“La gioia fa il pittore”. The Freak intervista Luisa Carlà

di Vittoria Favaron

“La gioia fa il pittore”. The Freak intervista Luisa Carlà

di Vittoria Favaron

“La gioia fa il pittore”. The Freak intervista Luisa Carlà

di Vittoria Favaron
18 minuti di lettura

“Quando dipingo, lo faccio dentro un tempo azzerato. Senza il giorno, né la notte” (Luisa Carlà)

 

Vi sono interviste composte da domande, risposte, affermazioni.

Poi vi sono interviste “emozionali”, in cui le parole si compongono in una resa sincronizzata, in cui spartizioni di vissuto da condividere ne segnano la sostanza.

 Vi sono interviste che si costruiscono con quesiti inviati per mail o annotati in registratori vocali e fine dei giochi.

Poi vi sono interviste, come quella che andrete a leggere, che si svolgono in tempi notturni, davanti allo schermo di un pc, in connessione via skype, con birretta annessa, e personaggi secondari che fungono da cornice indispensabile.

 Parole in libertà, in stato confidenziale, in cui il desiderio di scoperta (e in questo caso “riscoperta”) porta ad abbattere certe barriere inibitorie, attraverso lo scorrimento di emozioni pulsanti, di gioia autentica.

Perché se c’è una parola ricorrente, volutamente citata come delicatamente sottesa, all’interno di questo fraseggio condiviso, è proprio la parola GIOIA.

 Gioia, che si manifesta con la rievocazione dei colori dei dipinti, con lo spirito con cui si compongono certi pensieri, con le energie che portano una giovane donna a dedicarsi all’arte della pittura, nell’atto di “donare” qualcosa di altamente partecipativo a se stessa e agli altri.

Come in una danza coinvolgente, trascinati da una musica amplificata in tutto l’ambiente, dentro odori di acquaragia e pane degli angeli e con la veglia di piccoli felini a simulacro di bellezza, così è andata a tracciarsi la mia “chiacchierata” con Luisa Carlà, seguendo, appunto, i passi della “gioia”.

Luisa Carlà è una pittrice salentina. The Freak ha avuto modo di intervistarla e di conoscerla in una prima intervista nel gennaio 2012 ( https://www.thefreak.it/i-sogni-dipinti-di-luisa-carla/ ) e successivamente coinvolgerla all’interno della mostra collettiva-evento “l’arte di essere” organizzata nel marzo 2012, a cui Luisa ha aderito insieme ad altri artisti.

In occasione della sua esposizione personale, organizzata da The Freak, che si terrà il 14 e il 15 maggio presso la Calzoleria a Roma, decidiamo di riascoltare Luisa, di dare la possibilità di “leggerla” a coloro che non hanno incontrato ancora la sua arte, e tutto il mondo che vi sosta al suo interno.

Dall’ultima volta che ti sei raccontata (nel gennaio del 2012) sono successe tante cose: la mostra a Roma, le altre esposizioni collettive e personali, la realizzazione di nuove icone.

Raccontami cosa è accaduto, che tipo di evoluzione hanno “subito” le tue Icone.

 <<Ero incerta se continuare con il ritratto del personaggio famoso. Non sono riuscita a fermarmi. Ero tentata dal rinunciare alle Icone anche alla luce dei consigli che mi hanno dato. Mi hanno più volte ripetuto: potresti cambiare. Tuttavia la mia pittura nasce da un’esigenza. Non è studiata a tavolino, né segue le mode del tempo. Quando dipingo sono io a scegliere cosa mi piace ritrarre.

Un esempio su tutti è stata la realizzazione del primo quadro di Salvador Dalì.

L’ho realizzato in pochissimo tempo, nel senso che ci ho dedicato due giorni e due notti, credo anche di non aver dormito, perché avevo paura di perdere freschezza nel segno, avevo paura di perdere quel tratto (e in realtà c’è stata qualche interruzione, anche per via del mio lavoro).

