La giustizia è una cosa vera.

di Pietro Maria Sabella

La giustizia è una cosa vera.

di Pietro Maria Sabella

La giustizia è una cosa vera.

di Pietro Maria Sabella
6 minuti di lettura

Non è mai stato facile parlare di giustizia in Italia. Per non parlare di Giustizia, concetto che noi Italiani rimettiamo alla discrezione del Padre eterno, onde evitare di assumerci responsabilità  eccessive.

O forse, come è  più normale che sia, la giustizia è un concetto che si sviluppa e si adatta all’esigenze della società, attraverso l’idea che un legislatore, deputato a ciò per volontà del popolo libero e votante, possa decidere oggi cosa è lecito e cosa non è lecito.

Al processo di formazione delle leggi, si aggiunge la funzione giurisdizionale, così come disciplinata dalla Costituzione, dalle norme dei codici e dalle leggi speciali. Tale funzione è esercitata da giudici e magistrati che, dopo avere studiato per anni, vincono un concorso pubblico e si trovano spediti negli angoli remoti del Paese a combattere – a volte – fenomeni più grandi di loro. Per applicare la legge, per attribuire a ciascuno il suo, evitare soprusi e maltolti.

Ma queste donne ed uomini non si piegano e non si abbattono mai.

La speranza è sempre la loro guida. La speranza ed il codice: la legge – quella vera insomma.

Quella che è al di sopra di me, di te, di voi e di tutti noi in questo Paese.

Accade anche in questo Paese che i tre poteri sovrani, il legislativo, l’esecutivo ed il giurisdizionale non siano mai andati veramente d’accordo.

Sarebbe possibile immaginarli come tre fratellastri, costretti a stare insieme ed a rispettarsi reciprocamente per volere nostro, senza che loro l’abbiano mai voluto.

Si fanno sgambetti, si offendono e qualcuno tra loro cerca di controllare l’altro, cercando di tirare dalla propria parte il verbo costituzionale.

Nelle more si presentano anche altri personaggi a dettare la loro ed a creare scompiglio in Italia.

Più a sud si formano le mafie, cosa nostra, la ‘ndrangheta, la sacra corona unita e la camorra. A nord si fanno gli affari: girano i soldi e la corruzione che, lentamente, mentre i poteri cercano di autoalimentarsi, chiamano all’appello le mafie del sud.

Il grigio si infittisce: pare esserci nebbia dalla Val Padana fino a Capo Passero. E tanta nebbia si vede soprattutto sulla Salerno- Reggio Calabria. In tutto ciò noi discendiamo dai Romani, dai Greci, dai Fenici e siamo – oggi- membri fondatori dell’Unione Europea.

Questa storia potrebbe essere raccontata in mille altri modi. Le sfumature sono centinaia ed i racconti da fare sono davvero tanti.

Ma ne esiste una che ogni giorno mi racconto la mattina, mentre  mi guardo allo specchio e mi passano di fronte, come immagini, le storie della nostra Repubblica.

 

Un bel giorno, un pomeriggio di fine primavera, il sole ardeva così forte che il mare sembrava un gattino silenzioso e stanco e le rocce sembravano dipinte d’oro, tanto fossero state arse dal sole.

In Sicilia è una consuetudine.

Erano anni amari, di paura, di sortilegi e di soprusi. Anni che ancora oggi viviamo, sotto una nuova luce.

La mafia aveva costruito castelli dappertutto, prendendo in ostaggio le anime, le vite, la democrazia in Sicilia. Non andava per nulla bene. Ogni giorno qualcuno veniva ucciso. Qualcuno di quegli uomini e di quelle donne che non abbassavano la testa, che dicevano: “No. Io non ci sto”.

Due amici cresciuti insieme lavoravano proprio come magistrati a Palermo. Uno era alto e un po’ paffuto. Con lunghi baffi, l’altro era un po’ più bassino e magro, ma sempre con i baffi. E sempre con le sigarette in bocca. Ogni tanto qualche loro foto è ormai sui profili fb di qualcheduno – magari ignaro di quello che è successo davvero.

Avevano deciso di usare la legge, la Costituzione; di applicarla anche in Sicilia, cosa che a molti sembrava un’esperienza para-normale.

I due magistrati riuscirono ad istruire vari processi ed uno tanto grosso e corposo da essere chiamato Maxi-processo, svoltosi in un mega bunker protetto.

” I meglio ” della mafia erano là dentro e quasi tutti, anche latitanti ,vennero altresì condannati.

“Minchia” esclamavano per le strade di Palermo e nei palazzi a Roma.

“Chisti rue sul serio ficiro e biri chi cumminarono!? I futtirunu a tutti”

Altri invece spiavano e tramavano nel buio, perchè la giustizia o la Giustizia fa paura. A noi Italiani ci fa davvero paura.

La Sicilia sembrava rinascere e ripulirsi dai gangli del potere mafioso che, piano piano, era arrivato fino alle poltrone dei palazzi di potere.

