ITACA

di Redazione The Freak

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8 minuti di lettura

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.”

I primi tre versi della poesia di Kavafis si erano illuminati sul display del mio i-phone, nel buio silenzioso della mia stanza, prima della partenza. Anche Tommaso mi stava salutando, ma non sarei andata troppo lontana. Pochi chilometri a separarmi da una vita diversa, che non riuscivo a considerare nuova. Le cose nuove richiamano una rinascita, mentre io mi sentivo come uno di quei bruchi che incontri per le strade di campagna, con una delle estremità frantumate, immobile. Immagine piuttosto drammatica, se non fosse che proprio questo esempio mi veniva riproposto continuamente da mia madre e dal suo sorriso leggero, dolce, profondamente ingenuo, odiosamente incosciente.

Sei un bruco trafitto che deve diventare farfalla” e nella mia mente si affacciava l’immagine di un vermetto agonizzante che veniva sollevato dalla terra e portato a guarire altrove, perché lì, da solo, non ce l’avrebbe fatta.

Scaraventai nervosamente il telefonino sul pavimento. Non avrei risposto a quel messaggio. Non questa volta. Mi nascosi tutta sotto le coperte lasciando fuoriuscire quanto di me restava dalla punta del naso in su. Stringevo la coperta tra i polpastrelli e intanto pensavo che la mia non sarebbe stata affatto una vacanza rigenerante, nonostante tutti si sforzassero di farmelo credere, recitando ridicole pantomime.

Tommaso era un amico, una di quelle persone che ti conoscono e non pretendono un bel nulla da te. Ero sicura che ci fosse un Tommaso nella vita di tutti, uno che ti dice “sono così, non devo andarti bene”, ma poi quando hai bisogno corre sempre, con il suo passo, con la sua andatura, ma corre. Anche lui era caduto nella tentazione di indorarmi per bene la pillola e così, cercando e ricercando le parole giuste, aveva trovato quelle sbagliate.

Tommaso aveva nascosto la sua apprensione in quel messaggio in versi rubati, tutti stonati addosso a me. Strada lunga, avventure, esperienze. Come se il mio potesse essere un percorso da godersi fino in fondo. Avrei voluto chiamarlo per sottolineargli che forse aveva sbagliato destinatario o che altrimenti un semplice “ciao” o “a presto” sarebbe stato più gradito, visto che mi auguravo di tornare il prima possibile e, anzi, non sarei voluta neanche partire.

La delusione e la rabbia mi governavano in una concatenazione perfetta. Dalla prima, discendeva automaticamente la seconda, non importava che tutto ciò fosse ragionevole. Il rancore era un macigno che mi abitava dentro e scivolava via, senza che io riuscissi mai ad acchiapparlo per liberarmene, troppo pesante e sfuggevole, lo rincorrevo per un bel po’ e poi rinunciavo. Finivo sempre per gettare via tutte le mie armi da guerra, ero troppo stanca per qualunque litigio e rivendicazione. La debolezza era la scusa che tiravo fuori più di frequente dal taschino della mia giacca invisibile. Che io credevo invisibile. Così anche quella volta ero tornata sui miei passi e avevo afferrato il telefono dal pavimento per rispondere a quel maledetto Kavafis:

Spero non troppo lunga. Mi mancherai.”

Quando a Tommaso avevo detto che ero bulimica, lui non ne aveva fatto un grosso dramma. “Devi curarti. Devi dirlo ai tuoi genitori” e poi mi aveva offerto una birra.

Faccio io questa volta” mi ero opposta.

No, tu no.. non esiste che paghi tu..”

Maschilista bigotto”

Quando sarai guarita, allora. Paghi tu. Promesso.”

Accettai. Era un patto dal sapore buono, tutto intriso della semplicità di Tommaso, l’assoluta inconsapevolezza di ciò che mi stava accadendo. Il suo bene per me.

Tommaso non avrebbe fatto indagini sui miei sensi di colpa né cercato di inventarsi una terapia che conciliasse il malessere con la vergogna di portarlo addosso e lasciarlo vedere agli altri.

Poche settimane dopo, i miei erano già pronti per trasferirmi a Villa Elena, un centro specializzato in disturbi dell’alimentazione, dove dicevano che avrebbero messo in ordine il mio corpo e quello che ci stava dentro.

Solo un’ora di macchina. Un’ora delle chiacchiere di mia madre su quante amiche mi sarei fatta e su tutte le belle attività che avrei potuto svolgere. Un’ora dei silenzi di mio padre, intervallati qua e là da qualche monosillabo. Il silenzio va moltiplicato sempre per due, però. Pesa di più.

Io, ovviamente, non sarei voluta partire. Sapevo, però, che se non mi fossi decisa, l’unico posto in cui sarei tornata, ogni volta, sarebbe stata quella mattonella color caffè, nel bagno adiacente alla mia camera da letto, a casa mia. L’avevo scelta tra tante altre. Ci appoggiavo il viso, ogni volta, dopo essermi svuotata anche l’anima su quel water, candido come l’indifferenza. Mi sforzavo di raccogliermi tutta in un unico punto, per capire cosa restasse di me. Cosa aveva smesso di funzionare. Come poter tornare indietro.