Tuttavia, dipingere Dalì era un pensiero che mi accompagnava da tempo.

Ci ho speso, come dicevo, due giorni e due notti, avrò dormito in tutto tre ore. Quando l’ho visto finito, quando l’ho rivisto la mattina, mi sono stupita di me stessa, l’ho guardato e mi sono detta: forse non ce ne saranno più così, cosi come lui>>

 Cosa accade quando dipingi una nuova icona? Cosa accade, cioè, quanto tu decidi di dipingere un’icona anziché un’altra. C’è un momento legato a quel dipinto, c’è un ricordo. Come lo decidi?

 <<C’è senz’altro un richiamo, in base al soggetto.

Quando scelsi di ritrarre Battisti è perché sono legata alla sua musica e al suo spirito. Ho cercato di riprenderli, anche se non sono del tutto soddisfatta. Mi aspettavo di più, il soggetto meritava di più, rispetto a quello che lui è in grado di suscitarmi e rispetto alla resa finale del quadro. Ho cercato di riprendere i giardini di marzo, quella trasparenza, il ritorno ai giallini. In quello non credo di essere riuscita.>>

 Mentre Luisa mi parla, il suo gatto, che lei chiama “L’amore mio”, irrompe nella sua stanza. La presenza del felino è indispensabile, lo è stata la prima volta che ci siamo incontrate nel suo studio e lo è tuttora. Non solo per lei, ma anche per me. Come se il gatto racchiudesse un “volto” di Luisa, come se fosse manifestazione vivente di una parte di lei, delicata, sorniona, riservata.

 Quando lo vede, Luisa si rilassa, è più tranquilla, e riprende a parlarmi.

<<Brigitte Bardot è un’icona che avevo in testa da molto tempo. L’ho sempre ammirata per lo stile e la bellezza. Starei ore a guardare quel viso, la trovo semplicemente perfetta. Mi sono talmente immedesimata nel realizzarla, che poi ho anche giocato ad essere lei, in modo molto ironico, come sono solita atteggiarmi. Ed è il solito iter che ho nei quadri. Cerco di tradurre in immagine quello che è un mio desiderio, quindi tendo a immedesimarmi, a giocare con quell’idea, a calarmi in quel mood.

Avvicinarmi a quella bellezza, imitarla in un certo senso, senza cadere nel cattivo gusto ma dipingendola, cercando di darle anche un po’ d’onore>>

Luisa si ferma, respira. I suoi occhi si distendono. Poi continua.

<<Ad esempio, quando ho realizzato John Lennon avevo l’idea di ritrarre tutti e quattro i Beatles. Ho iniziato con lui è ho finito con lui. Per gli altri tre non ho avuto tempo e in fondo ammetto di essere legata soprattutto a Lennon, alla sua musica e ai suoi singoli.

È avvenuto naturalmente, senza un particolare piglio emotivo al seguito>>

In questo tempo che è trascorso, hai percepito una tua evoluzione stilistica rispetto alle prime icone? Hai riscontrato più consapevolezza, più cura, oppure è stato un’evoluzione, un climax, un percorso lineare, senza picchi o senza cadute, da un punto di vista pittorico?

<<I picchi ci sono sempre. Il segno lo percepisco differente, a seconda del mio stato d’animo, e mi rendo conto che è una cosa odiosa, perché ci sono periodi in cui non riesco a rendere, perché sono molto stanca, perché ho delle pressioni esterne che esulano da quelle artistiche, anche se ho imparato un po’ gestirle. Avverto il momento in cui mi sento in colpa perché passano due settimane che non dipingo e mi metto a dipingere quando sono massacrata di stanchezza e magari non rendo al massimo.

Ho imparato a gestire la mia emotività rispetto alla pittura. Stare fermi quando non si è nelle condizioni di poter dipingere, altresì cogliere il momento in cui si manifesta la voglia di tornare a casa e prendere il pennello per realizzare una cosa bella.>>

 

Dall’ultima volta che abbiamo parlato, ci sono stati tantissimi feedback esterni, a livello di esposizioni realizzate, di eventi che ti hanno riguardato.

