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La casa editrice The Freak continua la sua opera di ricerca di nuovi talenti pubblicando la raccolta di poesie di Enrichetta Glave, giovane studentessa di origini molisane. Il titolo della raccolta Arilli di melograno rimanda al paesaggio bucolico di Ururi, il paese arbëresh in cui Enrichetta è nata e ha vissuto fino al trasferimento a Roma, avvenuto qualche anno fa, per proseguire gli studi universitari. Nelle sue poesie sorprendentemente già mature, è possibile ritrovare le tracce di questi percorsi di vita e ricostruire un paesaggio interiore tanto frammentario quanto unitario. Un linguaggio sorvegliato e misurato, un lessico ricco e variegato descrivono immagini, dicono sensazioni, predicano emozioni, sostengono la raccolta e costringono il lettore a specchiarsi, a ritrovarsi e a capirsi.

  1. Una scelta insolita e felice quella di questo titolo così particolare e simbolico, Enrichetta, vuoi spiegarci cosa rappresentano per te gli arilli del melograno?

 Gli arilli sono i chicchi maturi del melograno e rappresentano, nel mio caso, pezzi di vita trascorsa tramutati presto nell’esigenza incontrollata di fare poesia. La simbologia che ruota attorno al frutto del melograno, la sua storia antichissima contribuiscono a legare il mio libro ad un disegno letterario più ampio. Così Arilli di melograno finisce col rappresentare la mia personalissima visione del mondo, della sua complessità e del dinamismo incontrollato delle relazioni in genere.

  1. Scrivere queste poesie è stato un modo per “condividere la Vita” come tu stessa dici in Frescure esili di maggio?

 Scrivere poesie diviene presto un’esigenza primaria quando vi sono chiari segnali che qualcosa ha toccato la mia sensibilità. È un modo di condividere riflessioni ed emozioni, tentando di restituire al lettore immagini nitide, impressioni oggettive in cui esso possa immedesimarsi e specchiarsi. Condividere la vita attraverso la poesia significa tentare costantemente di non rimanere soli.

  1. Spesso ti rivolgi a qualcuno che probabilmente è il tu reale di chi ha popolato la tua vita e poi abitato la tua poesia ma che sembra diventato anche un lettore ideale. Avevi in mente un ipotetico lettore scrivendo?

Le mie poesie sono rivolte all’umanità, da intendersi nelle sue infinite angolature e nella sua affascinante diversità. Tuttavia, quando scrivo una poesia non penso immediatamente al mio lettore, mi rivolgo ad un tu reale, come tu stessa hai ben individuato, a cui dedico i miei versi in quel preciso istante ed è un meccanismo che si innesca spontaneamente, senza bisogno di finzioni; credo sia questo elemento a rendere una poesia vicina al lettore, alla sua anima ed alla parte più vulnerabile di sé.

  1. Vivi a Roma solo da qualche anno eppure questa città sembra avere un ruolo fondamentale, ne parli con ammirazione stupefatta …

 Roma è una città straordinaria. La sua bellezza disarma e coglie anche gli osservatori meno attenti. È questa sua magnificenza a suscitare in me meraviglia e a fare delle mie poesie le poesie dello stupore. La Capitale riecheggia nei versi con sincera devozione e gratitudine verso il suo fascino. Di qui è naturale concludere che la città gioca un ruolo fondamentale all’interno del mio libro, rappresentando la fonte d’ispirazione primaria per le “poesie urbane”.

  1. Roma non è però l’unico luogo, l’unico paesaggio in cui ti specchi per guardarti e capirti, c’è tanto delle tue origini in queste poesie, tanto di Ururi …

 Se è vero che la città plasma la mia sensibilità, così, anche i paesaggi rupestri da cui provengo rappresentano una parte fondamentale del mio essere. La campagna infonde serenità in chi la vive, è il locus amoenus dei cuori viaggiatori e la sua pace ristora l’anima, mettendo in moto un meccanismo catartico in grado di produrre poesia. 

  1. Hai scelto di scrivere alcune poesie in arberesh tra cui quella dedicata a chi come te è dovuto partire per studiare con cui hai deciso di concludere la raccolta. Vuoi dirci qualcosa di questa scelta sicuramente coraggiosa?

 Ho deciso di chiudere la mia raccolta con la poesia arbëreshë “Ato ç venjen udhes” ossia “Quelli che partono” legando così l’intero libro all’esperienza degli studenti fuorisede come me che si ritrovano a dover necessariamente vivere l’alternanza terra natia/nuova casa. Non esiste scelta per chi decide di studiare e di andare via lontano. La cultura arbëreshë entra qui in scena in un’accezione nostalgica, in una dimensione di ricordi che non potranno più far parte della vita delle nuove generazioni. La nostra lingua sta scomparendo, così come quel profondo senso di fierezza che la accompagna e noi studenti siamo spettatori inermi di tale distruzione. La diaspora arbëreshë è un fenomeno crescente ma possiamo far fronte al problema perseverando il patrimonio e diffondendolo. La scrittura è il mezzo più efficace di conservazione ed oggi questo mi è stato possibile.

 

Il libro che potete acquistare su casaeditrice.thefreak.it sarà presentato a Ururi il 29 aprile dopo essere stato presentato a Roma il 24 marzo alla libreria Tra le righe. Seguiranno altre presentazioni in giro per l’Italia di cui vi terremo informati.

Intervista ad Enrichetta Glave, autrice di “Arilli di melograno” ultima modifica: 2018-04-10T16:18:29+00:00 da Aretina Bellizzi

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