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Tre settimane di spettacoli, residenze e laboratori: performance innovative dal teatro mondiale

Venezia per gli amici cinefili significa Festival del Cinema, e The Freak sta per prendere il vaporetto per Lido per raccontarvelo. Ma non tutti sanno che poche settimane prima si susseguono incontri di Musica e Danza, ma soprattutto, accanto alla Mostra d’Architettura, se si visita la laguna tra fine luglio ed inizio agosto, c’è l’opportunità di assistere ad anteprime italiane di spettacoli teatrali e alle performance artistiche mondiali più innovative, all’interno de “La Biennale di Teatro”.

Giunta alla sua 44esima edizione e da sette anni magistralmente guidata dal regista catalano Àlex Rigola – che con questa edizione conclude la sua esperienza come direttore artistico, il Festival Internazionale del Teatro coniuga il festival al college e porta oltre 300 giovani artisti internazionali a confrontarsi con grandi maestri del teatro contemporaneo, attraverso laboratori e residenze che convergono in esperienze sceniche di alto livello, dove i grandi artisti condividono con le nuove generazioni la loro arte nelle forme articolate e di pura invenzione che chiamano in causa diverse discipline. unnamed (2)

Quest’anno si è vista in scena l’arte circense con la compagnia Baro d’Evel Cirk, mentre Stefan Kaegi ha coinvolto dagli architetti ai giornalisti per il suo workshop sui cantieri, spesso incompleti, modelli della nostra società: un tour irriverente nelle Sale Apollinee del teatro La Fenice che ha coinvolto attivamente gli spettatori dell’open doors tra balli cinesi e trasporti di travi.

La meravigliosa regista brasiliana Christiane Jatahy ha sperimentato di nuovo il mix di rappresentazione teatrale e cinematografica nel libero adattamento de Le Tre Sorelle di Cechov in “E se elas fossem para Moscou?” con tre attrici che val la pena menzionare: Isabel Teixeira, Julia Bernat e Stella Rabello, che mostravano i loro tormenti e desideri all’occhio (in)discreto del cameraman mentre in scena si mescolava la loro public persona alla lotta che emergeva tra cambiamento, utopia e accettazione di quel che è – un documento politico sul mondo contemporaneo, che entra in contrasto con la visione di Angélica Liddell: “l’arte è un momento di epifania personale; il teatro non è politico, non dobbiamo cambiare le coscienze” afferma la performer radicale spagnola, che attraverso i suoi lavori fa però riflettere. Già Leone d’Argento nel 2013, la Liddell quest’anno nella sua residenza sul “Decameron” ha affrontato il sacrificio femminino, in immagini forti, da uno stuolo di topi morti che raccontavano l’odore della peste, alla celebrazione di una santa messa che rievoca parole così vere anche nell’essere donna oggi: “A che cosa mi serve essere libera se nessuno è capace di amare la mia libertà? Nessuno ha bisogno della mia libertà”. Pinocchio

Donne guerriere assediate in un albergo invece quelle della compagnia Motus, in una riscrittura tutta al femminile – ad opera di Magdalena Barile e Luca Scarlini, di Splendid di Jean Genet: il teatro è anche donna, e lo è sempre più, ma i testi dove spiccano figure femminili scarseggiano, così, per rompere gli schemi ancestrali e raccontare identità che non necessitano di una caratterizzazione di genere, si stravolge in questa residenza il cast e ad imbragare i kalashnikov diventano otto donne sovversive che sulle note di “I want you but I don’t need you” mostrano la prima fase di queste “Raf-Fiche” dal sapore pulp.

Altra donna forte del teatro contemporaneo è la statunitense Anne Bogart, che nel suo open doors ha lasciato agli attori la decisione di fare scelte, nell’indagare la relazione speciale che c’è nella distanza tra le persone: immagini poetiche sono emerse tra queste relazioni attraverso i metodi Viewpoints (per il movimento e improvvisazione vocale) e Composition (per l’allestimento scenico), in un lavoro influenzato dal lavoro del compositore/ filosofo John Cage.

