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Polvere ed ombre perseguitano la vita ormai disillusa del vice-questore romano Rocco Schiavone. Può illustrarci l’importanza di questi due elementi nella vita del protagonista? Come può costui liberarsene?

Le ombre accompagnano Rocco da anni, l’ombra è ormai un elemento costitutivo della sua esistenza. La sua stessa vita è l’ombra di una vita che fu, e la polvere che segna il tempo che passa in un posto svuotato di vita, abbandonato, segna il corso dei suoi giorni e delle sue ore. Ci trova ogni tanto delle tracce, sulla polvere, forse è quello che serve.

 

Rocco Schiavone è descritto come un uomo dal carattere burbero, sarcastico e cinico, in rapporto di odio ed amore con il suo lavoro ma dotato di grande intuizione e talento. Possiamo definirlo come un anti-eroe sociale?

 

Io non so cosa sia un eroe, il senso della parola si modifica col passare degli anni, la storia segna coi suoi eventi una morale e un’etica diversa. Basti pensare ai valori pre bellici e quelli sorti negli anni ’50, solo un esempio. Se per eroe intendiamo un uomo che non nasconde le sue debolezze, che si oppone alla morale comune, che ha un suo specifico etico e lo segue incorrendo anche in spiacevoli incidenti, forse lo è. Se per eroe guardiamo all’epos, l’uomo che si oppone al fato e agli dei, che fa del suo agire umano l’esempio per i suoi simili allora no, non lo è, neanche un antieroe, perché a lui non interessa indicare strade esistenziali. assurgere ad esempio. Rocco è sostanzialmente un uomo solo, che vive da solo, e che paga in prima persona le proprie scelte senza trasformare il suo agire in un baluardo o in un  atto commemorativo.

 

La mattina, prima di cominciare a lavorare, Schiavone fuma uno spinello, conservato appositamente nel cassetto della propria scrivania in ufficio. Questa abitudine, definita come “preghiera laica del mattino”, a suo avviso, è in contraddizione od in armonia con il ruolo di vice-questore assolto dal protagonista?

E’ in piena armonia con Rocco. Lui fa un mestiere, ma di quel mestiere rifiuta gli obblighi ufficiali ed etici .

 

In “Pulvis et umbra”, un elemento caratterizzante di gioie e malumori del protagonista è certamente rappresentato dall’ambiente circostante, dalla non marginale influenza esercitata dal contesto sociale in cui Schiavone è inserito. Abbiamo due città: Roma ed Aosta. Quali sono le similitudini ed i contrasti di questi due differenti agglomerati urbani e come questi si intersecano nelle vicende da lei narrate?

La risposta a questa domanda dura da sette libri. Un po’ troppo complessa per sintetizzarla qui. Per altro non essendo sicuro di nulla se non delle tasse e della morte, vado cercando ogni giorno risposte valide, anche per questo continuo a scriverne.

 

Nuovi personaggi entrano in scena e risvegliano l’emotività del protagonista. La bella Caterina, collega poliziotta di Schiavone ed il giovane Gabriele, adolescente problematico con genitori assenti. Come vive Schiavone la propria emotività? Pensa che potrà tornare ad essere felice? Se sì, quale percorso introspettivo-psicologico dobbiamo aspettarci?

Schiavone può aspirare al massimo ad un po’ di serenità. Non ha un piano, non ha una meta, non può raggiungere un obiettivo. Rocco nella sua esperienza umana ed emotiva ha già individuato i “nemici” e questo è un gran passo avanti. Dovrebbe imparare a combatterli, ma credo sia il compito più arduo per ogni essere umano.

Marito fedele alla propria moglie Marina. Dopo la sua tragica morte, Schiavone torna ad essere attratto da altre donne. Che rapporto intercorre tra Schiavone e la figura femminile in genere?