Era necessario vendicarsi. Ma la vendetta deve essere servita fredda.

E quel pomeriggio, uno dei due amici, mentre ritornava a Palermo, dopo una riunione al Ministero della Giustizia di Roma, venne fatto esplodere.

“BOOOOM”

Silenzio.

http://www.youtube.com/watch?v=hoH6zBP5SBs
Alla primavera succedette l’estate.

Il secondo amico aveva continuato a lavorare, a lavorare, e teneva con se una piccola agenda rossa, all’interno della quale cominciava ad inserire ed a custodire gelosamente tutte le informazioni che era riuscito a raccogliere sulla morte del primo.

” Minchia” – esclamavano sempre gli stessi – ” Se qua viene fuori la cosa, fottuti siamo, un casino succede!”

“Tutti in galera finiamo”

La giustizia incuteva ancora una volta timore.

_____

” Puoi venirmi a trovare figlio mio che non sto tanto bene?”

” Arrivo mamma”

Via D’amelio, siamo a Luglio stavolta.

“BOOOOOOOOOM”

 

Anche il secondo amico venne fatto fuori; Palermo era di nuovo sola.

E l’Italia intera, tutta l’Italia era di nuovo in preda al tumore, al cancro maledetto.

Un solo respiro si era levato sopra le teste e subito era stato fatto giacere.

E quel giorno misteriosamente scomparve anche il diario.

 

Migliaia di informazioni e nel frattempo si svuotava il cono di tangentopoli e si formavano i germi della seconda Repubblica.

Un salto, un’esplosione per cancellare questa parola: giustizia ( Democrazia, rispetto, vivere in pace, felici possibilimente, ognuno uguale all’altro con gli stessi diritti, senza che i diritti siano oggetto di comprevendita).

Una parola che spesso racchiude in se molti significati.

 

Il resto della storia credo la sappiate. Negli ultimi vent’anni è accaduto di tutto in Italia.

I tre poteri hanno fatto a botte e non sembra proprio che le mafie abbiano subito una sconfitta vera.

Altri amici lavorano ogni giorno per noi nelle aule dei tribunali e per le strade di Palermo, Reggio, Napoli, Roma, Milano. In silenzio, senza chiedere interviste e senza volere essere al centro delle attenzioni.

Tutti loro armati degli insegnamenti dei maestri di Palermo che li hanno preceduti, che avevano detto che la legge esiste per essere applicata, che la mafia ha una forma, una consistenza, una corporalità ; che invade il mercato ed influisce nelle scelte amministrative e politiche e che si può anche essere “concorrenti esterni” anche senza essere affiliati.

Che si diceva di si alla mafia ogni qual volta la si agevolasse in qualche modo o comunque non la si contrastasse.

E nulla sembra essere davvero cambiato oggi, soprattutto quando un giudice di Palermo, innanzi ad una nuova sentenza, sia costretto a dire: “Spero che questa sentenza non si trasformi nel colpo di spugna finale al cosiddetto metodo Falcone, perché da due decenni siamo testimoni di una instancabile opera di demolizione del lavoro della magistratura siciliana, iniziato dal pool antimafia di Falcone e Borsellino, e proseguito, dopo la loro morte, nel solco giuridico da loro aperto (…). E’ triste assistere, proprio in questo anno, al montare di un nuovo revisionismo politico-giudiziario sulla stagione di Falcone e Borsellino, perché non dimentichiamo che il concorso esterno è una creazione che nasce da una loro idea, messa a punto durante l’istruttoria del maxiprocesso, per scoprire le collusioni dei colletti bianchi (…)”.

 

Ma quando gli occhi di chi ancora ci crede sono puntati verso fuori, magari osservando le piazze e le strade dalle finestre, una sola frase percorre le loro menti assorte: “La giustizia è una cosa vera”.

Ed ogni giorno si manifesta.

 

di Pietro Maria Sabella

 

 

 

 

 

 

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Una risposta

  1. Il suono di quell’esplosione continua a rimbombare nella mente di chi, ancora bambina, non comprendeva a pieno quello che era accaduto.
    Quel suono rimbomba nei timpani, ancora forte, ogni volta che sembra venire meno lo spirito di giustizia che ha reso immortali i due maestri di Palermo.
    La giustizia è una cosa vera, e finchè ci saranno persone che credono fermamente che i “fratellastri” possano andare d’accordo e che si possa lottare perchè essa venga resa ai cittadini”, la speranza non verrà mai scalfita, nemmeno da sentenze che bruciano di infamia.

    Gran bel pezzo. Che i maestri vengano ricordati sempre e non solo il 22 maggio o il 17 luglio di ogni anno.
    Che vengano ricordati sempre nei cuori di chi è un po’ morto con loro e di chi risorge ogni volta che il loro lavoro porta a buoni risultati.

    Bravo.

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