La dittatura della minoranza

di Demetrio Scopelliti

La dittatura della minoranza

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La dittatura della minoranza

di Demetrio Scopelliti
4 minuti di lettura

Matteo Salvini è passato da essere un’azionista di minoranza, a tenere in mano le sorti di questo governo. Si è conquistato la fiducia del Paese giocando a fare la campagna elettorale da quando è diventato Ministro poco più di un anno fa. Ha risvegliato i più reconditi istinti conservatori e ha riportato al voto maniche di pericolosi reazionari. Non è un campione di retorica, anzi lascia molto a desiderare: non si perde in sofismi, e fa a pugni con la logica aristotelica. Ma fa effetto, dà risposte semplici a problemi che in realtà sono complessi. Semplifica la realtà riducendola a “me o contro di me”. Utilizza simboli inseriti a casaccio e ripete frasi che ricordano tua nonna: come quando ha ringraziato Dio per la salute piuttosto che per il miracolo elettorale dello scorso 26 Maggio.

Si è accaparrato la simpatia dell’estrema destra e anche quella del mondo cattolico; ma non proprio di tutto, sicuramente non dell’associazionismo, piuttosto ha conquistato la vecchietta che va a messa ma poco capisce del messaggio del Vangelo, l’alta borghesia che la domenica si ritrova in parrocchia per spettegolare, ha conquistato l’ala più conservatrice, attratta dalle posizioni su droghe e famiglia tradizionale. Probabilmente, un’altra parte del mondo cattolico non si è lasciata imbambolare da un rosario brandito e agitato con parole prive di senso. Trasmette messaggi banali, ma semplici e soprattutto è immediato e parla una lingua comprensibile a tutti: non si limita a dire quello che gli italiani vorrebbero sentirsi dire, ma lo dice in maniera irresistibile.

E poi continua a trasmettere sicurezza: la prova? Le zone in cui ha fatto il pieno di voti, le periferie; va male nei centri storici e nelle metropoli, fa benissimo nelle aree rurali o dell’hinterland dove la presenza dello Stato è avvertita di meno, dove mancano i presìdi, e c’è un disperato bisogno di sicurezza e lavoro. E chi pensa che si tratti del solito voto di protesta si sbaglia: perchè la Lega è il partito con una rappresentanza in Parlamento più vecchio che esista. Era partito da un risicato 17% e ha raddoppiato il risultato, ha messo agli angoli gli alleati ha isolato l’area più a sinistra degli alleati a 5 stelle, avrebbe tutte le ragioni di questo mondo per tornare al voto, ma farlo adesso significherebbe mettersi allo scoperto, provare che la rottura è stata fatta ad arte per andare alle urne.

Ci sono stati scontri pesantissimi, e Conte ha addirittura parlato alla Nazione. Zingaretti ha osato dire che”avrebbe dovuto riferire in Parlamento”. Verissimo. Se non fosse che Conte in Parlamento non ha interlocutori diretti, ma la sua leadership è filtrata dalla linea politica dettata dai due Vice Premier. E solo parlando alla Nazione avrebbe ottenuto il risultato sperato: far capire ai suoi che stavolta l’hanno fatta grossa, che lui è un professore e poco ci mette a tornare in aula per l’ultimo appello di Diritto Privato.

Il messaggio sembrava essere recepito, fino al vertice a tre nella tarda serata di lunedì. Poi di nuovo l’intesa sullo Sblocca-Cantieri, decidendo quali punti del Codice degli Appalti andranno sospesi. Il peso politico di Giuseppe Conte si vedrà adesso che la Commissione Europea ha annunciato che verrà aperta una procedura d’infrazione contro l’Italia per aver violato il patto di stabilità e crescita. Al contrario dei suoi Vice, il professore è fortemente europeista e aveva già accennato che non sarebbe andato allo scontro con l’Europa. Nel frattempo la risposta è che l’Europa si sbaglia e che le stime vedono il deficit troppo alto.

Salvini però non ci fa molto caso e continua imperterrito la sua campagna elettorale, perchè domenica ci sono i ballottaggi in tanti piccoli centri del Nord e il segretario non può saltare neanche un appuntamento. Dei suoi compiti istituzionali neanche l’ombra se non qualche sporadica inaugurazione: si presenta alla parata del 2 Giugno, ma tutto sembra essere contro di lui; Fico dedica il 2 Giugno a rom e migranti e non considerare questa uscita una chiara frecciatina sarebbe imperdonabile; il tema della parata è l’inclusione; Mattarella afferma che chi fomenta l’odio è nemico della democrazia e della Repubblica. Sembra che “tutto eccetto che la vostra personale cortesia” fosse contro Salvini.

Ma nelle continue critiche, nell’atteggiamento snob di una certa sinistra radical chic che liquida il fenomeno Matteo ad un becero ignorante, nell’astio che una parte di paese nutre nei suoi confronti, c’è tutta la forza dei suoi sostenitori. Quella sindrome che spinge il popolo a difendere il suo capitano. E mentre Salvini diventa il leader di un governo in cui è ancora sulla carta componente minoritario, l’ala berlusconiana del Centro Destra affonda, mentre la Meloni fa il grande salto in avanti agguantando un risultato importante. Il PD invece gioisce di uno stentato 22% ma continua a soffrire di un pericoloso deficit comunicativo perdendo voti dove il M5S consolida i consensi e dove la Lega guadagna elettori: l’elettorato medio basso costituito da impiegati, operai e insegnanti. Nelle mani della Lega passa la decisione se proseguire l’esperienza di governo o farla terminare prima dell’estate.

Non oltre per favore: ve li immaginate i seggi elettorali sotto l’ombrellone?

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