Il viaggio verso Villa Elena prevedeva una sosta in autogrill. Costretta a scendere dalla macchina, gironzolavo in quel labirinto di bottiglie, giocattoli e salumi. Sperai di perdermi, in qualche modo, ma non sarei rimasta mai sola. Aggrappata a me, stretta, c’era la bulimia. Era un Koala agganciato al mio braccio, nascosto dietro la schiena, invisibile agli occhi degli altri. C’era però, sempre, da due anni a questa parte, e sbucava all’improvviso nei momenti in cui ero sola. Ero convinta che non me ne sarei mai liberata. Un vizio in cui ricadi ogni volta. Con lui il mio corpo era più pesante, la libertà di movimento e quella di pensiero si impantanavano. Stare con gli altri era diventato difficile. Se ne sarebbero accorti, prima o poi.

Passò poco tempo che mia madre pensò bene di venirmi a recuperare.

Andiamo tesoro, è tardi.”

Ed era come se con la sua voce volesse scusarsi per qualcosa. Già mi stava salutando.

Erika era la responsabile che si occupava di noi. Una signora sulla cinquantina, con gli occhi piccoli e le guanciotte. Il suo sguardo non diceva niente, i suoi occhi erano troppo neri. Al posto delle pupille aveva due grandi bottoni di plastica rubati ad un cappotto.

Questa è la tua stanza, il tuo letto è lì, l’altro invece è di Debby…presto la conoscerai”.

I sorrisi di Erika si perdevano in un accenno. I suoi modi erano decisi e poco dolci. Così doveva essere, sempre per la questione dell’ordine. Parlava scandendo bene ogni parola. Ci dava delle regole. Ci riprendeva come un’insegnante severa, ma comprensiva. Non c’erano apprensione né angoscia nella sua voce e la sensazione era quella di respirare aria pulita. Non facevamo stare male nessuno.

Le altre ragazze. Prima di arrivare a Villa Elena me le ero immaginate tutte come me, con il loro Koala aggrappato alla schiena, con il loro peso addosso, lo sguardo pesante, la debolezza dei gesti. Non erano così. Tutte noi, lì dentro, sapevamo di vivere in una dimensione protetta, in un ambiente sospeso in cui la vita sarebbe rientrata con delicatezza. In punta di piedi.

Non c’erano specchi, non c’erano bilance per controllare il peso, il cibo era la nostra medicina.

I momenti venivano misurati, come una fetta di torta tagliata apposta per sfamare un po’ tutti. Ogni parte di me riceveva il giusto nutrimento.

Caro Tommaso,

scriverti fa parte della mia terapia. Anche se queste parole resteranno qui con me. Inizia così il mio percorso verso la guarigione, la dottoressa è convinta che basti scrivere poche righe ogni giorno, muovere i primi passi, indirizzare i miei stati d’animo verso qualcuno o qualcosa.

Oggi, questa mia prima pagina è tutta per te.

Ho riletto la poesia di Kavafis, tutta, molte volte.. ed ora vorrei proprio risponderti.

Non sono sicura del tempo che impiegherò in questo mio viaggio. Forse ci vorrà tutta la vita.

Ora che la mia barca ha appena preso il largo e il mare sembra ancora agitato, vorrei ringraziarti. Sei stato tu ad indicarmi l’orizzonte verso cui guardare. Itaca. La forza di restare in piedi, di attutire ogni colpo. Raggiungerla sarà il mio pensiero costante.

Guarire.

Tornare.

Offrirti io, finalmente, quella birra.

È vero che tutto quello di cui ho bisogno è capire il significato da dare a questo mio viaggio, focalizzare la meta, dare voce al disagio. Comprendermi. Era questo il senso del tuo messaggio.

Nei pochi giorni vissuti qui ho fatto già tappa nelle vite di altre persone. Molte sono ragazze come me. Prima di arrivare qui, credevo che tutte loro mi assomigliassero, ma non è affatto così. Debby, per esempio, ha un carattere forte, si arrabbia per ogni cosa. La sua malattia ha origini diverse dalla mia, proprio come le nostre vite. La sera, prima di addormentarci, parliamo molto. L’altra sera, per esempio, mi ha chiesto cosa vorrei fare una volta uscita da qui. Lei vorrebbe imparare a suonare uno strumento e girare il mondo suonando per le strade. Mi ha fatto sorridere. Debby ha molti sogni, anche abbastanza irrealistici, il vento soffia più forte tra le sue vele. Io, invece, non sapevo che rispondere. Ho alzato le spalle. Sono rimasta ad ascoltarla. Pensandoci, però, c’è una cosa che vorrei, davvero.

Raggiungere Itaca. Sdraiarmi sulla sua sabbia. Sentire il sole che scotta.

Guardare la mia barca che perde il largo per sempre.

Hai ragione tu, senza questo viaggio, neanche arrivare avrebbe alcun senso.

di Alessia Rosati All rights reserved

 

 

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