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C’è una necessità ancestrale di entrare dentro le vite degli altri. Una ricerca profonda per capire meglio la scrittura, e il quadro socio-culturale di chi ha reso grande la letteratura, non solo attraverso le proprie opere, ma con la propria storia personale.

Le biografie servono a questo. Tracciare un profilo intimo dentro la quotidianità di grandi uomini. Natalia Ginzburg è una di loro.

Sandra Petrignani in “La Corsara” ci riesce benissimo. Racconta della vita di Natalia Ginzburg con precisione e coinvolgimento riuscendo, però, “a spegnere i riflettori al momento giusto”.  

“Ma non è mica semplice scrivere una biografia”, sono le parole di Natalia Ginzburg, riportate nel libro La corsara, preoccupata dall’annuncio di una fantomatica biografia di Leone Ginzburg che la casa editrice Einaudi ha intenzione di pubblicare.

Allora, chiedo a lei che dentro questa vita ci è entrata in modo viscerale e pure molto neutrale. Non è mica semplice scrivere una biografia? E come cambia la scrittura e la lettura dopo un lavoro così certosino ed emotivamente assorbente dentro la vita di una scrittrice che è anche il simbolo di una certa letteratura?

Risposta. Ha ragione la Ginzburg. Scrivere una biografia onesta e insieme rispettosa è molto difficile. Bisogna mettere in campo le qualità dello storico, la sensibilità dello psicologo, le doti creative dello scrittore. E poi ci sono forme diverse di biografie: quelle accademiche con apparati di note quasi più corpose del testo. Quelle più personali, come la mia. Quando scrivo di “vite che non sono la mia” scrivo in realtà sempre della mia ricerca di altre vite. E dunque viene fuori una narrazione bizzarra in cui io ci sono e non ci sono. La definisco una scrittura borderline.

Quest’anno nella cinquina di finalisti per l’assegnazione del Premio Strega, c’erano due biografie. La ragazza con la Leica di Helena Janeczek sulla vita di Gerda Taro, la prima fotoreporter morta su un campo di battaglia a 26 anni, e il suo libro La corsara, un ritratto meraviglioso della vita e della scrittura di Natalia Ginzburg. Crede si senta il bisogno di tornare a parlare di storie feroci ma piene di ideali e integrità, rispetto a un mondo che sembra così debole e vacuo? Quanto è importante guardare al passato per migliorare il presente?

Risposta. Guardare al passato è sempre importante. Non dimenticare. Sapere da dove veniamo. Riflettere sui comportamenti di altre generazioni, che ci hanno preceduto, verso la Storia. Siamo molto colpevoli quando dimentichiamo. E’ fondamentale per il futuro la consapevolezza del passato.

Nel libro c’è un fortissimo richiamo al senso etico della politica, e al desiderio di giustizia per cui si sono immolati certi uomini. La visione di Leone Ginzburg racconta una politica coscienziosa e non ideologica, una politica che dovrebbe rieducare gli individui non le masse. Allora penso a questa politica che è pura ideologia senza nessuna coscienza, e a questo meccanismo misero di volere il consenso dalle masse non considerando gli individui. E mi chiedo se l’assenza di uomini come Leone Ginzburg, Adriano Olivetti, Giulio Einaudi (riporto solo alcuni citati nel libro) abbia dato spazio a quest’ideologia incosciente e miserabile, oppure è un problema sociale che prescinde dall’assenza di personaggi di una certa caratura morale?

Quella generazione credeva nella Cultura con la C maiuscola. Credeva nell’integrità dell’individuo, nell’onestà. Essere colti significava di per sé essere giusti. E’ un’utopia, certo. Ma ci dà la misura della grandezza del pensiero che circolava. Non si può paragonare quel periodo storico col nostro. Sono tempi semplicemente imparagonabili. Ma non bisogna coltivare la nostalgia. Bisogna comunque “essere assolutamente moderni”, fare i conti con il proprio tempo studiando a fondo il passato. Per non ripetere errori già visti, già fatti.

Nel ritratto di Natalia Ginzburg si evince una femminilità non femminile, una mascolinità esposta che sembra dover giustificare il genere della donna, che viene definita dalla stessa Natalia “una stirpe disgraziata e infelice che deve difendersi con le unghie e con i denti dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto”.

È una concezione ormai superata, o lei crede sia ancora una condizione esistente, nonostante un’apparente uguaglianza e libertà di genere, nel campo artistico?

Risposta. Io non credo che quella femminile sia una “stirpe disgraziata e infelice”. Non oggi almeno. Ma non bisogna abbassare la guardia e si deve combattere la discriminazione sempre, dovunque si annidi. Perché è sempre bella annidata, e nemmeno tanto nell’ombra, anche oggi.

Nel libro Natalia ci appare forte e solida. Una donna alla ricerca continua di verità. Eppure, secondo molti, nei suoi scritti c’è sempre qualcosa di taciuto. Un dolore quasi velato intenzionalmente. Un raccontarsi in modo mai esplicito e sfacciato. Sempre sussurrato, e delicato. Quanto è stato difficile entrare nella donna Natalia, e nella sua scrittura nonostante il suo voler tacere, delle volte, se stessa?

Risposta. Credo che sia sempre difficile entrare nella vita segreta delle persone, persino in quella degli scrittori che pure dicono tanto di sé nei loro libri, persino quando scrivono in terza persona e si mascherano dietro personaggi inventati. Lo scrittore non può attingere che dalla sua vera vita, dalla sua esperienza diretta o mediata. A saper guardare fra le righe gli scrittori sono “libri aperti”, come si dice. E alla fine Natalia Ginzburg è diventata abbastanza un “libro aperto” per me. Se ho taciuto qualcosa di lei, non è perché non la so o non l’ho capita, ma perché – come lei stessa indicava – ho trovato più onesto “spegnere i riflettori al momento giusto”.

La mia ultima domanda è personale, e riguarda la scrittura.  Natalia Ginzburg in Il mio mestiere ha scritto: “La sofferenza rende la fantasia debole e pigra”, “c’è un pericolo nel dolore così come c’è un pericolo nella felicità, riguardo alle cose che scriviamo”. Eppure le cose più belle che scriviamo sono proprio il frutto di un dolore feroce, e di una grande felicità. Qual è il suo punto di vista al riguardo? Quanto bisogna distaccarsi dal proprio dolore per scrivere? E quanto bisogna, invece, usarlo per rendere la nostra scrittura più vera?

Risposta. Credo che non ci sia una regola. Ognuno fa i suoi conti col dolore e la felicità. Però sono piuttosto d’accordo con Natalia: niente di buono viene fuori dallo sfogo diretto o dalla traduzione immediata di uno stato di felicità. In letteratura quello che conta non è il trasporre, ma l’elaborare. Senza un’elaborazione originale e nel migliore dei casi geniale di quel che ci capita, non c’è scrittura che valga qualcosa.

 

di Natalina Rossi, all rights reserved

“La corsara” il racconto di una vita intera. Intervista a Sandra Petrignani ultima modifica: 2018-10-16T17:54:30+00:00 da Natalina Rossi

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