Il consenso che ne è derivato ha consolidato determinati dubbi oppure ti ha liberato dalle incertezze, o ancora ti ha dato più pressione rispetto alle opere future?

<<Un po’ tutto quello che hai detto.

Pressione, nella misura in cui il consenso degli altri induce a pensare che le persone si aspettano qualcosa da me, quindi ho paura di deludere. Questa è una paura costante ed è giusto che ci sia perché mi sprona a fare di meglio.

Mi aiuta, la uso, ho bisogno di questo per rallentare l’insicurezza che ho e mi fa capire tante cose. Mi stimola.

Vi sono dei momenti in cui da una parte ho la pressione di poter peccare in qualcosa e quindi mettermi in discussione, ma dall’altro lato sono orgogliosa perché il mio è anche un voler dare qualcosa agli altri. Io non riesco a tirarmi indietro quando mi propongono una personale o un’esposizione, anche se le richieste avvengono in periodi in cui voglio ritagliarmi della tranquillità. Non mi tiro indietro perché il mio obiettivo è dare qualcosa, e da ciò deriva anche il desiderio di riproporre non solo le mie opere consolidate ma di realizzare volti nuovi per attirare l’attenzione al nuovo che andranno a vedere>>

Ti è capitato, durante le esposizioni, di parlare con le persone e di sentire i loro commenti? Quando le persone comunicano le loro sensazioni rispetto all’opera, quelle sensazioni rispecchiano il tipo di comunicazione che tu volevi trasmettere o si distanzia? Oppure si arricchisse il significato di quell’opera, attraverso la costruzione di altro senso?

 <<Diciamo che avviene un po’ tutto quello che hai detto. All’inizio avevo il terrore di sentire gli altri che commentavano i miei dipinti, al punto da non riuscire a stare nei luoghi in cui li esponevo. Scappavo via.

Adesso invece un po’ mi piace, e questo mi fa capire che ho acquisito sicurezza.

Mi piace mettermi vicino ai miei quadri non rivelando di essere io l’autrice, anche per sentire il parere onesto dello spettatore, che non è il solito commento di circostanza che esula la critica. È difficile che una persona sia completamente sincera, in caso di critiche negative, davanti all’autore. Tuttavia mi piace anche l’idea del valore che può acquistare il mio quadro anche quando qualcuno va ad accostarvi qualcosa o altre immagini cui io non avevo pensato, per una sorta di empatia o di feeling che può realizzarsi.

Mi è successo con John Lennon, ad esempio, con due persone che hanno visto qualcosa in quell’opera, qualcosa che rievocava due persone che adesso sono scomparse e che fanno parte del vissuto intimo di quelle persone.

Ed è stata una cosa che mi ha fatto rabbrividire perché è successo con la stessa opera, ed è strano che sia successo con John lennon, che per me rappresenta un’icona di pace, e la cui morte è avvenuta in un modo che si discosta totalmente da quel concetto>>

Qui la voce di Luisa si inclina, trapelando un’emozione legata a quell’aneddoto, e i tratti del suo viso assumono dolcezza, unita a un filo di malinconia.

Prima delle icone, il tuo portfolio artistico era formato dai nudi di donna. Ho potuto notare che tra le tue recenti “creazioni” c’è un nuovo nudo.

Come mai sei tornata a dipingere quel soggetto? Come è stato riproporlo? Ci sono delle differenze rispetto al passato? Che tipo di emozioni ti ha suscitato questo nuovo nudo?

 <<L’idea di quel quadro nasce da una commissione, correlata da un invito che io ho ricevuto da parte di una persona che ha scritto il suo primo libro di poesie (l’autore si chiama Marco Vetrugno), molto autobiografico, in cui è descritto un percorso di crescita duro, dal quale l’autore ne è uscito brillantemente grazie… all’Amore.