E a John Cage si rifà anche Jan Klata, il regista polacco direttore del National Stary Theatre di Cracovia, che porta in scena un “Kròl Lear” ambientato nei meandri bui del Vaticano tra musica pop e critica politica, Shakespeare contestualizzato nella visione della Polonia di oggi – mentre il laboratorio “Cinquanta Sfumature di Martirio” rievocava figure sconosciute ai più come Ryszard Siwiec, martire per la sua terra tra le fiamme dorate nel nero della musica diabolica che tormentava chi assisteva al delirio.

Un rincorrersi di anime nere tra i tanti volti dell’Amleto nell’open doors di Oskaras Koršunovas, mentre Frabrice Murgia, Leone d’Argento 2014, racconta il 1984 tra volti e immagini e sogni e nella prima italiana di “Le Chagrin des Ogres” ci presenta storie di giovani persi tra solitudine, vita e morte in una favola nera dove le paure seppelliscono i sogni di una generazione che arranca in un’adolescenza che marcisce di sangue putrido. unnamed (1)

Consegnati infine anche i premi simbolo della Biennale di Teatro:

Leone d’Oro al regista inglese Declan Donnellan per aver messo gli attori al centro del suo lavoro ed aver avvicinato ai classici un pubblico contemporaneo, mettendo in scena le opere di Shakespeare probabilmente come lo avrebbe fatto lui: e ne abbiamo avuto un’idea dall’open doors su “Macbeth”, in cui lo spazio prendeva il sopravvento ed il testo era in mezzo al pubblico, negli occhi rossi e le mani nere dei giovani attori.

Leone d’Argento ai Babilonia Teatri perché fanno del loro teatro uno strumento di inclusione sociale, un vero e proprio teatro sociale d’arte: hanno portato in scena con Gli Amici di Luca un “Pinocchio” che vive e si risveglia dal coma attraverso le storie di tre uomini, non-attori e pinocchi contemporanei che a suon di “Vita Spericolata” di Vasco e attraverso uno stile da intervista tv, tramutano il racconto in richiamo profondo all’umanità, mentre con gli Zero Favolel’open doors dedicato al “Purgatorio” si staglia in un’ombra definita su sfondo rosso tra confessioni e immagini poetiche.

Infine, ci sono stati gli incontri pomeridiani al Teatro Piccolo Arsenale condotti da Andrea Porcheddu che man mano vedeva sfilare, intervistati da lui, i tanti artisti presenti, sin dal primo giorno: Toni Servillo, Martin Crimp, Pascal Rambert, Roger Bernat, Yan Duyvendak, Anna Pérez Pagès, Simon Stephens, Romeo Castellucci, Willem Dafoe, Mark Ravenhill, Eva-Maria Voigtländer, oltre quelli già menzionati.

In attesa del 2017 – con il nuovo direttore appena nominato, il registra italiano Antonio Latella – della Biennale resta tutto questo e altro ancora: un confronto aperto e vivo con il teatro contemporaneo, gli scambi di punti di vista tra uno spettacolo e l’altro ammirando il tramonto nella splendida cornice dell’Arsenale, gli spritz in via Garibaldi prima e dopo e fino a notte fonda, il riconoscersi per strada con al collo il badge rosso in un mix di lingue e culture, di orientamenti politici e sessuali, in una libertà che evade dagli schemi comuni sociali e si fa arte.

“We are not born to be empathetic or to love, so we need to learn, to make a voyage, a journey to understand how it is different from me”. Declan Donnellan, Leone d’Oro 2016.

LA BIENNALE DI TEATRO A VENEZIA, PRODROMO AL FESTIVAL ultima modifica: 2016-09-01T10:56:09+00:00 da Alessandra Carrillo
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