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JACOB COLLIER: THE ONLY REAL ONE MAN SHOW

Tentare di descrivere l’esperienza di un concerto di Jacob Collier è un’impresa piuttosto ardua, ma è il minimo che si possa fare per rendere conto di quanto accaduto in una fredda ma magica notte di Dicembre.

Scenario: circolo Arci Monk di Roma, non solo uno dei migliori palchi della capitale, ma anche un punto di ritrovo, un salotto, un giardino dove poter conoscere nuove persone e intrattenere qualche piacevole conversazione in un ambiente molto accogliente.

Pubblico: numerosissimo, probabilmente nemmeno il circolo stesso si aspettava una risposta del genere, tanto che più volte prima dell’inizio del concerto alcuni collaboratori si sono affacciati dalle transenne per fotografare la folla che ha riempito la sala, dopo una lunga attesa in fila.

Artista: Jacob Collier, londinese di anni 23, scoperto e lanciato da Quincy Jones. Artista poliedrico, cantante e polistrumentista inseritosi da poco nel mondo del new jazz e dintorni con un album all’attivo “In my room”, nel quale ha suonato tutti gli strumenti presenti. È il suo primo album ma già vanta numerose collaborazioni con i migliori nomi del jazz e del funk come Becca Stevens e Herbie Hancock tra i molti; cantante in grado di cantare numerosi generi musicali come il soul, il jazz, accappella e il beatbox.

Ma andiamo con ordine.

La zona antistante la sala da concerto, rigorosamente separata da una spessa tenda rossa, si gremisce già una mezz’ora abbondante prima dell’inizio del concerto e l’impressione è subito quella di essere ad un concerto rock, con la folla che man mano fa diminuire sempre più lo spazio libero intorno agli astanti che nel frattempo chiacchierano in gruppetti nella speranza di annulla al meglio l’attesa. Poco dopo l’orario indicato per l’inizio del concerto finalmente la tenda viene spostata e la folla più o meno ordinatamente inizia a occupare la sala, qualcuno ha fretta di recarsi in prima fila e accelera fin da subito il passo accennando anche ad una leggera corsa. Il primo impatto è con il palco dove sono disposti in maniera circolare tantissimi strumenti: una batteria, un pad, un sintetizzatore, un contrabasso elettrico, un pianoforte a coda, un basso elettrico, un harmonizer, una chitarra acustica, un cembalo e varie maracas.

Qui l’attesa continua e di tanto in tanto si ripetono i cori, che invocano a gran voce JACOB!! JACOB!! È sorprendente vedere così tanta gente di tutte le età, ma in particolare giovani essere animata per un concerto di musica sperimentale di stampo jazz.

L’aria si scalda fin da subito e l’attesa si inizia a far sentire, fin quando con un po’ di ritardo la musica di intrattenimento si interrompe e subito dopo come un bambino che sta giocando a nascondino, esce correndo e saltando Jacob Collier. “Ciao Roma” dice con accento inglese e si posiziona davanti ai sintetizzatori dove le prime note cantate vengono subito armonizzate assumendo, così, le forme più poliedriche. Non sono passati nemmeno trenta secondi che nel frattempo ha fatto il giro di tutti gli strumenti: un loop funk rock di batteria, un riff di basso, una base elettronica e via con il loop, ed ecco che l’arrangiamento disco funk di Don’t You Worry ‘Bout a Thing di Stevie Wonder ha già travolto la folla che subito inizia a muoversi e a battere le mani su questo magistrale groove. Collier canta e si muove freneticamente, cambiando e modificando la voce di continuo, in un vorticoso mutamento di suoni e basi musicali con una velocità e precisione che nemmeno il miglior ensemble di musicisti riuscirebbe a fare in maniera perfettamente coordinata come lui, da solo, riesce a fare lasciando tutti sbigottiti. Lo stupore è

alimentato anche dalla proiezione costante di immagini surreali che vengono proiettate in tempo reale sullo schermo dietro il palco che proiettano immagini del palco in una versione psichedelica e surreale.

Non fa in tempo a partire l’applauso che subito inizia Close to you altra cover di Burt Bacharach, questa volta rendendo l’atmosfera molto più soft con sonorità jazz più classiche, anche se definire la musica di Jacob Collier con qualsivoglia etichetta è rischioso oltre che difficile. Il live continua con Hideaway una bellissima ballata che inizia con una strepitosa perfomance alla chitarra acustica per finire in versione jazz al pianoforte.

Finalmente Collier decide di far riprendere un po’ di fiato e sfrutta i fragorosi applausi per raccontarci un po’ la storia di questo album nato, come dice il titolo stesso, nella sua camera che dovrebbe assomigliare a come sono stati disposti gli strumenti sul palco. Ci spiega che il titolo dell’album è anche un tributo a Brian Wilson, dunque lo show prosegue con il brano omonimo dell’album. Le citazioni e le cover non finiscono qui, infatti subito dopo Collier si cimenta nell’esecuzione di Don’t you know brano nato con la collaborazione di Snarky Puppy, artista funk jazz di caratura elevatissima, il ritmo è assicurato, le acrobazie vocali si susseguono in maniera rocambolesca sopra una moltitudine di ritmi e suoni, mentre Collier continua a dividersi freneticamente tra tutti gli strumenti, tra i quali si divide durante quasi tutte le canzoni eseguite.

Durante il concerto vengono presentati molti brani del disco, tra cui la splendida ballata jazz, per solo piano e voce In the Real Early Mornin, brano che ha lasciato tutta la sala in uno strepitoso silenzio. Si preosegue subito dopo con Saviour, un brano di una funkitudine difficilmente imitabile, che viene fatta seguire, con uno scivolamento melodico degno di un grande musicista, da Fascinating Rhythm brano eseguito solo con la sua voce armonizzata, una voce che potrebbe cantare qualsiasi cosa, in grado di fare acrobazie canore su qualsiasi genere musicale.

Il tempo vola, in particolar modo in un concerto di Collier, e infatti siamo giunti al momento delle presentazioni, ma c’è un gran finale: Blackbird, cover di Paul McCartney che viene eseguita inizialmente solo con una base ma che diventa poco dopo una jam session tra pubblico e artista sul palco con gli spettatori che cantano il ritornello a ripetizione e battono le mani suddividendo il tempo in ritmi veloci e sincopati sui quali Jacob Collier inizia a improvvisare melodie, armonizzazioni e cambi ritmici per almeno cinque minuti, rendendo gli spettatori partecipi di una delle più belle performance che un musicista sia in grado di produrre.

Sicuramente questo racconto non ha restituito esaustivamente la grandissima esibizione, la bravura di questo artista in grado di innovare prendendo dal meglio della musica dei più grandi e unendolo a impressionanti doti musicali, tantissima tecnologia e un’infinita voglia di divertirsi in un mix raramente visto prima. Per chiunque non conosca l’artista e sia stato incuriosito da questo racconto, può trovare un po’ della pazzia e delle capacità musicali di questo artista in molti video che si trovano nel web, nessuna parola è in grado di restituire il trasporto che lo show e l’artista ha regalato al pubblico.

di Tommaso Fossella, all rights reserved

Jacob Collier in concerto al MONK ultima modifica: 2017-12-20T11:16:53+00:00 da Redazione

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