La piaga sociale dell’abbandono scolastico in Italia

di Redazione The Freak

La piaga sociale dell’abbandono scolastico in Italia

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La piaga sociale dell’abbandono scolastico in Italia

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Per i più di cinquecentomila liceali italiani, gli esami di maturità rappresentano in questi giorni la famosa porta carraia di cui parla Nietzsche che separa inequivocabilmente il passato di ricreazioni in cortile e scritte sui banchi e un futuro atteso con la trepidazione degli adolescenti.

Ma la conclusione degli studi non sembra essere l’esito naturale della vita scolastica dei nostri ragazzi, o almeno non di tutti. L’Istat sottolinea come sia “particolarmente preoccupante” la percentuale di giovani che escono precocemente dal sistema di istruzione, un 14,5% (16,5% tra gli uomini e 12,3% tra le donne) ben lontano dall’obbiettivo europeo del 10% da raggiungere entro il 2020. La maglia nera spetta alle isole: Sicilia e Sardegna sfondano il 20%, seguite da Campania, Puglia e Calabria, che non smentiscono l’annosa questione del minore livello di istruzione nelle regioni del Sud rispetto a quelle del Nord. l’Italia, che in Europa è tra i peggiori per la frequenza dell’abbandono prematuro degli studi, si trova davanti a un problema molto serio, perché il fallimento educativo si ripercuote, in primis, sulle prospettive di crescita economica del Paese, se consideriamo quanto l’attuale mercato del lavoro richieda competenze sempre più specifiche e qualificate.

Ma l’importanza di tenere gli adolescenti sui banchi di scuola fino, almeno, al raggiungimento della maturità ha implicazioni soprattutto sociali. Secondo Eurydice, la rete istituzionale europea che raccoglie informazioni sui sistemi educativi degli Stati Membri, un maggiore livello di istruzione (…) può portare una serie di risultati positivi per l’individuo così come per la società in relazione a impieghi, salari più alti, migliori condizioni di salute, minore criminalità, maggiore coesione sociale, minori costi pubblici e sociali e maggiore produttività e crescita.

A questa enorme importanza sociale e culturale, sembra però non corrispondere un equivalente impegno economico da parte del nostro Paese: nei tre anni immediatamente successivi alla crisi economica, l’Italia ha ridotto la spesa pubblica in educazione di più di cinque miliardi ed oggi spende in educazione solo il 3,9% del pil, un indicatore, quand’anche non rappresentativo della qualità dei servizi, sicuramente emblematico delle priorità del decisore politico e più in generale dell’orientamento culturale del paese.

Che l’ignoranza sia una colpa oppure no, è di sicuro un incubatore di risvolti socio-politici inquietanti, sui quali il grande linguista Tullio De Mauro, già ministro dell’istruzione con il governo Amato, aveva condotto approfondite ricerche, soprattutto nella direzione dell’analfabetismo funzionale, ossia la condizione educativa di chi è incapace di “comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità” (Ocse, 2014). L’analisi della competenza linguistica per De Mauro è inevitabilmente anche un indicatore sociale, un prezioso strumento per conoscere le aspettative di realizzazione economica, lavorativa e sociale di ciascun parlante. Openpolis rileva che, al netto di particolari problemi individuali, i principali motivi di abbandono scolastico sono di natura socio-economica, prima tra tutte l’offerta occupazionale di un territorio: se ci mettiamo dei panni di un quindicenne dell’entroterra sardo, o pugliese, con le prospettive lavorative che possiamo ben immaginare, riusciamo davvero a biasimare la sua sfiducia nel futuro?

C’è poi da considerare un altro fattore, ancora più ingiusto, e cioè la condizione della famiglia di provenienza: in contesti di povertà o di non-integrazione di persone di origine straniera, i minori incontrano maggiori difficoltà a proseguire gli studi rispetto ai loro coetanei con maggiori possibilità economiche. In pratica, mutatis mutandis, siamo tornati indietro di un secolo, quando c’erano i figli degli operai e i figli degli avvocati, e il salto intergenerazionale in termini socio-economici era infinitamente più difficile. Situazioni familiari di particolare disagio come disoccupazione, basso reddito e scarsi livelli di istruzione dei genitori possono impedire a molti giovani un atteggiamento sano e propositivo nei confronti della carriera scolastica, e portarli a considerare la propria istruzione una mera imposizione da «professoroni», per usare un termine caro alla politica moderna, e non una risorsa. Ecco perché potenziare la scuola pubblica, così come tutti gli organi di formazione, rappresenta il più efficace strumento di inclusione sociale e politica, il terreno su cui costruire una società equa.

di Silvia Ingusci, all rights reserved

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