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Al Piccolo Eliseo Vinicio Marchioni e Milena Mancini nel viaggio chiamato amore

Respira nel buio, ansima nel ricordo, il pomo di Adamo che deglutisce la vita, entra zoppicante tra giochi di luci e musiche che non hanno futuro né presente (la canzone è Sognando di Don Backy): in silenzio c’è Dino Campana, mentre un camice bianco nasconde Vinicio Marchioni, lì su di una sedia bianca.

Il poeta ha gli occhi lucidi ed un ghigno di rabbia, poi si perde nelle cose strane che gli passano per la mente: l’odio per le donne come l’odio per i cani, che no, non sono fedeli mentre gli uomini sono guinzagli delle proprie paure. E crea poesia, e crea versi che, nella sua ebefrenia, appaiono e scompaiono dalla sua mente e anima malate di dolore, quel dolore già incontrato ad Imola, quando fu per la prima volta rinchiuso.

L'ultima ora di Dino Campana

E poi i pensieri, in modo sconnesso, vanno nuovamente ai suoi monti lassù, a Marradi dove nacque nel 1885, alla madre Fanny, una Mme Bovary senza il coraggio dell’adulterio. E a quando cominciò la sventura della chimica, e poi il desiderio di partire per quell’Argentina, per vivere quella vita, in quel viaggio sognato negli occhi appassionati, profondi e neri che si perdono nelle parole, in una balbuzie di emozioni e silenzi che indagano sul coraggio stesso di vivere, mentre proclama “La suggestione governa il mondo, la poesia lo salverà”.

Le musiche dal vivo di Ruben Rigillo accompagnano l’impronta del ritmo del cuore e della mente di un folle, un folle che trascorre 14 anni in una stanza del manicomio di Castelpulci a Scandicci mentre racconta del cappotto liso sotto la pioggia, lui mendicante a Firenze, e le percussioni prendono il tempo incalzante di coltelli affilati nel ricordo di un manoscritto scritto e riscritto.

Nel rimbombo delle risate c’era il pazzo felice, poi crolla nel tragico morale e immorale, e tutto quello che ha vissuto, amato e distrutto si riflette nella furia dei suoi sputi in un’ombra sul muro, in un’attesa lunga 14 anni, attesa fatta di piccole cose: e tutto, tutto quello che ha vissuto, amato e distrutto, dimenticato e sbagliato è quello che fa ombra alla vita, o è la vita.

E Rina, Sibilla Aleramo (Milena Mancini) resta ombra dietro una tenda bianca, irriducibile desiderio di tormentata passione che si chiede come  l’anima possa sopravvivere al corpo: lei Grace Kelly con il veleno in bocca, resta un viaggio senza ritorno, un incendio dalla pelle ambrata, un’alba senza tramonto. Lei è l’amore, e l’amore per l’amore è stata la sua vita.

E dove va a finire l’amore? Dove va a finire il tempo?

L'ultima ora di Dino Campana

Il tempo di un genio poetico, di una stazione telegrafica, di un amore consumato nella follia di mesi, non anni, nell’odore dei granai d’estate, con i gomiti sulle ginocchia, nel refrigerio del volto livido sul pavimento, con tutto questo carico di vita: dove va a finire, dove va a finire il tempo? Dove va a finire l’amore?

Mentre si respirano rose, si gettano fogli di poesie, in un viaggio chiamato amore, sfiorite sotto il sole tra i rovi, le rose. Dimenticate.

Suggestione. Poesia.

La più lunga ora finisce. Come forse la vita del tumultuoso e appassionato poeta del Novecento. Grande, seppur folle. Folle, seppur quasi dimenticato.

Applausi.

Dino torna Vinicio, Sibilla Milena. E tornano a casa insieme, con il bastone di scena.

La più lunga ora. Memoria di Dino Campana. Poeta, pazzo – scritto e diretto da Vinicio Marchioni.

L'ultima ora di Dino Campana

Al Teatro Piccolo Eliseo fino al 21 Maggio, giovedì, venerdì e sabato ore 20.00 – mercoledì e domenica ore 17.00.

Lo spettacolo proseguirà le repliche al Teatro Tor Bella Monaca dal 26 al 28 maggio.

di Alessandra Carrillo, all rights reserved

La più lunga ora di Dino Campana ultima modifica: 2017-05-18T08:57:54+00:00 da Alessandra Carrillo
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