La deriva social della politica italiana: politici o influencer?

di Cecilia Bonacini

La deriva social della politica italiana: politici o influencer?

di Cecilia Bonacini

La deriva social della politica italiana: politici o influencer?

di Cecilia Bonacini
5 minuti di lettura

Nel pieno dell’era del digitale, anche la politica in Italia si è adattata alle nuove dinamiche ed il baricentro della comunicazione politica si è letteralmente spostato sui social networks.

Ogni giorno parlamentari, giornalisti e altri attori del circuito politico- opinione pubblica compresa- diffondono le loro opinioni via tweet, condividendo foto e video su Facebook e Instagram, o comunque pubblicando post che sollevano questioni a loro care e convenienti. Il tutto ai fini di accendere un dibattito attorno ad esse e per distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi più o meno seri della vita del paese.

Scorrendo una qualsiasi homepage si trova un po’ di tutto. Si spazia dai post pro o contro l’accoglienza, ai fatti di cronaca nera, dalle campagne mediatiche per raccogliere consensi (attorno a politiche spesso discutibili) fino ad arrivare a foto di cibi e bevande varie. Si può assistere ad una serie di dirette sulle principali piattaforme, che consentono agli interessati di seguire gli snodi fondamentali della vita istituzionale del paese – come per esempio gli incontri dei leaders con i cittadini – e agli stessi politici e politicanti di esprimersi liberamente ed animatamente sulle posizioni prese su certi issues, su eventuali proposte politiche e obiettivi di riforma.

Tema ricorrente è quello delle critiche ad altri attori, offese comprese: è una “nuova formula” per fare opposizione fuori dalle aule ed in questo modo lo si fa sapere proprio a tutti. Purtroppo, in buona parte dei casi, si tratta di scenette mal recitate. Volendo fare un esempio, si possono portare all’attenzione i video che un certo senatore usa pubblicare, con tanto di sottotitoli, per spiegare ai followers quanto male stia andando l’attuale governo e relativi danni su economia e gente comune.

Quello che colpisce non è tanto il livello “qualitativo” di questa modalità di informazione quanto la frequenza delle condivisioni e la velocità con cui viene manipolata l’opinione pubblica. In brevissimo tempo, tramite questi mezzi di comunicazione, le notizie riescono a mobilitare larga parte del pubblico che si cimenta quindi in accesi dibattiti, e di frequente finiscono per essere coinvolte numerose figure di spicco della politica nazionale. Molti sono gli esempi di botta e risposta al vetriolo tra esponenti di forze politiche opposte o tra questi ed altri personaggi. Per esempio, in questi giorni, il web si è scatenato per il simpatico caso Twitter del “Do you want applause?” di Alessandra Mussolini rivolto all’attore Jim Carrey.

La risposta della Mussolini su Twitter a Jim Carrey e Evan O’Connell

Ironia a parte, un altro aspetto da non sottovalutare è proprio la risposta del pubblico ed infatti, analizzando dall’esterno il fenomeno, si rilevano alcuni dati molto interessanti. In primo luogo è degna di nota la mole di likes e condivisioni (di dimensioni macroscopiche) generata da questi meccanismi volti a coinvolgere il maggior numero possibile di utenti. Il che ha anche reso praticamente necessaria per molti dei politici e per le istituzioni in generale l’introduzione di una figura ad hoc che segua appunto le pagine social. Sono i famosi social media manager, che studiano e mettono in pratica vere e proprie strategie di marketing – spesso ad alto impatto e provocatorie – il cui successo influisce effettivamente sulla costruzione del consenso e sul suo mantenimento. Sia chiaro che  a volte le soluzioni trovate sono un tantino forti, ma oggettivamente geniali.

Da un punto di vista puramente politico ci troviamo di fronte a dei mezzi straordinari che consentono di ampliare nettamente il bacino di utenti e di creare una sorta di rapporto stabile con questi. È la politica che si rende accessibile e conoscibile a tutti, e il tutto in tempo reale. Forse uno dei maggiori risultati di questo governo è l’aver riportato la politica al centro dell’attenzione, l’ha fatta tornare di moda e sta rendendo partecipe anche quella fetta di popolazione che frequenta più o meno assiduamente le reti social (compresi i meno attenti e sensibili), in un dibattito pubblico continuo.

Si è creato un meccanismo per cui si deve continuamente rendere conto al “pubblico da casa” dei risultati conseguiti e di come procedono alcune battaglie. Al fine di catturarne l’attenzione, si è modificato il linguaggio utilizzato: c’è stata una notevole transizione nelle parole impiegate negli slogan, ora più dure e dirette, più semplici e comprensibili e, di conseguenza, sono mutate anche le immagini evocate nei vari discorsi, dall’apporto comunicativo di enorme impatto. Forse questi cambiamenti sono imputabili al forte contributo del modello comunicativo di Salvini, al quale gli altri attori si sono dovuti adattare per rispondere al suo successo.

Immagini pubblicate da Chiara Ferragni e Matteo Salvini sui propri social

Tuttavia, questo sistema di comunicazione politica e di diffusione di notizie e idee si potrebbe rivelare un’arma a doppio taglio. Da un lato, rappresenta un grande esempio di democratizzazione della politica e di sofisticazione delle campagne mediatiche, ma dall’altro fa sorgere alcuni ordini di problemi. In primis si nota un generale abbassamento qualitativo  di quanto detto o riportato, causato dall’apertura al vasto bacino degli utenti dei social, di diversa estrazione sociale e con un diverso bagaglio culturale. In secondo luogo, c’è il tema spinoso della degradazione del ruolo dei politici stessi.

È giusto pensare di aggregare il popolo attorno ad un hashtag piuttosto che a determinati valori e idee? È giusto che un Ministro dal suo profilo ufficiale faccia passare certi messaggi, utilizzando un certo linguaggio, certe immagini, certe strategie? Mi chiedo se in futuro si potrà avere consenso, ispirare, senza scendere a compromessi con la propria figura istituzionale.

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