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Con il riadattamento cinematografico del romanzo di Stephen KingIt”, già tentato nel 1990 da Tommy Lee Wallace con una miniserie televisiva di due puntate, l’impresa del regista e sceneggiatore argentino Andrés Muschietti e della produttrice e sorella del regista Barbara Muschietti, è stata titanica: in primo luogo, dare corpo e immagine ad alcune tra le parole più suggestive e terrificanti nella storia della letteratura dell’orrore, rispettandole senza assoggettarvisi. Nel rispetto di queste parole, accarezzare le paure di milioni di lettori ormai cresciuti, risvegliando in loro la consapevolezza di come certe paure non conoscano sequel ma solo remake. E infine, roba non da poco, costruire dalle origini nuove paure in spettatori giovani abituati a violenze visive di ogni genere e che, al cospetto di un Horror, ridono sguaiatamente come ad esorcizzare turbamenti infantili solo illusoriamente perduti.

Ecco, l’impresa era ciclopica, se si considera come oltre alla parte puramente istintuale, legata a una visione ingenua e non filtrata da ragioni personali, a volte l’unica connotante di un Horror di serie B, il regista abbia voluto costruire, riprendendo poco fedelmente il romanzo kinghiano, molteplici sottotesti e relazioni intestine: nell’ottobre del 1988 sette bambini della città di Derry si trovano a dover affrontare da soli il clown Pennywise abitante delle fogne e da loro soprannominato It, una rappresentazione del Male assoluto, anche se nel film tale aspetto totalizzante non viene analizzato in profondità. Gli adulti, in questo scontro a viso aperto, risultano quasi un prolungamento sottile e tacito di quello stesso male. Muschietti recide chirurgicamente infanzia e maturità, come a sottolineare un’incapacità di preservare la propria naturale ingenuità, qui sinonimo di purezza e bontà d’animo, destinata a trasformarsi in diramazioni di un corpo maligno proveniente dall’esterno e che non ha nomi propri, teso a eliminare ogni scheletro identitario. In questa prospettiva, una delle scene più belle del film, in cui Beverly, unica presenza femminile del gruppo, incontra per la prima volta It nel bagno di casa attraverso un lago di sangue, che nel gergo muliebre segna il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, acquista un suo significato simbolico e, non a caso, viene collocata proprio al centro della narrazione. Ecco come, interrompendo il racconto all’infanzia dei sette protagonisti e suggerendo esplicitamente un suo secondo volume, nel quale i ragazzi ormai adulti torneranno a combattere It, il regista lascia uno spiraglio aperto a una diversa concezione della vita adulta, capace di scegliere tra il bene e il male e in grado di darsi un nome, finalmente.

di Natalina Rossi, all rights reserved

It: scegliere tra il bene e il male ultima modifica: 2017-10-26T05:52:19+00:00 da Natalina Rossi
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A proposito dell'autore

Natalina, qualche volta Alice. Dipende dal treno da prendere. C’ha gli zigomi aggressivi, uno strano attaccamento ai suoi polsi, simpatiche fobie sociali da raccontare alla gente con un bicchiere di Primitivo in mano, e poi una penna tipo kit d’emergenza salva vita. C’ha una casa che è tipo una galassia di Star Wars con le pareti coperte di locandine e facce di Servillo sparse. Un legame silenzioso con Ettore Scola che ha consolidato presentandosi ai suoi funerali, così, perché lui capiva i suoi desideri e un sacco di lacrime. Gioca a PES 2009 perché quanto è forte il Barcellona a quei tempi mai più. E’ alla ricerca della mappa segreta dei suoi spostamenti per trovare pace con il corpo.

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