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La verità sta in cielo, il film di Faenza sul caso Orlandi, sta facendo molto discutere. Ne parliamo perciò con uno degli interpreti Tommaso Lazotti, che nel film è Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela.

Da quando è uscito al cinema, La verità sta in cielo ha suscitato non poche polemiche. Il film cerca di fare il punto su un caso che non ha ancora trovato soluzione, portando significative novità rispetto a quanto detto e saputo fin ora: sembra di essere giunti vicinissimi alla verità.

Perché il film sta facendo molto discutere?

Perché ricostruisce dettagliatamente una vicenda torbidissima che coinvolge direttamente il Vaticano: era inevitabile che suscitasse polemiche.

La stampa vicina al Vaticano rimprovera a Faenza di aver scelto di seguire a priori una sola pista tra le molte che in questi anni sono state sondate dalla procura di Roma, sostanzialmente perché andare contro la Chiesa è un filone alla moda.

Questa è una sciocchezza: esistono piste che coinvolgono in modo molto più lurido il Vaticano, come ad esempio quella dei festini pedofili: si è scelta questa, semplicemente perché è l’unica supportata da prove concrete. Tra l’altro Faenza si è attenuto scrupolosamente agli atti, non si è inventato nulla. Se si mette in discussione questa pista, bisogna prendersela con la magistratura, non con Faenza.

Si critica in particolare la veridicità di quanto detto dalla Minardi, l’amante di “Renatino” De Pedis. Secondo questa super-testimone, De Pedis sarebbe stato l’esecutore del rapimento di Emanuela.

È vero che alcune dichiarazioni della Minardi si sono rivelate sbagliate e confuse (bisogna considerare anche che i fatti a cui si riferisce risalgono a 33 anni fa e che era una tossicodipendente) tuttavia ha fornito altre informazioni che si sono rivelate molto puntuali e precise. Sono anche d’accordo con chi sceglie di accogliere con cautela le sue dichiarazioni, ma proprio non capisco chi decide aprioristicamente di non credere a una sola parola di quello che dice. Tra l’altro Faenza nel film le presenta come dichiarazioni della Minardi, sottolineando anche che spesso si confonde, non le spaccia per verità assolute. Pietro Orlandi

In ogni caso, anche ammettendo che la Minardi abbia detto solo falsità, il Vaticano non ne uscirebbe pulito…

Sono d’accordo, anche se decidiamo di non credere neppure ad una parola di quello che dice la Minardi, il Vaticano ne esce comunque molto male. Infatti nel film compare un’intercettazione in cui si parla della presenza in Vaticano di un dossier sul caso Orlandi e del fatto che non debba assolutamente finire nelle mani della procura di Roma.

Che idea ti sei fatto della vicenda avendo ripercorso il caso Orlandi per interpretare il film?

La cosa più logica da pensare è che il Vaticano sia stato vittima di ricatto (anche perché non si capisce come mai non sia stato richiesto un riscatto alla famiglia): non ha fatto sapere nulla di come ha gestito le trattative coi rapitori, forse non ha ceduto al ricatto ed Emanuela probabilmente è stata uccisa. Per questo motivo il Vaticano non può parlare: dovrebbe ammettere di essere indirettamente responsabile della morte di una ragazza. Questa è l’opinione che avevo prima di fare il film e che si è rafforzata dopo. È un’opinione personale ma mi sembra la più logica.

Immagino che tra gli intenti del film ci sia quello di risvegliare l’attenzione dell’opinione pubblica su un caso che purtroppo sembra dimenticato e che però, lo ricordiamo, non ha ancora trovato soluzione.

Non solo, la speranza è che il film induca la procura a riaprire l’inchiesta, un obiettivo ambizioso ma raggiungibile se esiste l’intenzione di arrivare alla verità.

Tu nello specifico cosa ti aspetti dal film?

Mi illudo che possa “scuotere la coscienza di chi sa e indurlo a parlare” citando parole di Pietro Orlandi: dopo 33 anni far emergere la verità è un atto dovuto in primis alla famiglia, che merita di avere giustizia e trovare pace, poi a noi come cittadini italiani, e infine anche a tutti i cattolici, non necessariamente italiani. Trovo inaccettabile che alcuni difensori del Vaticano si siano lamentati del fatto che da 33 anni questa inchiesta viene pagata con i soldi pubblici. Delle tante critiche suscitate dal film questa mi sembra davvero la più insopportabile: il fatto che in tutto questo tempo la procura non ne sia venuta a capo costituisce una sconfitta mastodontica per le istituzioni italiane. Incoraggiare la resa della procura è la cosa più grave che si possa fare.

Nel film interpreti Pietro Orlandi che è stato presente sul set. Come ti sei avvicinato al personaggio. Immagino sia stata una sfida complessa doversi accostare al dolore altrui per interpretarlo e restituirlo allo spettatore.

Sì assolutamente. Già in linea di massima un attore non approccia ad un personaggio che subisce una simile tragedia a cuor leggero, ancor meno se si ha davanti la persona reale. Ho affrontato il ruolo con quanto più rispetto possibile tentando di non caricare eccessivamente la reazione al dolore (evitando la sceneggiata farsesca) ma al contempo di non sminuire il dramma. Quindi ho cercato di essere il più naturale possibile restituendo al pubblico la reazione che probabilmente io stesso avrei avuto. Non ho cercato di imitare il modo di parlare o la gestualità del vero Pietro, né mi è stato chiesto da Roberto.

Poter parlare con Pietro è stato utile a costruire il personaggio?

Quando ho scoperto che Pietro era sul set, per una sorta di timore reverenziale, non ho osato chiedere nulla ma è stato lui gentilmente ad avvicinarsi per conoscermi. Probabilmente sarebbe stato anche disponibile a parlarmi di sé ma purtroppo non c’è stato tempo perché pochi minuti dopo è giunta sul set la notizia che la procura aveva chiuso per la seconda volta l’inchiesta. Sono comunque stato contento di aver conosciuto la famiglia Orlandi (la figlia di Pietro interpreta nel film mia sorella e quindi sua zia), tutta l’atmosfera che si è creata sul set mi ha avvicinato moltissimo alla loro vicenda.

Nella tua precedente esperienza come attore sei stato diretto da tuo nonno, Ettore Scola, in “Che strano chiamarsi Federico”, ora da Roberto Faenza, sono molto diversi nel modo di dirigere gli attori?

In realtà hanno un punto di contatto: entrambi lasciano molto liberi gli attori di proporre, non mettono vincoli a priori su come la scena debba essere recitata, preferiscono semmai intervenire successivamente e modificarla. È un bel segno di apertura mentale da parte di un regista.

di Aretina Bellizzi, all rights reserved 

 

THE FREAK CON TOMMASO LAZOTTI, PIETRO ORLANDI NE “LA VERITÀ STA IN CIELO” ultima modifica: 2016-10-19T11:33:24+00:00 da Aretina Bellizzi
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A proposito dell'autore

Nata a Firmo (CS), nella provincia della provincia dell'impero nell'ormai lontano 1991 si chiama Aretina ma si sente un po' Barbara nel senso di straniera. E il suo accento non l'aiuta certo a capire da dove viene. Ma non è questa l'unica sua crisi d'identità. Ancora non sa cosa vuole fare da grande, intanto studia lettere classiche perché la considera una propedeutica imprescindibile alla vita. Ama molto il cinema e il teatro e a tratti è convinta che davvero la bellezza salverà il mondo a tratti invece pensa che non basti e si chiede cosa serva. Perciò se voi lo capite comunicateglielo perché una delle cose che ama di più è parlare con tutti di tutto.

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