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Sono andata ad un incontro con i deputati neoeletti del Movimento Cinque Stelle in Calabria dove il Movimento ha raggiunto la quota, e in alcuni casi l’ha superata, del 50% dei consensi. Ci sono tre aspetti che mi hanno generato delle profonde inquietudini o che almeno mi hanno lasciano molto perplessa: il loro linguaggio, l’indottrinamento di fondo e la pretesa assoluta di essere i migliori. Partiamo dal linguaggio: utilizzano parole che richiamano una sfera prettamente religiosa di rinnovamento. Assomigliano vagamente ai movimenti pauperistici dell’alto Medio Evo con pretese di purezza, distaccamento dal mondo e polarizzazione dello stesso in forze contrapposte e irriducibili. A tratti, nelle parole degli attivisti e dei deputati il linguaggio si fa palingenetico e millenarista. Riecheggiano le parole miracolo, noi e loro, redenzione, missione “Prima il compromesso era mercimonio di poltrone ora stiamo dando occasione di redenzione” “Eravamo bollati come il diavolo” “Il palazzo è brutto, meglio stare in mezzo alla gente”. “Siamo la storia di un popolo che vuole cambiare, che nasce dal miracolo di Grillo e Casaleggio” Il movimento, con atteggiamenti vittimistici, e l’incubo paranoico di essere i perseguitati e i reietti, dice di non avere pretese ideologiche, ma il loro spirito di fondo li fa essere una setta che parte dal basso e si distacca dalla pericolosa casta in alto. Nella direzionalità dei loro ragionamenti non c’è logica o argomentazione, ma indottrinamento. E qui veniamo al punto due: i discorsi si somigliano tutti tra di loro, perché seguono un copione prestampato che fa leva sul bisogno atavico di coinvolgere le passioni becere, di parlare affinché intenda unicamente la pancia. Nella loro pretesa di essere migliori perché comuni poi, e qui veniamo all’ultimo punto, si legge tutto il loro compiacimento per la mediocrità. Non sono migliore perché competente e preparato, ma perché sono come te e quindi implicitamente, sono migliore esattamente come te, e tutti siamo migliori. In un discorso che non premia la meritocrazia ma la “mediocrazia”, s’infonde un senso rassicurante, che ci culla beatamente nella convinzione che siamo tutti migliori solo perché onesti, solo perché “non uguali a loro”. Ma l’apice dello sconforto si raggiunge quando intuisco che è assente la volontà di costruire uno spazio di dibattito, di autocritica e di possibilità di contemplazione della fallibilità umana. È grave il caso recente del giornalista della Stampa Jacopo Iacoboni, da anni tra i più esperti e critici del Movimento 5 Stelle, cui è stato negato l’accesso a #Sum02, un evento in corso ad Ivrea, in provincia di Torino, organizzato dall’Associazione Gianroberto Casaleggio. Il giornalista scrive in un tweet “Se c’era stato solo un problema con l’accredito, come mai, quando ho chiesto gentilmente se lo si poteva con tranquillità risolvere, mi è stato risposto: “Abbiamo l’ordine di non farla entrare”?”

I neoeletti deputati grillini calabresi citano la classifica di Reporter senza frontiere sulla libertà di stampa, che colloca l’Italia al cinquantaduesimo posto in Europa. La mancanza totale di fiducia nei mezzi di comunicazione tradizionali non giustifica minimamente tali atti deliberati di mancanza di rispetto per il diritto di cronaca. Del difficile rapporto con i mezzi di comunicazione tradizionali parla uno dei deputati affermando: “Spesso i mezzi di comunicazione sortiscono l’effetto contrario, quindi ben venga non avere il loro appoggio, e comunque sia non bisognerebbe curarsi del commento dei giornalisti sapientoni e saccenti”. Salvo poi dolersi delle classifiche che, si sa, sono solo in parte lo specchio di una società, che a non voler essere ottimisti, è anche peggio.

di Chiara Ubbriaco, all rights reserved

La forza della mediocrazia ultima modifica: 2018-04-09T07:53:37+00:00 da Redazione

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