La banchina gialla. I monologhi della banchina

di Redazione The Freak

La banchina gialla. I monologhi della banchina

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La banchina gialla. I monologhi della banchina

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5 minuti di lettura

80. In attesa. Non da sola. C’è gente. Aspetto. Anche loro. Insieme in questi frammenti di quotidiano tedio. 80. 10 minuti. 15 minuti. Atacmobile. Nessun autobus. Rimettere le speranze nella tasca. Devi attendere. Pensare. Non nutri il desiderio di farlo. Inevitabile. La mente non si spegne con il tasto destro sopra il bordo dell’Iphone. Respira. Paolo. Devo chiamare Paolo. Oggi, no. Domani. Domani devo chiamare Paolo. Parlare. Si, ecco, giusto, parlare. Dobbiamo parlare. Da quanto tempo non parliamo. Respira di nuovo, a fondo. Devo chiamare Paolo, perché l’ultima volta ho taciuto. Ho girato il culo nella migliore delle interpretazioni frustrate di film melò e non ho detto niente. Parlare. Ho archiviato ogni argomentazione utile, nell’intento di soffocare ogni emozione possibile. Ho chiuso le sinapsi in virtù di ogni impulso cardiaco. 80, ancora niente. Stabilizzare ricordi. Pazienza. Quella roba che non mi è mai appartenuta. Pensare, di nuovo. Devo chiamare Paolo e accendere il megafono del cuore. La difficoltà di sfiorare un’esistenza più o meno accettabile, di condividere patos e caffè d’orzo nelle quotidiane scansioni di un tavolo per due. Abbandonare il trinomio inquietudine, solitudine, abitudine e deporre l’ascia di guerra. Ho provato. Il terreno era duro, l’ascia troppo pesante, la mia anima troppo ferita e lui troppo normale. Perfetto. No normale. No perfetto. Di una perfezione di cui si può solo aver paura. Di una normalità che sbatte feroce di fronte a tutti i tuoi castelli di rabbia. Della capacità del lasciarsi andare e non perdere pezzi. Devo chiamare Paolo. Devo chiedergli scusa per tutta quella normalità che ho vomitato. Di tutta quella sostanza gassosa che mi ha toccata, penetrata, invaso i circuiti sotto epidermici. Di quella roba che il sol pronunciare il nome mi fa sudare freddo. Mi mordo le labbra. Forte. 80. Sono trascorsi secoli. Attesa. Finire di respirare. Sono in piena apnea. Devo chiamare Paolo. Devo farlo. Incamera coraggio e tieni dietro la porta il tuo orgoglio del cazzo. Recupera tutto il buono e il saggio che ostinatamente hai chiuso nella cantina della tua polverosa anima. Accarezza l’idea che il giro di vite nella diversità più sazia non porta ai complimenti per la trasmissione. Incamera ossigeno, aria pulita, comportati come si deve e il premio, da promesso, ti sarà consegnato. Fottitene. Sul serio. Senza indugio. Non è la volta sbagliata. Anche tu sei stata scelta per contemplare anche solo per una manciata di attimi il concetto di amore. Basta a distruggerti le labbra, l’hai detto. Sì, esattamente, quella parola lì. L’hai pensata. Ecco appunto, l’hai solo pensata. Quindi non esiste. Se non è la tua voce di sangue e sigarette che la esterna oltre il tuo naso, quella cosa li non esiste. L’amore non esiste, non per me. Ma l’hai detto. Dentro di te, l’hai detto. Fattene una ragione, ci sei anche tu dentro. E Paolo con te. Paolo. Devo chiamare Paolo. Devo scusarmi, sì di nuovo. Devo dirgli grazie. Grazie, di quella normalità . Grazie di quella specialità . Della sua semplicità , dei suoi occhi come lenti fisse sulla mia esile figura. Lenti puntate a fondo. Oltre la corazza. Oltre le mie ossa. Proprio lì, dove scorrono fragilità e oblio. Dove ho messo forti catene a tutto ciò che potesse ferirmi. Ho bloccato particelle di vita buona. Ho chiuso i miei centimetri di carne in una campana di cemento. Devo chiamare Paolo. Devo dirgli che voglio andare a cena con lui, che voglio andare in quel posto carino, in quella piazzetta a Monti. Devo dirgli che non mi ricordo mai quel vino che quel giorno scelse per noi. Dio, perché non me lo ricordo. 80. Inutile starci dietro. Devo chiamare Paolo per dargli un bacio sulla fronte e uno sulla sua pazienza. Quello che io non ho. Quella che lui ha applicato a tutte le mie distanze. Quella che l’ha portato a dormire accanto a me, come se fosse il premio dopo una lunga guerra. Perché ci ostiniamo ad alzare la coppa di tutti i nostri dubbi, frustrazioni, distacchi, ancora loro, dolori, disillusioni, ferite non cucite, incubi, diversità portate con estremo vanto, per di evitare di precipitare ancora, e ancora. Quanto è vana la costante di mettere tutti gli altri, tutto il resto delle umane genti al di là della tua personale linea di confine e sentirti vincente, perché hai superato la prova che ti vede immune, o quasi, ai calcio in culo. Devo chiamare Paolo perché lui aveva compreso tutto quello che non ho mai dato al prossimo, e che ho sempre desiderato farlo. Il terrore di essere messa all’angolino dal primo stupratore occasionale di emozioni. Da quella pratica usa e getta che ci fa ergere muri di indifferenza e creare mondi in cui il solo superstite è la sottoscritta. Devo chiamare Paolo, per correre da lui, per urlargli che adesso sono pronta. Sì, in questo momento sono pronta. Sono più forte, ho le scorte di fiducia. Paolo ha superato la prova. Sì, è questa la verità . Devo dirglielo, il prima possibile. 80. Ora salirò su questo stramaledettissimo autobus e chiamerò Paolo. Sono salva, grazie a lui. Sono pronta, ora lo faccio. Si, lo farò. Lo farò per lui. Sarò il suo trofeo. Lo farò per me. Per eliminare stanchezza e dichiararmi sconfitta. Ora chiamo Paolo. Si. Lo chiamo, e lo raggiungo a casa. No, gli dico di raggiungermi a casa. Devo chiamare Paolo e devo abbracciarlo. Devo sentire quel calore. Necessito di quei cinque minuti di quotidianità benevola. Necessito del suo fiato sulla mia spalla. Necessito della sua pace filtrata nel mio casino totale. Necessito di essere salvata. 80. Non sembra vero. Salgo su. Devo chiamare Paolo. Devo. E devo farmi raccontare, per l’ennesima volta, perché l’ho lasciato e perché non ricordo più il suo numero di telefono. Monologhi della banchina – di Vittoria Favaron. All rights reserved

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