di più giovanissimi. E’ stato un po’ il loro Sabato del Villaggio, la loro prima liturgia laica, seguita dai propri smartphone o dai tablet. Anche loro tesi o sorridenti, crucciati o sorpresi, arrabbiati, delusi o felici. Si sentiva proprio pulsare nell’aria una fretta di partecipazione, di desiderio di coralità.

Ci si cercava tutti per commentare, guardare insieme alcuni passaggi dello scrutinio, della messa celebrata da Fico con <<Mattarella, Mattarella>>, unica voce di sottofondo in un Parlamento che già si svuotava o contava probabili fallimenti, estraeva pugnali da schiene e riponeva i serpenti nelle borse.

Proprio quei giovani, esautorati dalla società in cui affannosamente cercano di farsi spazio, privati da due anni di dolori e fallimenti sulla gestione della scuola, erano lì a dimostrare una cosa precisa, che capivano perfettamente cosa stava funzionando e cosa stava fallendo.

E con questo grave macigno sul cuore hanno lasciato poco dopo le vie, incerti se andare a mangiare qualcosa o rifugiarsi sconsolati nelle proprie stanze. E come nella poesia di Leopardi, quando arriva la Domenica, tutto assume un senso diverso.ù

L’attesa della festa è aspettativa di piacere, ciò che ne segue ci lascia sempre con un certo amaro in bocca, una sensazione di incompiuto che solo le anime più sensibili sono capaci di descrivere.

Ma la Domenica mattina arriva, inesorabile; la lucidità si riappropria della mente e si inizia a riavvolgere il nastro, ripartendo dall’inizio di questa pellicola. Ma qual è l’inizio? Ed è qui che ci si blocca, ma è da questo punto che bisogna partire per capire come e perché si sia arrivati alla rielezione del Presidente Mattarella e se, in fin dei conti, sia stato l’esito migliore possibile. L’inizio di tutto ha ormai un sapore mitologico, ma pur sempre afferrabile.

Marzo 2018, inizio della XVIII Legislatura. Il Parlamento si presente composito, già frammentato. Si erigono i governi dei colori: giallo, rosso e “verdone”. Non è possibile assimilare i governi a ideali di politica o di economia e dunque si usano i colori.

Resta solo l’arcobaleno a delineare i tratti somatici di governi incespicanti. Neanche più gli stessi esponenti riescono a trovare il coraggio di definirsi in un certo qual modo. Non conviene, spaventa l’elettore “moderato” o fa incazzare quello che si professa “antisistema”.

Cadute e ascese sono scandite da passaggi al Papeete, dalla crisi pandemica che spacca tutto e diventa il tutto. E diventando il tutto, traccia il perimetro entro il quale la politica finirà per immobilizzarsi, obliterarsi definitivamente, rendendo impraticabile allo stesso tempo il ricorso ad elezioni anticipate. In questo pantano, viene tradotto il Parlamento, le sue regole, le leggi e l’ordine costituzionale. Tutto si mescola in un minestrone che ha reso impossibile accorgersi delle singole picconate al sistema.

Dai DPCM ai decreti legge, dalle ordinanze regionali e quelle dei sindaci-sceriffo. L’emergenza diventa ordinario. I partiti diventano sempre più liquidi, i governi instabili. E’ solo il Presidente della Repubblica a mantenere il timone almeno lontano dalla costa, dagli scogli dell’Isola del Giglio.

La Presidenza della Repubblica garantisce l’unità costituzionale, tuttavia, rimanendo l’unico potere pienamente funzionante, attira intorno a sè prerogative diverse, si appesantisce. Il rapporto fra Parlamento e Quirinale viene scandito da Miserere, l’ultimo dei quali, appunto è stato intonato ieri pomeriggio dai leader di quasi tutti gli schieramenti.

E’ sembrato di assistere ai Menecmi di Plauto, in cui i protagonisti non vengono riconosciuti fino alla fine, entrambi uguali, creano una gran confusione, annebbiano i sensi allo spettatore. Durante lo scorrere di questa commedia, le briglie si son sciolte e per evitare l’affossamento, si è ridato spazio alla “tecnica”.

Il nuovo Governo “illuminato” ha strigliato i cavalli e corso in fretta per acquisire i soldi del PNRR, eppure, i saluti gioiosi delle prime settimane hanno recentemente lasciato spazio a dubbi, perplessità, timori.

