LA PAZZA GIOIA, STRANA ED IPERBOLICA FORMA DI NORMALITÀ

di Aretina Bellizzi

LA PAZZA GIOIA, STRANA ED IPERBOLICA FORMA DI NORMALITÀ

di Aretina Bellizzi

LA PAZZA GIOIA, STRANA ED IPERBOLICA FORMA DI NORMALITÀ

di Aretina Bellizzi
2 minuti di lettura

La pazza gioia è la gioia provata dai pazzi ma è anche la pazzia di sentirsi gioiosi nonostante tutto, la follia di cercare e percepire a tratti la felicità, quel poco che ci è concessa. A tratti la possono sentire tutti la felicità, comprese Donatella e Beatrice, le due protagoniste di Virzì, che per loro stessa ammissione sono nate tristi. Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi sono bravissime a dare corpo e carne a due personaggi difficili da rendere verisimili e soprattutto da amalgamare.

o-LA-PAZZA-GIOIA-facebookDiversissime, opposte tra loro queste due donne si completano, trovano l’una nell’altra la famiglia che non hanno avuto e non potranno avere, l’affetto, la compagnia, la comprensione. La compassione che provano l’una per l’altra non le sminuisce ma le rafforza, le fa sentire vive nonostante la vita, dalla quale si prendono una pausa. Abbandonano il centro in cui sono curate, si lasciano tutto alle spalle, il passato, il presente, il futuro e fuggono, si danno alla pazza gioia appunto. Quello che vogliono è divertirsi, nel senso proprio di distrarsi dalla malattia, dal senso di colpa che le perseguita. Là dove fuggono alla ricerca della gioia, là sempre la pazzia le raggiunge, le riporta indietro, sulla strada già percorsa, sugli stessi errori, nei luoghi in cui hanno già vissuto e già sofferto. Il loro tornare indietro è però anche un andare avanti, è capire che si può, si deve guarire per sentire non solo la gioia ma anche la speranza della gioia che è certo più appagante della gioia stessa.

indexEvadono per scoprire che ci si può liberare di tutto ma non della malattia, del passato che rimane addosso come una ferita, come un tatuaggio, come un bel vestito. Scoprono così, insieme, che dalla malattia non si può fuggire ma si può guarire. Donatella al termine del viaggio è determinata a guarire per non cadere di nuovo nel vuoto, per non ripiombare in un mare di dolore, per non affogare di nuovo nella solitudine. Senza fine è la canzone che ripetutamente ascolta, l’unica presenza costante nella sua vita costellata di assenze perché senza fine per lei fin ora è stato solo lo strazio e quella strada che continua a percorrere per cercare il suo posto nel mondo. E ritrova l’inizio là dove aveva cercato la fine, nell’acqua che, come un liquido amniotico, è vita oltre che morte.

Guardando il film, ben scritto e ben diretto, si ride e si piange, si sente la vita scorrere davanti gli occhi, si sente la gioia e il dolore ma soprattutto si percepisce la pazzia come una strana e iperbolica forma di normalità.

di Aretina Bellizzi, all rights reserved

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2 risposte

  1. Mia cara, non ho ancora visto che, di certo, mi intriga. Anzitutto perche’ sonda l’ universo femminile, la differenza, l’uguaglianza, la complicita’ di due percorsi esistenziali. Aggiungo che orientare lo sguardo verso il desiderio/paura, di ognuno di noi, (uomo o donna che sia), di uscire dalla propria “gabbia” mi sembra sempre un tentativo interessante. Che dire inoltre dell’eterna ricerca di quella soglia, se esiste, tra sanita’ ed insanita’? Grazie di avermi sollecitata a non perdere la “visione” di questo nuovo esperimento cinematografico di Virzi.

    1. Ti ringrazio per aver colto pienamente il mio punto di vista sul film. Attendo che tu lo veda per discuterne insieme.

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