Intervista a Marianna Musotto Li Gregni, in arte Marianne Li

di Ludovica Tripodi

Intervista a Marianna Musotto Li Gregni, in arte Marianne Li

di Ludovica Tripodi

Intervista a Marianna Musotto Li Gregni, in arte Marianne Li

di Ludovica Tripodi
7 minuti di lettura

“Barabba”, il primo singolo della trombettista siciliana Marianna Musotto Li Gregni, in arte Marianne Li, è un elogio a Palermo, città di origine dell’artista e alla Sicilia tutta.

Uscito su tutte le piattaforme digitali il 5 giugno e on air su tutte le maggiori radio italiane, “Barabba” unisce “pop, dance, arabic music, lirismo e felicità”: un compendio, insomma, tra il repertorio di Marianna, musicista classica, dalle melodie compite e sussurrate, e la sprizzante energia che la giovane artista palermitana custodisce dentro di sè.

Marianna e la tromba: come nasce questo rapporto così intimo e viscerale e come si sviluppa?

Marianna nasce con la musica e per la musica. A due anni, ascoltavo con mia madre la generazione della Motown, Stevie Wonder, Ray charles, Natalie Cole e i divi del jazz anni 50 da Sinatra a Nat King Cole. Ho iniziato a studiare il pianoforte a sei anni, per interrompere qualche anno dopo. Non era lo strumento che si confaceva alla mia personalità e nemmeno al mio cuore. Poi a 15 anni la folgorazione della tromba. Andai ad ascoltare per caso  un concerto jazz e da lì, per gioco, iniziai a studiare, ma senza troppo impegno. Nei miei progetti non c’era quello di diventare una musicista professionista, ma un medico psichiatra. Dopo essermi iscritta l’anno seguente in Conservatorio, compresi subito che la mia strada era segnata dalla musica, da un tempo lontanissimo, ma io non me ne ero accorta del tutto. A quel punto inizia la sfida che dura per ben dodici lunghi anni accademici, senza freni e con tante cime da scalare. Momenti di buio e dolore dove confrontarsi con lo strumento diventa un duello quasi come quelli fra moschettieri, una sfida all’ultimo colpo, dove qualche volta vince lo strumento e qualche altra il musicista. C’è però una cosa che non è da sottovalutare e che fa da collante fra i due soggetti: la passione, quella che non ti fa dormire la notte e che ti proietta verso desideri talmente elevati da farti rialzare anche con  la ferita sanguinante. Insomma, stiamo parlando di una storia d’amore, mica robetta. Compiuti gli studi accademici tradizionali, mi iscrivo al biennio di laurea in repertorio solistico con il Maestro Andrea Dell’ira, prima tromba del Maggio Musicale Fiorentino, laureandomi con una tesi in musica da film, eseguita con uno splendido quartetto d’archi. Da quel giorno iniziano le audizioni, le competizioni, i pianti. Poi però c’è la voglia di farcela che supera anche il buio, la nebbia, le giornate tristi e tutte uguali, dove non c’è spazio per l’immaginazione. Ma la regola è una: lasciare la porta aperta. Come insegna Italo Calvino.

Il pre-Barabba: una parabola ascendente. Le tue esperienze professionali più importanti?

Prima di Barabba, però, c’è un travaglio non indifferente, fatto di volti, di suoni, odori e colori. C’ è il mondo dell’orchestra, che mi porta dallo svolgere un ruolo per me assolutamente stretto e lontano dai miei desideri. Per me c’era e c’è nel cuore Maurice Andrè, il padre assoluto della tromba classica, il più grande solista e talento che sia mai esistito. Io sentivo che c’era qualcosa che non era uguale agli altri trombettisti, ma non avevo scelta, mi ero condannata a fare l’orchestrale. E dico mi ero, perchè forse non avevo nemmeno il coraggio di rivelare a me stessa che libera come sono, dovevo volare alto, altissimo, per esplodere. Allora vinco alcune audizioni, faccio diverse tournée in Asia, svolgo il ruolo da prima tromba all’Opera del Cairo, suonando addirittura davanti ad Abdel Fattah al-Sisi, il Presidente egiziano. Torno in Italia, voglio altro. Voglio soprattutto che la mia Nazione mi dia spazio.

Come nascono “Barabba” ed il tuo disco?