E qui il tono della voce di Luisa si fa rarefatto, dolce, pieno di pace e aggiunge:

Nella stessa misura in cui ne sono uscita io, per altri motivi.

 <<Perché l’amore ti aiuta ad uscire dal male di vivere, o come lo si vuole descrivere>>

E qui ci emozioniamo entrambe…

Poi lei continua: <<Lui mi aveva chiesto di trarre ispirazione. Voleva che degli artisti facessero da scenografia ai suoi scritti, poi ha visto le mie opere, è rimasto molto colpito dai nudi e mi ha chiesto di trarre ispirazione dalle sue poesie e realizzare un quadro.

Rispetto ai precedenti corpi ci sono delle differenze.

A partire dall’assenza dell’uomo che butta giù la donna. In quest’ultimo nudo la donna ha un corpo possente, è libera,  anche se la donna delle poesie non viveva un momento felice, ma io sapevo che era nella sua pienezza e che la sua storia avrebbe avuto un lieto fine.

Da qui la scelta di dipingere un nudo diverso dal passato, con più luce, con una figura più distesa>>

Per ritornare a collegamenti che io vedo con un passato consolidato, il secondo quadro di Dali ha delle farfalle, e tu mi hai raccontato che la farfalla simboleggiava la tua persona, la tua essenza.

Perché la farfalla è tornata e si è impressa sul quadro di Dalì?

<<Ti dissi che la farfalla ero io ed era ciò cui aspiravo, quindi smisi di dipingerla quando ritrovai me stessa, quando mi dissi: ok sono qui>>

Questo ritorno sulla tela ha un significato preciso?

<<Dalì m’intimorisce, ho molto timore e paura di lui. Tuttavia mi sono voluta cimentare in un altro suo ritratto, anche se penso che la stessa impressione non possa essere riprodotta nel medesimo modo, anche se il soggetto lo riprendi da una fotografia. Perché io voglio cogliere qualcosa che non è una foto, l’immagine del momento, l’impatto speciale di una visione, la mia, che è impossibile riprodurre allo stesso modo, in più dipinti.

Quindi ho realizzato il suo secondo ritratto in cui Dalì sembra che guardi tutti dall’alto in basso. Una posa molto ironica. Però ho avuto più difficoltà rispetto all’altro, mi sono molto inibita, mi sono anche bloccata, tanto che a un certo punto volevo passarci di sopra e fare Paul Mc Cartney!

(Ridiamo)

In questo dipinto volevo mettere qualcosa che rappresentasse il Maestro, infatti la farfalla è una costante anche in molti suoi quadri, è un elemento che c’è.

Sono certa che se fosse in vita mi direbbe: ma come ti permetti a ritrarmi, quello non sono io!

Il suo timore mi ha portato a voler andare sul sicuro, ed ecco perché ho usato la farfalla come sfondo. Secondo me alla fine si sposa con quello sguardo>>

Perché Dali t’intimorisce?

<<Anzitutto m’intimoriscono le persone che sono molti passi avanti a me, mi inibisce  l’idea del capo, di chi è più intelligente o più brillante. Poi sono un po’ convinta del fatto che se fossi stata sua contemporanea e mi fossi cimentata nel ritrarlo, sono certa che il Maestro non sarebbe stato lusinghiero con me. Lo deduco da quello che ho letto su di lui. Mi avrebbe fatto piangere, probabilmente>>

 Tra le tue “Icone”, so che sei molto legata a Twiggy a Audrey. Quali sono, tra le nuove icone, quelle cui ti sei affezionata?

<<Senz’altro e inaspettatamente, perché è nuovissima, Brigitte Bardot.

 Con lei ho avuto un colpo di fulmine, che è una sensazione che a me capita mentre sto dipingendo. Scatta un entusiasmo e una gioia di vivere che sento nello stomaco, nel momento in cui i lineamenti prendono forma. È una sensazione di innamoramento che è difficile da spiegare.

Questo è accaduto con BB. Quando l’ho finita, ho giocato ad interpretarla per mettere la mia personale firma ironica e autoironica.