L’amore è stato. Le donne lo attraggono. Apparentemente non le rispetta, forse perché dentro sente di tradire la memoria del suo vecchio e unico amore, forse ha paura di instaurare dei rapporti più complessi di una nottata fra le lenzuola, ma è sempre dal mondo femminile che dipende il suo stato emotivo. La migliore difesa per lui è mantenere le distanze, meno complicazioni e soprattutto evita di porsi domande esistenziali troppo ingombranti, domande alle quali non sa e non vuole dare una risposta. Le donne lo mettono sempre davanti allo stesso punto interrogativo.

Il titolo del suo romanzo è un evidente richiamo al componimento oraziano “Pulvis et umbra sumus”, tra i più noti per il suo riferimento al tema epicureo della caducità della vita. Nell’ode, il mutare delle stagioni è associato, per contro, alla fugacità dell’esistenza umana ed al momento del trapasso terreno come condizione irreversibile. Di qui, è naturale l’auspicio delineato poi dallo stesso poeta in “Carpe diem”. Nel suo romanzo, dobbiamo aspettarci questo stesso tipo di insegnamento?

Il mio libro non vuole insegnare nulla. Ci mancherebbe. Io racconto la storia di quest’uomo, le sue vicende, la sua vita. L’alternanza del carpe diem e di pulvis et umbra attiene alla psiche umana da sempre, e non si tratta di ciclotimia, semplicemente sono due sfere emotive che ci accompagnano e nelle quali ci ritroviamo nelle diverse fasi dell’esistenza. Si passa da un colore all’altro, come dei camaleonti dello spirito, e una risposta non la troveremo mai. Questo credo profondamente per l’umanità, quindi per me e dunque per Rocco Schiavone. Non credo, a meno di essere una persona illuminata, che si riesca a sposare un’idea filosofica e perseguirla nella vita di tutti i giorni, ogni giorno. Viviamo, sbagliamo, alterniamo, ci correggiamo, ci auguriamo il meglio e quando arriva il peggio ricominciamo da capo.

di Enrichetta Glave, all rights reserved

Polvere ed ombra di un vicequestore. Intervista ad Antonio Manzini ultima modifica: 2018-03-12T07:34:46+00:00 da Enrichetta Glave

A proposito dell'autore

All'imbrunire di un afoso pomeriggio molisano viene al mondo Enrichetta. Il peso del suo nome sembra consacrarla al Risorgimento, all'amata moglie del Manzoni ed alla passione per la Letteratura e l'Arte. Alla facoltà di Giurisprudenza presso l'Università Luiss di Roma studia diritto, mossa da ideali libertari e a tratti rivoluzionari. Dà inizio al suo viaggio con the Freak pubblicando poesie e vedendo così delineato un sogno coltivato sin da bambina. Ama evocare immagini bucoliche nella mente del lettore, in grado di suscitare quiete e serenità, sviluppando nel tempo un singolare interesse per il dio Bacco e per il suo amabile nettare, il vino. Preferisce deliziare il suo palato con un buon rosso, meglio se Brunello di Montalcino. Un foglio bianco, una penna sul tavolo e tanta cioccolata fondente da mangiucchiare in fretta al sopraggiungere della notte, incalzano il suo polso, deciso ed implacabile. I poeti decadenti affascinano il suo spirito irrequieto e la conducono verso il mistero dell'Altrove. Dedica un po' del suo tempo partecipando a spettacoli teatrali in lingua arbereshe, seconda lingua del suo paese d'origine, Ururi. L'accento marcato le conferisce un'aria da straniera smentita subito dal suo fiero patriottismo romantico. Ama la fotografia di Erwitt, Bresson, Doisneau e gli scatti colorati dello statunitense Steve Mc Curry. Apprezza l'arte di strada, segue la satira del graffitista Banksy e scruta attentamente, con due immancabili cuffie alle orecchie, i murales inquietanti di Blu, sorpresa da occhi lucidi e timidi sorrisi.

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