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La domenica sera è uno di quei momenti in cui è facile, anzi facilissimo, soggiacere alla malinconia più feroce o ai bilanci esistenziali più dannati. E, tra le 20 e le 23, è sempre un’ardua battaglia tra scegliere se mandare l’sms d’amore di cui presto ti pentirai o chiamare tua zia per farle ripetere che ti vuole ancora bene anche quando tua madre si ostinava a vestirti da patata viterbese alle feste del Carnevale.

Per la malinconia e i bilanci sono già imminenti il pranzo di Natale, il Capodanno e il matrimonio di tuo cugino. Perché resuscitarle anche di domenica?

Domenica sera, nel mio caso, il mio sms non è partito e mia zia non mi ha nemmeno sentita col binocolo.

Io domenica sera credo di essere stata salvata dai ragazzi di Marmo e di Spaghetti Unplugged.

Spaghetti Unplugged è uno spazio aperto per cantare e ascoltare canzoni. E’ una serata in cui tutti, e dico tutti, sì proprio tutti (anche io se non cantassi come una marmotta d’altura) possono avere uno spazio e una possibilità. E’ una serata che ospita chi desidera esibirsi, chi desidera mostrarsi musicalmente e farsi conoscere. In qualunque forma e composizione: chitarre, violini, bassi, batterie, tastiere, singoli e gruppi. In gergo e in sintesi: una serata open mic. Alla fine della serata, poi, una jam session di quelle che vorresti chiedere a Decathlon se ti aprono un secondo per comprarti una tenda e rimanere lì con loro. “Tutta la notte, tutta la notteeeeeee”, dice Calcutta.

E, nonostante la mia malinconia domenicale fosse lì lì per sbucare e i bilanci esistenziali fossero belli pronti nel frigo e sottovuoto tra i mandarini e i sospiri, credo di poter dire che domenica mi sono salvata. Credo, domenica, di essermi innamorata più e più volte. Da Marmo alla serata di Spaghetti Unplugged.

E le storie d’amore e di musica, quelle nate di domenica al posto dell’inquietudine e dell’apatia, forse meritano di essere raccontate.

Mi innamoro almeno una decina di volte, domenica sera, per motivi diversi, in modi diversi, secondo uniche e specifiche forme in cui solo certi amori sanno nascere.

Ognuno con una sua origine e con un suo posto nel mio cuore.

Mi innamoro del barman. Perché del resto come potresti rinnegare profonda devozione a chi può farti tutti i drink che desideri? Lunga vita ai barman!

Mi innamoro dei camerieri. Se mi porti da mangiare, io sono disposta a dedicarti tutta la mia più ossequiosa adorazione. In amore non vince chi fugge, ma chi ti porta a mangiare la pizza bianca con la mortadella. A me rimane molto difficile distinguere tra amore e cibo, ma questo i miei fianchi da Jennifer Laurito lo sanno bene.

Ma soprattutto, vago un po’ per il locale, e mi innamoro di loro.

Mi innamoro di Norberto, detto Bebo, uno dei proprietari del locale. Quando ho detto a mia madre che stavo andando da Marmo, bypassata l’indicazione sul nome che mia madre, nata negli anni ’50, non conosce, arriva l’indicazione geografica: “Bella de mamma, ma do stai a andà co sto freddo?” – “Vicino al Verano, mamma” – “Oddio, ma non è triste?”. Ecco, mamma, no, non è triste. Bebo mi spiega che quel posto una volta era abbandonato, che quel posto una volta fu dimenticato. E la sua famiglia, originaria del quartiere San Lorenzo, non poteva lasciare che la morte vincesse sulla morte. E così, Norberto e alcuni componenti della sua famiglia hanno deciso di riportare vita lì dove di vita ci si ricorda ben poco. E ormai Marmo è una realtà cittadina che ha saputo riconsegnare al quartiere San Lorenzo la bellezza dello stare insieme e la tranquillità di un luogo in cui incontrarsi. Mi innamoro di Bebo soprattutto quando mi saluta perché “devo tornare dai miei figli, che sono in un’età particolare e hanno bisogno di me.” Bebo gestisce lavoro e famiglia e sembra non dimenticare l’importanza di entrambi. Guardo Bebo salutarmi e vorrei dirgli che la sua famiglia è fortunata, come del resto noi ad essere qui, che forse ci sentiamo ben voluti proprio come i suoi figli.