Prima di lei, senz’altro l’icona di Battiato mi ha provocato il colpo di fulmine (ora la tela è in possesso del Maestro n.d.r.)

Anche il primo dipinto di Dalì mi ha folgorato, anche se non è più mio e mi manca, ma nello stesso tempo sono felice sia in possesso di una persona cui voglio bene>>

Ti leggo quattro citazioni di illustri artisti. Voglio sapere quale ti senti di condividere e perché.

 Se dipingete, chiudete gli occhi e cantate (Pablo Picasso)

 Dipingere non è un’operazione estetica: è una forma di magia intesa a compiere un’opera di mediazione fra questo mondo estraneo e ostile, e noi. (Pablo Picasso)

Non dipingo un ritratto che assomiglia a un modello, piuttosto è il modello che dovrebbe assomigliare a un ritratto (Salvador Dalì)

Il dolore fa il poeta, ma la gioia fa il pittore (Camillo Boito)

<<Condivido tutte e quattro le citazioni. L’ultima in particolar modo. Perché contraddico il luogo comune secondo cui l’artista deve soffrire: perché deve soffrire?!

Io sono felice, anzi quando soffrivo ero depressa e i miei quadri, per quanto belli, non facevano trasparire energia, non piacevano neanche a me, al di la del fatto che potevano essere oggettivamente bei dipinti.

Io produco gioia, e questo non vuol dire che non ci sia stata sofferenza, perché dietro c’è un percorso personale che mi riguarda, molto doloroso e molto alto. La pittura nasce anche per un’esigenza di voler vomitare quello che ho sempre covato e represso e che avevo voglia di tirare fuori.

Va tutto di pari passo al mio vissuto. L’importante è la condivisione esterna e quello che ho intorno, al di là delle relazioni affettive personali, mi riferisco alle persone con cui interagisci e con cui esci e ti frequenti. È tutto quello che io assorbo e voglio tirare fuori.

 E quindi l’artista non soffre. Almeno io no, non più>>

Hai pensato a progetti futuri? Vuoi abbandonare le icone e dedicarti a nuovi soggetti?

<<Ci sono più le idee che i progetti. I progetti li vedo alla fine. Quando mi guardo dietro e vedo la fine di un percorso, cioè risultato dell’evoluzione, quindi è una cosa che va per gradi. Non voglio allontanarmi dal mito ma non voglio “forzarmi”. Sono certa che accadrà, ma in modo naturale. Ho iniziato a fare qualcosa che non sia il mito. Se cavalcherò un’onda che mi porterà ad allontanarmi dalle icone, questo non posso dirlo o decidere adesso>>.

“Io preferisco dipingere per mio istinto e mia scelta e quindi le commissioni le accetto ma mi si deve dare carta bianca. Non voglio che mi s’istruisca” Questo me l’avevi confidato nella precedente intervista.

 È cambiato qualcosa, anche alla luce delle conferme e del consenso fino ad adesso raggiunto?

<<Non è cambiato nulla, anzi. Il mio punto fermo di allora si è accentuato.

Mi è capitato di fare ritratti di persone, non famose,  ma ho dato sempre il mio punto di vista.

Se mi chiedono di ritrarre una coppia di fidanzati con dietro lo sfondo di Santa Croce (basilica di Lecce n.d.r.) rifiuto e dico: fattelo da solo!

(ridiamo ancora)

 Se mi dai una fotografia e vuoi il ritratto fotocopia, non è il mio stile e il mio modo di lavorare.

Quando ritraggo una persona, solitamente chiedo informazioni su quella persona. Perché, al di la dell’icona che mi viene commissionata, ho bisogno che l’opera rappresenti anche la soggettività della persona che di fatto avrà il quadro in casa.

Le notizie possono essere diverse: la musica che ascolta, il carattere, la personalità,  quello di cui si occupa, le sue aspirazioni. Sono tutte informazioni che mi aiutano a realizzare l’opera.