Barabba nasce per caso. Un giorno rivedo dopo anni il Maestro Sergio Rendine, il più grande compositore classico vivente. Ci confrontiamo su alcuni punti che avevamo vissuto entrambi e capiamo che la visione musicale è la stessa. Come due nocchieri senza paura ci mettiamo alla guida della nave e decidiamo che la mia strada, seppur difficile, è quella di essere una solista. Quello che realmente ero e che nessuno mi aveva dato modo di mettere in atto. Percepiamo che il mio suono è altro, qualcosa che nel comune sentire non c’è e che fra gli altri suoni non può stare. Lo ascoltiamo e riascoltiamo e allora la dolcezza, la vivacità, la cantabilità esplodono come in un racconto antico e custodito per chissà quanto tempo. Lui, che ha popolarità in Europa e Oltreoceano, mi racconta e spiega che la musica è armonia, bellezza e sensitività. Le note per essere uniche, come quelle dei grandi solisti, devono essere assestate nel cuore e poi nella mente e nelle dita. Da quel momento mi pervade un coraggio mai visto e salpo.

Raccontaci del privilegio di lavorare con personaggi così importanti nel panorama musicale italiano come Paolo Dossena, produttore, tra gli altri, di Francesco De Gregori e Patty Pravo e Sergio Rendine, uno dei massimi compositori viventi.

Un giorno, senza preavviso, il Maestro Rendine, come i grandi artisti sanno fare nel loro estro, mi dice che vuole portarmi dove non ero mai stata. In un mondo lontano dalle invidie, dalla musica eseguita senza spirito e mi propone di incidere. Allora nasce “Barabba”, un mix fra pop, dance, arabic music, lirismo e felicità. Ci chiudiamo in studio e, in un pomeriggio di fine gennaio, nasce questo piccolo gioiello, da lui scritto con la maestria della classica e la sconfinata giovinezza che solo chi sa far bene musica riesce a trasmettere.Si, perchè la musica è una sconfinata giovinezza. Ma solo per chi la sa intendere. Allora chiama Paolo Dossena, uno dei maggiori produttori italiani, che ha fatto la storia della canzone italiana. Un uomo che cela sensibilità e dialettica ferrea, dietro un’aria composta e decisa. Sì, è il momento giusto per produrre qualcosa che possa fare breccia e che metta insieme la mia storia classica, compita e sussurrata e la sprizzante energia che tengo dentro. Firmo il 15 marzo il contratto che segna lo spartiacque fra ciò che ero e ciò che potrò essere per sempre. Si parte! Sergio, è il musicista che sognando, legge oltre le note, le ascolta, le divora, le plasma e le regala al mondo. Un compositore che riesce ad essere un genio dissacrante per i tempi che corrono. Un musicista che non guarda le mode, ma le inventa. L’unico che riesce a creare dal nulla, un mondo sacro e profano, dove ritrovi volti, paesaggi, luoghi.  Paolo è un uomo lungimirante e pratico, uno che i talenti li riconosce da lontano, ma con i piedi sempre piantati per terra. Da Patty pravo a Venditti, passando per Cocciante a De Gregori, per citarne alcuni.

Chi è Marianne Li? La Marianna che sei, quella che vorresti essere o un compendio tra le due?

Marianne Li sono io, ma non sono più quella che ero qualche mese fa. Sono una trombettista che si è spogliata dai fantasmi del passato, senza perdere però la rotta, segnando sulla carta il percorso, le latitudini, le longitudini e la meta che vuole raggiungere. Sì, perchè io volevo essere unica e lo sono sempre stata in modo inconsapevole. Spogliarsi dalla paura del giudizio dell’altro perchè è superfluo, l’ho capito tardi, ma l’ho capito. Per fare musica ad alti livelli è fondamentale non pensare al chiacchiericcio di sottofondo, alla “mutria cretina” di cui Pasolini ha abbondantemente parlato, bisogna splendere a dispetto di chi pensa che tu non possa farlo. Insomma, sentirsi anche un po’ come Charlize Theròn quando esce dalla vasca coperta d’oro in un famoso spot. Il fatto è che bisogna imparare ad essere luminosi anche quando ci si alza la mattina e non ti va per nulla.

E adesso spazio alle emozioni. Cosa si prova a sentire il tuo pezzo on air sulle maggiori radio italiane e su tutte le piattaforme musicali digitali?

Barabba è uscito solo qualche giorno fa, fare una stima adesso non è facile, certe cose richiedono un po’ di tempo. Quando è stato pubblicato però mi sono commossa. Mi sono immedesimata in tutti quelli che lo avrebbero ascoltato e alle sensazioni che avrebbero provato. Poi mi sono augurata solo una cosa: che potesse regalare quattro minuti di gioia a chi è triste, a chi è affranto, a chi pensa che le cose non possano cambiare. Perchè la luce c’è sempre, anche quando non si vede. 

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