Mi innamoro di Gianmarco Dottori, anche lui padre, ma di Spaghetti Unplugged. Gianmarco è elegante ed educato, ti guarda negli occhi e ti fa sentire che al liceo eravate in classe insieme, anche se è la prima volta che vi incontrate. Ma principalmente Gianmarco ti parla di Spaghetti come mio padre parla dei film di Bud Spencer e come mia madre parla della pasta al forno: quelle cose che sono tue appendici vitali, che vedi e rivedi ogni giorno, che incontri ogni settimana, ma che di fatto costituiscono una profonda estensione di te stesso. Ne parli come fosse sempre la prima volta, come se quella volta vorresti non passasse mai. Gianmarco in realtà è solo uno dei padri di Spaghetti, che invece conta un certo numero di persone, anch’esse madri, padri e fratelli del progetto.

Mi innamoro di Spaghetti Unplugged, come ti innamori del bambino del mare che incontri a 5 anni sulla spiaggia e, da lì e per i prossimi 18 anni, continuerai a portartelo dentro e dietro, perfino dall’analista. A Spaghetti Unplugged chi desidera suonare può iscriversi dalle 19. Mi innamoro di Spaghetti perché dà valore all’ignoto, allo sconosciuto, dà valore a ciò che altri potrebbero non aver considerato e che qui, invece, ha un posto e una possibilità. Spaghetti Unplugged ti fa sentire che qui si avvera quello che in fondo tutti avremmo voluto che si avverasse per noi stessi: qualcuno che ci riconoscesse e ci desse un posto nel mondo.

Mi innamoro di Bove degli Otto Ohm che stasera è qui perché qui ritrova gli amici di sempre. Come lui questa sera, il palco di Spaghetti Unplugged ha infatti visto passare Tommaso Paradiso, Noemi, Paola Turci, Tosca, Motta, Joe Victor, Galeffi e tanti altri.

Ma in fondo a tutto e più di ogni altra cosa, mi innamoro di loro, dei ragazzi che salgono sul palco e suonano.

E allora mi innamoro di Gioele Manè, Ribuoli Ltd, Anonimi, Niki La Rosa, Ivan Di Vito, Dan, Cristina Cecilia, Buzzy Lao, Michele De Vincenti, gli Audience, Elleppì, Danilo Ruggero, Andrea Rossetti, Andrea di Donna, The Mother, Andrea Ruffini and Friends, Sant’Andrea. Scopro che a occhio e croce nella mia generazione andava evidentemente molto di moda il nome proprio maschile Andrea. Per ognuno di loro vorrei scrivere qualcosa, ma rischierei di non essere equa e, in contrasto all’etica della serata, darei spazio a qualcuno piuttosto che a qualcun altro, venendo meno al criterio democratico di visibilità che invece intendo rispettare. Ma giuro che per ognuno vorrei dire ció che meritano. Perché io, di ognuno di loro, mi porto dentro una nota e un sentimento. E per ognuno, o per tutti, io vorrei dire che meritano molto di più dei minuti trascorsi sul palco e pregherei chi legge questo pezzo, di cercarli sui social o su internet, perché grazie a loro continuo ad innamorarmi. Mi innamoro di agitazione e aspettativa che vedo nelle loro mani. Mi innamoro degli sguardi tra musicisti: che si incrociano e si cercano per accordarsi, per armonizzarsi, per ricordare a noi umani che è nel sintonizzarsi reciproco che avvengono le cose belle. Mi innamoro della concentrazione, quella che mettono prima dei loro minuti più importanti. Mi innamoro del loro cercare nella folla lo sguardo dei loro affetti che sono venuti a sentirli. Mi innamoro della timidezza dei loro occhi, dell’intimità di ciò che cantano, della spavalderia delle loro passioni. Mi innamoro dell’odore di rinunce a cui la musica ti obbliga: rinunce di lavoro, amore e famiglia. Per essere qui in nome della musica.

La serata termina con il mio innamoramento per la jam session finale in cui nuovamente tutti e tutti si fiondano sul palco, a provare, a cantare, a suonare, random con chi capita, con la canzone che viene sul momento. Sale alla batteria anche Guglielmo Senatore e io allora dico ciao alle mie occhiaie: stasera a casa non ci voglio tornare. La jam session è uno di quei momenti che alla fine delle feste rendono la festa ancora più bella. Tutti si guardano, si alternano e si sorridono agli strumenti e al microfono.