Quello stesso Parlamento che aveva mischiato i colori fino a confonderli aveva chiesto con forza l’intervento di una forza divina (o ritenuta tale) che potesse traghettarci verso la fine dell’emergenza. Ed è lì che è stato certificato il grado di confusione, l’errore finale fatale.

Si è scambiata l’emergenza grave con quella gravissima, si è attribuito al Covid la responsabilità di aver messo tutto sotto-sopra, di averci chiuso in casa e ammorbato la polis, e non si è messo freno al corto circuito giuridico che è stato creato, al danno gravissimo del quale in pochissimi si sono accorti, dando così origine alla terza emergenza di cui ha fatto menzione proprio ieri sera il Presidente Mattarella, quella sociale.

Crisi sanitaria ed economica viaggiano con noi, la prima già da un paio di anni,  la seconda da quando sono cadute le Torri Gemelle. Le tensioni innescate in seno alla popolazione dal virus e dal vaccino hanno separato i due fronti, quasi come fosse realmente possibile immaginare che una politica no-vax potesse salvare migliaia di vite umane. Ma in questo assurdo gioco, gran parte della politica non ha saputo far da arbitro, da filtro, da mitigatore dei disagi.

Anzi, in molti casi si è appiattita sugli umori elettorali pro e contro il vaccino, pro e contro il green pass (le elezioni amministrative a Roma ne sono state testimonianza). Nel mentre, il sistema continuava a spappolarsi, come lucidamente descritto da Massimo Cacciari (che non è un no-vax) sulle colonne de L’Espresso del 16 gennaio, in cui ha messo in evidenza come le politiche delle ultime settimane avessero aumentato le diseguaglianze, senza tracciare una destinazione, una fine e soprattutto senza indicare un risultato, in termini di effetti.

Se si esclude infatti che i vaccini hanno realmente impedito migliaia e migliaia di vittime in più, se si mette dunque da parte la componente realmente scientifica che sta alla base della lotta al virus, il resto, ovvero la componente politica, non solo non è stata pienamente efficace ma ha condotto ad una crisi di sistema in cui quelle diseguaglianze non sono neanche più percepite.

Nel mentre è arrivato il semestre bianco, la legge di bilancio e questa elezione, ed ha trovato tutti impreparati.

Eppure, le tensioni no-vax vanno ben al di là del tema vaccinale e trascineranno con sè le frustrazioni di generazioni di studenti che si sono persi la scuola e la vita, dei lavoratori che hanno assistito alla chiusura di impianti e fabbriche, delle madri che hanno perso il lavoro a causa di un finto smart-working e di scarsissime politiche sociali, della curva dei contagi che scende lentamente e del bollettino dei morti sempre alto, perché ospedali e strutture cliniche attendono ancora posti in terapia intensiva (troppo pochi ancora) ma soprattutto medici e infermieri, che il nostro sistema bloccato e povero ha fermato con il regime del numero chiuso.

Nel no-vax, che diventerà altro una volta che saremo tutti vaccinati, guariti o morti, si troverà di tutto, tutti gli scontenti di questi anni. Questo magma si consoliderà e si espanderà nel corso dei prossimi mesi e sarà decisivo riformulare posizioni e politiche per intercettarlo e disinnescare potenziali e ulteriori frizioni e drammi sociali.

Ha ragione il Presidente Mattarella nel dire che la sfida nuova è quella sociale. Ha inteso richiamare a sè stessi quei parlamentari che lo hanno richiamato al Colle senza trovare una soluzione in termini di successione. Se l’emergenza sanitaria è ormai appannaggio della scienza e delle cabine di regia, se quella economica è stata data in mano ad una parte del governo e a Bruxelles, la crisi sociale non potrà essere affidata a nessun altro, se non alla politica, che auspicabilmente dovrà essere fatta adesso da quei giovani assiepati alle transenne, pronti a urlare, gioire e bestemmiare.

Quei giovani hanno bisogno di maestri, uno dei quali, per fortuna è il Presidente rieletto, ma ne servono molti altri, tutti quelli che si sono messi in disparte in questi anni aggressivi e vuoti, che hanno lasciato spazio a chi ha saputo urlare di più senza saper fare nulla o granché. Serve un patto generazionale sano, per evitare terremoti e tempeste, per formare i Presidenti dei cinquant’anni a venire.

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