Questo è il mio modo di approcciarmi alle commissioni>>

Parliamo di Dream.Pressed, e cioè la linea di magliette e borse su cui sono stampate le tue icone. Mi avevi descritto il progetto come un mezzo per “imporre” e per far conoscere la tua arte. Non un fine, e cioè una mera attività di merchandising.

 <<Esatto. Io non realizzo magliette o borse.

Mi fa incavolare quando non interpretano lo spirito di Dream.Dressed. Pensano che io faccia magliette e mi sento sminuita quando mi viene chiesta la maglietta con la stampa del figlio, ad esempio.

A me piace l’idea che i miei quadri possano andare in giro attraverso la maglietta, vedere i miei quadri su una maglietta di qualcuno, anche di chi non conosco, ma io non dipingo perché il quadro deve essere destinato a Dream.Pressed.

Non posso essere arrogante ma cerco di spiegare in modo carino la mia idea.

L’ideale sarebbe che tutti capissero che l’obiettivo è che il quadro debba spiccare dalla maglietta. Andare oltre.

Tuttavia sono molto soddisfatta del progetto Dream.Pressed. Siamo a tre anni dalla sua realizzazione e ci sono persone che mi chiedono di “stampare” le mie prime icone. Ciò significa che sono i quadri ad avere il potere e non la maglietta fine a se stessa.

Che tipo di emozioni ti ha suscitato la prima mostra romana cui hai partecipato,  cioè la collettiva “L’arte di essere”, e che tipo di aspettative hai sull’evento del 14 e 15 maggio, in cui tu sarai la sola ad esporre?

<<Riguardo la prima mostra avevo più curiosità che aspettative.

Non mi ero mai spostata oltre la Puglia per esporre. Avevo curiosità e volevo il confronto con gli altri artisti, anche se per diversi motivi in quel contesto non c’è stato. Volevo inoltre conoscere The Freak, lo staff, capire il vostro progetto, in fondo conoscevo solo te.

E da quell’esperienza ho portato a casa una bella dose di autostima e gratificazione. Mi ha arricchito.

Questa mostra ha un significato più particolare. Ci sono solo io e ci sono delle persone che si aspettano qualcosa da me.

Le sensazioni che provo sono curiosità, mista a paura, ma anche una gran voglia di divertimi. C’è molta empatia tra me e the Freak, siamo molto disponibili nel creare una fusione di energie e intenti, come piace a me.

Sarò un altro dei miei quadri, all’interno di una specie di paese dei balocchi.

LA GIOIA è L’ARTE, come abbiamo detto prima. E il leitmotiv deve essere la gioia e l’allegria. Non voglio appesantire.

Spero vivamente che l’evento sia speciale… sia come una  di quelle belle serate che a me piace trascorrere con le persone che amo e con cui mi piace condividere il tempo e lo spazio>>.

L’intervista finisce. Spengo la registrazione. Guardo Luisa attraverso lo schermo del computer. Ora è completamente rilassata. Ci guardiamo, e in quello sguardo è racchiuso un misto di gioia, soddisfazione, ma anche trepidazione e adrenalina rispetto a quello che succederà il 14 e il 15 di maggio.

 Energia. Tanta energia e bellezza andranno a scorrere in quei giorni.

 E noi vi invitiamo tutti a condividere questo stato di grazia, ad immergervi, il 14 e 15 maggio alla Calzoleria a Roma, nella bellezza degli “sguardi” di Luisa, nelle sue Icone sognanti e ipnotiche.

Vi invitiamo a perdervi e a godere di quei colori, di quell’allegria, di quello spirito positivo di cui Luisa Carlà  è  Artefice piena e speciale.

Per info:

Luisa Carlà: mail: [email protected]

https://www.facebook.com/pages/DREAMPRESSED/141934312541409?sk=info

Per info sull’evento: Icons- Personale di Luisa Carlà del 14 e 15 maggio alla Calzoleria a Roma:

https://www.facebook.com/events/155532514624845/?fref=ts

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