LA RESISTENZA DI HONG KONG

di Redazione The Freak

LA RESISTENZA DI HONG KONG

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LA RESISTENZA DI HONG KONG

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Riprendono gli scontri fra manifestanti pro – democrazia e polizia ad Hong Kong, dopo la pausa dovuta alla pandemia di Covid- 19.

Hong Kong è stata una colonia inglese fino al 1997 da cui ha subito una forte influenza soprattutto nell’ordinamento giuridico che funziona secondo il modello di Common law e nel sistema educativo che mantenuto il sistema inglese fino alle riforme del 2009. Inoltre, Hong Kong, essendo una regione autonoma, possiede un sistema politico diverso dalla Cina Continentale in base al principio “Una Cina due sistemi”.

La Cina in modo sempre più invadente sta cercando di erodere ogni tipo di libertà della regione autonoma peggiorando questa delicata transizione che si concluderà nel 2047, anno in cui Hong Kong cesserà di avere standard politici, economici e istituzionali diversi e più autonomi rispetto al resto della Cina continentale.

La pandemia ha frenato le proteste che erano cominciate all’inizio di giugno dell’anno scorso, contro una legge sull’estradizione che, se approvata dal Parlamento locale, avrebbe consentito di processare nella Cina continentale gli accusati di alcuni crimini gravi. In seguito, la legge fu poi ritirata ma le manifestazioni avevano continuato a crescere, arrivando a coinvolgere decine di migliaia di persone e creando problemi alle autorità di Hong Kong, che fin dalla cessione dal Regno Unito si sono trovate a fronteggiare le spinte centrifughe e le relazioni con il governo di Pechino.

L’annuncio di un nuovo inasprimento della repressione non si è fatto attendere ed il governo locale di Hong Kong ha approfittato del lockdown per portare avanti arresti ed incriminazioni come riporta la giornalista Ilaria Maria Sala che vive a Hong Kong. Il target delle persone arrestate appartiene al movimento per la democrazia dalle origini, quando ancora Hong Kong era amministrata dal Regno Unito. Tra gli arrestati ci sono Martin Lee, 81 anni, uno dei fondatori del Partito democratico e coautore della Costituzione di Hong Kong; Margaret Ng, 72 anni, una delle avvocate che hanno contribuito alla difesa del sistema giudiziario del territorio; Jimmy Lai, 74 anni, fondatore del quotidiano Apple Daily, vicino ai movimenti per la democrazia.

Il 4 giugno, nonostante i divieti dovuti al Covid-19, in occasione dell’annuale veglia di commemorazione della strage di Piazza Tienanmen, i manifestanti si sono comunque ritrovati pacificamente a Victoria Park, accendendo una candela in silenzio. Sono passati 31 anni dalla violenta repressione dei giovani che si erano riuniti a piazza Tienanmen a Pechino per chiedere democrazia e rispetto dei diritti umani, eppure il modus operandi del partito comunista cinese non ha cambiato strategia.

Le decisioni da parte del governo di Pechino non sono rassicuranti per le sorti future dell’ex colonia britannica: a fine maggio, infatti, l’Assemblea Nazionale del popolo della Cina, massima autorità legislativa della Repubblica popolare, ha approvato quasi all’unanimità la controversa legge sulla sicurezza nazionale che darà alla Cina un maggiore controllo su Hong Kong.  Ci sono molti dubbi sulla legittimità di questa proposta di legge che passerà al Comitato permanente del Partito comunista e potrebbe essere trasformata in legge entro tre mesi. Gli attivisti filodemocratici confermano che, come da Costituzione, deve essere il governo locale a variare da solo le leggi sulla sicurezza senza l’intervento cinese, invece i politici filocinesi affermano che il governo centrale abbia comunque l’autorità per imporre queste norme in situazioni eccezionali. Sebbene i contenuti dettagliati del testo di legge non siano ancora noti, lo scopo rimane quello di bloccare ogni atto considerato una minaccia alla sicurezza nazionale, colpendo duramente tutti gli attivisti che potranno andare incontro a lunghe pene detentive. Inoltre, la nuova legge darà il via libera all’intelligence cinese di lavorare piuttosto liberamente a Hong Kong, e quindi di prendere di mira i leader e le organizzazioni delle proteste a favore della democrazia. Ancora una volta il partito comunista cinese nega il dialogo e la riconciliazione lanciando questa sfida noncurante delle ripercussioni economiche come il crollo del mercato azionario o la fuga dei capitali. Per non far fare ad Hong Kong la stessa sorte che toccò al Tibet, l’unica speranza rimane la pressione da parte della comunità internazionale.

di Federica Mirto, all rights reserved

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