E’ tardi, la notte è ormai nel pieno delle sue funzioni e tutti, stanchi, ma in fondo terribilmente contenti, ci dirigiamo alle porte del locale.

Varco il cancello di Marmo e mi guardo indietro, le luci di spengono.

Slego la catena al mio motorino, accendo il motore e vado via.

Mentre guido, al freddo e con in testa tutti loro, ripenso a quando a metà serata il mio cellulare ha deciso di abbandonarmi e, nel tentativo di fissare gli appunti nella mia mente, sono dovuta tornare a cercare in borsa un pezzo di carta e la mia penna: un cellulare spento e carta e penna che ti salvano. Ed è lì, con i pensieri al vento e nel silenzio della notte, che ho ripensato a tutto ciò che nella vita ti salva, a tutto ciò che nella vita di più conta.

Che con alcune persone o in certi posti non ti senti mai solo.

Che lì dove c’è famiglia e innovazione senti che c’è qualcosa di buono, senti che qualcosa è ancora possibile.

Che lì dove qualcuno dà speranza al futuro, vuol dire che c’è un mondo che può ancora salvarsi.

Che l’amore per le cose che amiamo è ció che rende ragione a tutti i perchè della nostra vita.

Che quando stai per morire c’è sempre qualcosa che puó riportarti in vita.

Che fama e professionismo non sempre vanno insieme, che le cose di qualità sono soprattutto in mezzo a noi e colgono solo l’occasione di essere raccolte.

 

Domenica prossima, si festeggeranno contemporaneamente i 3 anni di Marmo e le 100 puntate di Spaghetti Unplugged. Stesso posto, stessa formula, ma con l’annuncio che ci sarà anche Frankie Hi-Nrg.

E io, prima del Natale, delle domande sul mio futuro, dei perché che mi porranno i miei parenti, credo proprio di esserci.

Perché forse non mi abbandono alla malinconia domenicale.

E perché, in fondo, di rinnamorarsi c’è sempre bisogno.

(E dico a voi gruppi, se mi sono dimenticata di qualcuno o se ho scritto male il vostro nome, scrivetemi in privato, insultatemi e ditemelo. Che io vi aggiungerò o correggerò.

Perchè nella vita nessuno merita di essere dimenticato.

Men che meno, coloro di cui ci si innamora.)

di Cara Futura Rigby, all rights reserved

La Domenica di Spaghetti Unplugged ultima modifica: 2017-12-05T12:35:47+00:00 da Cara Futura Rigby
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A proposito dell'autore

Con un nome ispirato a una canzone dei Beatles, nell’83 entra a far parte della popolazione mondiale.
Compare nella copertina di un CD di Michele Zarrillo. Aveva 8 anni però non fu lei a decidere. Tuttavia, questo la fa sentire come il bambino di Nevermind e per questo racconta a tutti di essere entrata a pieno titolo nello star system mondiale.
Per millantare un’adolescenza fervente e attiva, sostiene di aver vinto un torneo femminile di ping-pong in un villaggio Valtur, omettendo arditamente che le partecipanti furono soltanto due.
Il suo reddito annuo equivale a un quarto d’ora di ospitata a “Chi l’ha visto?”. Il suo assegno di ricerca riporta una quota annuale comparabile al valore di una Panda dell’89 uniproprietario, non incidentata.
Si commuove con la frequenza oraria di un furto a Città del Messico.
Si nutre di gelato, pizza e Pennac.
A seconda dei periodi, la sua composizione chimica oscilla nel valori di cellulite, ansia e Japanese Ice Tea. Vorrebbe iscriversi in palestra, ma preferisce suonare la batteria e cucire a macchina. E infatti la M di Zara le entra a giorni alterni.
Acquista bracciali solo se suonano mentre sbattono e orecchini che si muovono al vento.
Il suo sintomo principale è salire sugli autobus dimenticando di controllare il numero.
Non rischierà di vincere un Nobel.
Dice di sé di essere carina quando indossa il blu e quando indossa l’odore del mare.
Abbonda di virgole e punti di sospensione.
Scarseggia nel porre fine ai discorsi.

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